Alla ricerca di me

di Riva Serena

Un manager stressato stanco della sua vita decide di viaggiare per capire la strada del suo futuro: India, Thailandia, Cina, Giappone, Oceania, Brasile.

Lo stress di Milano

Sbatto violentemente la porta di casa mia.

Il gesto rude e violento fa tremare i vetri delle grandi porte finestre dell’appartamento all’ultimo piano in cui abito.

Getto la valigetta nell’angolo a sinistra vicino la scarpiera. Mi allento la cravatta e mi passo una mano tra i capelli, già troppo lunghi.

È stata una giornata infernale.

Al lavoro non ho avuto un attimo di pace.

Sono amministratore delegato di una multinazionale di tecnologia ecologica avanzata. Ho parlato con un centinaio di persone, ho sopportato due consigli d’amministrazione, mandato mail e preso decisioni importanti.

Ho dovuto licenziare ottanta persone.

Mi tolgo la giacca e la getto sul divano in pelle bianca.

Anche le scarpe vengono lanciate nella stessa direzione della valigetta.

Sono stanco. Dannatamente stanco.

Mi slaccio i primi due bottoni della camicia bianca, sgualcita e sudata.

Chiudo gli occhi e respiro profondamente. Mi devo calmare e cercare di riprendermi dalla spossatezza di questa giornata.

Riapro gli occhi e osservo il mio appartamento che si affaccia su piazza duomo.

Sono le sette, del 7 Ottobre. È, già, buio e il Duomo, in tutta la sua maestosa bellezza, è illuminato e mostra la grandezza dell’opera umana.

Lo osservo distratto e, nonostante siano passati molti anni, riesco ancora ad emozionarmi alla sua vista.

Perlustro la casa con uno sguardo superficiale: è in ordine e profuma di pulito. Rosa, la mia domestica, è stata diligente, come sempre.

Ultimamente, è l’unica donna che mette piede qua dentro.

Sospiro.

Ci mancava una vena di autocommiserazione.

Vado in cucina e mi preparo un piatto si spaghetti al ragù. Non mi impegno molto per la mia cena. Sono stroppo stanco stasera.

Mi ravvivo i capelli corvini che ricadono sulla fronte e lungo le tempie.

Mangio in silenzio, davanti a un televisore a schermo piatto che mi urla l’imminenza e il peso di una crisi in un paese dove i ricchi sono sempre più ricchi, e i poveri sempre più poveri.

Sospiro e ripongo il piatto nella lavastoviglie.

Mi svesto e mi faccio una doccia.

Sotto il getto cerco di trovare un senso alla mia vita.

Ho trentanni e sono più che benestante. Ho un buon lavoro e guadagno, decisamente, troppo per una persona sola.

Passo il bagnoschiuma sul mio copro tonico e muscoloso, nella speranza di lavare via questo senso d’inadeguatezza.

Mi asciugo in fretta, per non prendere freddo.

Indosso la mia tuta e mi preparo un drink.

La televisione mi bombarda di immagini poco interessanti a cui non presto attenzione.

Recupero la valigetta e tiro fuori diversi documenti che poso sul tavolino tra il divano e il mobile della tv.

Li guardo spento e svogliato.

È davvero tutta qua la mia vita?

Le fatiche che ho fatto per arrivare dove sono ora, mi sembrano esageratamente grandi, adesso.

Appoggio la schiena sulla morbidezza dei cuscini e sorseggio il mio scotch.

Mi passo una mano tra i capelli per cercare una risposta, ma il mondo tace.

Come posso aver già perso la voglia di combattere, di andare avanti?

A trentanni, mi sento vecchio e compiuto. Non ho uno scopo, una meta, un obbiettivo. Mi sembra di averli già raggiunti tutti.

Tutto qui?

Rivedo la mia vita fino a oggi e passa troppo velocemente davanti ai miei occhi, breve e inconcludente.

Chiudo gli occhi e mi sento vuoto, solo e disperato.

Che sia la crisi di mezz’età? Un po’ in anticipo.

D’istinto mi cade lo sguardo sulla fotografia accanto allo schermo, di fronte a me.

Raffigura me e una giovane donna che ridiamo. Felici.

Sorrido, inevitabilmente.

Amavo quella donna. Gloria. Bella, solare, iperattiva e sempre positiva.

Ancora non ricordo perché ci siamo lasciati, dopo tre anni di rapporto e sei mesi di convivenza.

Ingoio l’ultimo sorso d’alcool e osservo le carte sul tavolino basso.

Le raccolgo e le impilo, in ordine, in un angolo.

No, stasera non ho proprio voglia di lavorare.

Alzo lo sguardo sul televisore. Rimango a fissarlo per un po’ e poi cerco il telecomando.

Mi metto a seguire il documentario, dalle immagini colorate e suggestive. Mi racconta di paesi lontani, di animali selvatici, di gente che lavora la terra e sopravvive, da generazioni, radicata nelle proprie tradizioni. Mi racconta di paesaggi mozzafiato, di terre libere, di prati incontaminati, di polmoni verdi e di aria pulita.

Per un attimo, io non esisto più. Sono dentro quei paesaggi, dentro quei luoghi, tra quelle bestie allo stato brado e tra quelle persone che sembrano più ricche di me, nonostante non abbiano nulla.

Perdo di vista i miei problemi, non concepisco più il dolore e la mia sofferenza.

E se … ? E se lasciassi tutto? E se visitassi quei luoghi sconosciuti dimenticandomi della mia vita? E se imparassi a vivere di nuovo?

Dentro di me un fuoco nasce, una consapevolezza nuova cresce. So cosa devo fare.. anzi no, so cosa voglio fare: voglio viaggiare.

Partire, andare lontano.

Perdermi, per ritrovarmi.

Si era questo che volevo fare. Per me crescere. Per imparare cosa è davvero importante.

Mi spunta un sorriso nuovo sul volto e non riesco a reprimere l’euforia che mi batte nel petto. Mi alzo dal divano e vado in camera.

Cerco lo zaino e li borsone da trekking che avevo comprato un paio di anni fa, quando con Gloria avevamo deciso di scalare monti e montagne, chissà quando e chissà dove.

Lo trovo e lo getto sul letto.. Un momento, ma dove voglio andare?

La domanda fatidica.

Torno in sala e prendo l’atlante e lo apro casualmente, cercando una qualche visione dettata dal caso.

Mi appare l’India in tutta la sua grandezza e magnificenza. Voilà! Ecco la mia prima destinazione. Mai la casualità mi è parsa tanto fantastica, tanto giusta e perfettamente incline alle mie aspettative.

E India sia!


La decisione: partire!

Chiudo di scatto il grande libro geografico.

Guardo l’orologio e sono già le 23.15. Uno sbadiglio traditore lascia libera una stanchezza che mi assale senza ritegno.

Decido di lasciare a domani mattina il difficile compito di preparare l‘occorrente per la partenza.

Mi sdraio e mi addormento subito, con una nuova eccitazione che mi precorre tutto il corpo, con una scarica di adrenalina elettrizzante e l’ansia emozionante dell’ignoto.

La sveglia urla la fine del mio riposo, ma, questa volta, non sono cupo e stanco, non sbuffo pregustando il sapore dolceamaro di un’altra giornata frenetica e vuota.

No, questa volta è diverso. Mi sveglio con un sorriso emozionato sul volto e la compulsiva voglia di preparare tutto al più presto.

Chiamo in ufficio. Invento le scuse più banali per scusare la mia assenza di oggi, ma poi decido di dire la verità : -Mi prendo una vacanza!- La mia segretaria non sa bene come rispondere: -Signor Grimaldi..- La interrompo e le ripeto la mia decisione, alla fine, sono io il capo. Dopo mezz’ora ho finito la conversazione e sono libero. Mi dedico ai bagagli e preparo: cambi per diversi mesi indumenti invernali ed estivi, non so che clima avrei incontrato. Costumi, asciugamani, saponi.

Scarico sul mio tablet tutte le mappe aggiornate del mondo e lo infilo nello zaino.

Riempio diverse borracce e vado a compare delle scorte di cibo liofilizzato in un negozio apposito, che conoscevo per dicerie tra amici. Non credevo che vi sarei mai andato.

Torno in casa e il cellulare inizia a squillare. Tirai fuori il mio Iphone e sul display appare un nome, decisamente, non atteso. Giampaolo Testi, uno dei soci azionisti della mia azienda. -Pronto?- -Giorgio! Grazie a Dio hai risposto! Ho chiamato in ufficio, ma la tua segretaria mi ha detto che sei in ferie.. E hai precisato che lo resterai per molto. Cosa sta succedendo ? Non  ti senti bene ?- -Gianpaolo, ti ringrazio per il pensiero, ma sto bene, anzi benissimo. Voglio solo andarmene per un po’.Trovare me stesso. – Lo senso sospirare. -Hai la crisi di mezz’età.-  Sbuffo e alzo gli occhi al cielo. -Chiamala come vuoi, ma io vado via. Non cercare di convincermi a cambiare idea. È così e basta. – -Ma no! Vai vai.. Basta che poi torni. – sbuffai di nuovo. Parliamo ancora qualche minuto e poi chiudo la conversazione con un “ A presto” tirato, giusto per calmare l’animo inquieto di un azionista che ha paura di perdere un sacco di soldi.


La partenza

Preparo il tutto e in internet programmo il volo per il giorno stesso. Alle 15.00 di quel pomeriggio sarei volato in India.

Non mi sentivo così elettrizzato da un sacco di tempo.

Prendo il mio borsone e lo zaino ed esco di casa.

Arrivo all’aeroporto di Milano Linate, con due ore di anticipo per le classiche procedure di imbarco e check – in.

Fuori il sole è caldo e si rispecchia nei vetri dell’aeroporto, sparpagliando raggi luminosi in tutta la costruzione di cemento e finestre.

Sono vestito comodamente con una maglietta leggera a maniche corte, bianca aderente, appoggiata delicatamente sopra un paio di pantaloni larghi comodi, color cachi con una decina di tasche su entrambe le gambe, lateralmente. La maglia mi fascia il fisico che con tanta fatica, in palestra, sono riuscito a delinearmi. I capelli corti perfettamente curati, scuri mi allungano il viso, rasato e liscio. Il borsone e lo zaino da trekking sono stracolmi di viveri e dell’occorrente per il lungo viaggio che ho in mente.

Ho salutato i parenti e gli amici.

Non sentiranno molto la mia mancanza e manderò qualche cartolina.

Sono pronto e deciso!

Arriva l’orario e imbarco il borsone gigante,mentre lo zaino viene considerato come bagaglio a mano, nonostante la faccia poco convinta della signorina che mi ha controllato i documenti e il peso dei miei bagagli.

Salgo sull’aereo dopo i mille controlli di routine e, dopo un rollaggio di qualche minuto, siamo in volo. Direzione Dubai, lo scalo per raggiungere Nuova Delhi.

Emozionato ed eccitato per i primi dieci minuti non riesco a stare fermo sul sedile, per la verità, molto scomodo.

La giovane donna che mi sta di fianco mi osserva curiosa e non trattiene un sorriso, che ricambio gentilmente.

Sei ore di viaggio. Come minimo.

Sbuffo. Non credo di essere in grado di sopportare l’immobilità prolungata.

Mi dedico alla lettura di una guida dell’India che ho comprato in aeroporto e, poco dopo, mi addormento.

Mi sveglio di soprassalto. Sono passate tre ore. Mi stiracchio nello spazio ristretto del sedile scomodo e sorrido di nuovo alla donna, che mi osserva con gli occhi dolci.

Dopo dieci minuti mi ritrovo a parlare con la mia vicina e riesco a far volare il tempo, mentre una giovanissima hostess ci porge il menù della cena.

Le sei ore paiono lunghe, ma tutto sommato, trascorrono più in fretta del previsto.

Arriviamo a Dubai e abbiamo mezz’ora d’attesa.

Tappa alla toilette. Non sopporto quelle dell’aereo.

Ritrovo la mai vicina, Barbara, sulle poltrone d’attesa, intenta a parlare al telefono in una lingua a me sconosciuta.

Poco dopo, torniamo a chiacchierare allegramente.

Di nuovo sull’aereo e altre tre ore di viaggio.

Arriviamo a Delhi e sono stanco morto, scosso dal jetlag e frastornato dal viaggio.

Ho prenotato una stanza nell’albergo centrale della città e un’autista mi aspetta all’uscita del gate.

Sorrido all’uomo dalla carnagione olivastra e divisa nera, che mi attende con un cartello in mano, con il mio cognome scritto a pennarello.

Raggiungiamo l’albergo dopo un’oretta di macchina e, arrivato alla mia camera, mi getto sotto la doccia e crollo sul letto. Guardo l’orologio: è quasi l’una di notte. In Italia. Qui sono, quasi, le sei del mattino.

Mi sfilo le scarpe e mi stendo sulle lenzuola fresche e immacolate per tutta la mia lunghezza. Cambio l’orario dell’orologio. Ipad e Iphone si aggiornano automaticamente. Appoggio la Canon sul comodino.

Punto la sveglia alle 11.00 dell’indomani mattina, per dormire almeno sei ore, e mi addormento di colpo.


Delhi

La sveglia suona brusca e indifferente.

Mi sveglio ancora rintontito dal fuso orario. E ho una fame da lupi. Mi lavo, mi vesto e preparo lo zaino.

Scendo al ristorante e mangio un pasto abbondante.

Esco per la città e il caldo afoso mi colpisce, appiccicandosi sui vestiti leggeri e sulla mia carnagione chiara. La luce mi abbaglia e penetra nelle ossa, svegliandomi e dandomi un caloroso buongiorno. Vengo colpito dal rumore delle voci e dei mezzi di locomozione, che animano tutte le parti della città a me visibili.

Tutto è frenetico, tutto è in movimento.

Colori, profumi e suoni mi investono come un oceano che mi sovrasta.

Le persone si muovono concitate e parlano una lingua sconosciuta, l’hindi, di cui ho imparato giusto qualche frase base e parola standard.

Con l’Ipad super aggiornato e la guida a portata di mano, mi avventuro nelle rumorose vie.

C’è un incredibile moltitudine di persone, per lo più vestite di tuniche e sandali con la loro pelle olivastra e i loro lineamenti, che mi affascinano completamente e pregusto l’inizio di un’avventura, immerso in una cultura totalmente diversa dalla mia.

Delhi è suddivisa in due parti: la vecchia e la nuova.

Decido di portarmi verso la zona più recente e comincio il mio percorso dal cuore di questa modernità: Connaught Palace, un’immensa piazza circolare, dove si trovano quasi tutti i servizi utili a un turista, che, come me, ha bisogno di orientarsi.

Il brulicare di gente è impressionante e la vastità della piazza mi fa sentire inerme e piccolo.

Percorro poi il Rajpath, il Viale dei Re.

È un immenso viale alberato, lungo e vasto, non riesco, quasi, a vederne la fine.

La guida mi mette a conoscenza che, questo viale, ospita le grandi parate militari durante la festa della Repubblica.

Continuando, raggiungo gli imponenti palazzi governativi che, splendidi e maestosi. mi mostrando la grandezza dell’opera dell’uomo.

Perpendicolarmente al Rajpath si trova il Janpath, il Viale del Popolo.

Lo percorro e faccio slalom tra la folla in subbuglio e in continuo movimento, chiedo scusa a qualche persona che urto non intenzionalmente, e mi perdo nei profumi e nei colori del mercato popolare, che si estende per tutto il Viale.

Un turbine di odori di spezie, incensi e aromi dai più vasti sapori mi circonda e mi stordisce, mentre mi accorgo, dal mio vestiario e dal mio atteggiamento, di come sia fuori posto, rispetto al brulicare delle presone, che, constatando la mia diversità, mi sorridono e si mostrano gentili alle mie domande stentate.

I suoni e canti che risuonano nei luoghi di culto buddisti, dilaga nelle vie circostanti donando al mio cammino una vaga nota di esoterico e mistico.

Stanco, ritorno al Connaught Palace, dove trovo un centro informazioni e prenoto una visita guidata per l’indomani alle nove.

Torno in albergo e consumo una cena tipica del luogo: mangio un piatto unico a base di riso con carne e verdure, il Biryano. È loro consuetudine mangiare con le mani e, per una volta, decido, anche io, di lasciar da parte le buone maniere all’occidente.

Tornato in camera mi corico sul letto e continuo l’interessante lettura della nascita di Delhi, il cui primo insediamento nel territorio risale al II millennio a.C. Mi addormento tra le guerre mitiche e la storia antica di un popolo affascinante e, per il momento, ancora, a me sconosciuto.


La mattina successiva mi preparo per la mia visita guidata, dopo aver riempito lo stomaco. Zaino in spalla, mi reco alla Connaught Palace, la piazza centrale, dove ho appuntamento con la guida.

Il sole splende, ma fa meno caldo del giorno precedente, tuttavia i raggi mi riscaldano la pelle. Aspiro a pieni polmoni l’aria di questa nuova cultura, sorridendo ad una nuova giornata.

Arrivato alla meta trovo un gruppetto di persone in attesa e mi unisco anche io, sorridente e felice di intraprendere un nuovo giro alla scoperta della capitale dell’India.

Una giovane donna, vestita da una tunica scarlatta e gialla, con i tipici lineamenti indiani, capelli neri raccolti in una lunghissima treccia, ingioiellata con bracciali sonanti e con una goccia rossa in fronte, raggruppa le persone che l’attendevano.

Parla un perfetto inglese e non riesco a trattenere un sorriso e un sospiro di sollievo.

Ci porta verso un pullman doppio, aperto. Ci sediamo comodamente sul piano superiore: siamo una decina e non c’è problema di posti.

Cominciamo il nostro viaggio dal Viale dei Re fino ai grandi palazzi governativi e, l’abilissima guida, ci spiega la loro costruzione e la loro storia.

Raggiungiamo il Museo Nazionale, diverse chiese di grandi dimensioni e residenze eleganti che compongono la parte nuova di Delhi.

Ci dirigiamo a sud, verso l’Aurobindo Marg, formata da un impressionante numero di edifici e negozi che costeggiano la strada lunga e affollatissima. Centinaia di macchine la dominano, di tutti i tipi e colori. Mi sporgo dall’autobus e rimango scioccato dal traffico e dal caos totale che la popola, tanto che dobbiamo fare più di una mezz’ora di coda. Sorpreso, mi domando come noi ci possiamo lamentare del nostro traffico, vedendo l’interminabile colonna davanti a me.

Raggiungiamo il  monumentale complesso del Qutb Mina, il più alto minareto del mondo, e, continuando a piedi, visitiamo anche l’antica moschea.

Passeggiando tra le murra dipinte e a mosaico, riesco a precepire la quiete e la pace, il misticismo e il divino che esse trasudano. In un rigoroso silenzio mi interrogo su me stesso, camminando su pavimenti di mosaico prezioso, chiedendomi quante altre persone siano passate di lì. Poso delicatamente una mano sul muro, ove si staglia in tutta la sua magnificenza Buddha, in posizione di preghiera e meditazione.

Chiudo gli occhi e riesco, quasi, a sentire l’eco delle preghiere cantate o bisbigliate a mezza voce.

La guida, Rasjan, mi richiama all’ordine e, con un sorriso colpevole, raggiungo il resto del gruppo.

Dopo aver divorato un pasto veloce, ma ristoratore, torniamo sul pullman e raggiungiamo il Qila Rai Pithora,la prima delle “sette Delhi”, un complesso di rovine delle testimonianze dei primi insediamenti.

Proseguiamo poi visitando la “settima Delhi” , Shajahanabad, dal nome dell’imperatore moghul che la fece costruire.

La Vecchia Delhi si apre a noi con la congestionata Chandni Chowk, da cui si interecciano e diramano molteplici strade secondarie, dove trovano luogo le più diverse attività commerciali. Camminiamo in mezzo alla folla, cercando di aprirci un passaggio tra il brulicare incessante che si apre davanti a noi.

Il rumore è ovunque e, quasi, assordante, ma è la testimonianza di un brulicare attivo di vita che non si ferma mai. La gente che mi circonda sembra muoversiallo stesso tempo, mossa da un ritmo a me sconosciuto, ma a tutti loro noto. Un’anima a sè stante, che confluisce con il centro stesso di questa popolazione, che non smette di affascinarmi.

Suoni, rumori, canti, urla, profumi, odori e colori, si mescolano in un turbine tumultuoso che mi accelera le palpitazioni e quasi mi stordisce. Per poco non mi perdo. Devo correre per raggiungere il gruppo che mi ha lasciato indietro.

Visitiamo la più grande moschea dell’India, la Jami Masjid. La guida lascia il passo ad un monaco Buddista che ci spiega la funzionalità della preghiera e la ricerca della pace interiore che è alla base di ognuno di noi.

Mi lascio irretire dalle parole dolci e profonde di quest’uomo magro e vestito di niente. La sua saggezza e chiarezza mi disarmano, facendomi provare un senso di inadeguatezza e difetto, per non essere in pace con me stesso come lui con sé.

Vaghiamo ancora per Delhi e osserviamo i diversi complessi monumentali che si stagliano di fronte a noi: la “quinta” e la “sesta” Delhi, poi il mausoleo dell’imperatore Humayun e quello del santo sufi Nizamuddin Auilya.

Non riusciamo a visitare tutti i 1500 monumenti storici che Delhi offre, ma, nel tempo libero concesso, ci dirigiamo, tutti, in direzioni opposte, potendo osservare più da vicino le ricchezze di questa incredibile capitale. Dopo un’oretta di cammino, decido di tornare alla grande moschea per dedicarmi alla meditazione.

Non sono bravo nell’ascoltare me stesso, ma con questo viaggio ho deciso di scendere nelle profondità del mio essere, per comprendere cosa davvero mi manca e non mi permette di essere felice come vorrei.

Guidato dall’incredibile saggezza del monaco che, poco prima, ci aveva illustrato l’importanza di conoscere se stessi, cerco la mia posizione di meditazione e mi preparo all’introspezione.

Svuotare la mente, è il segreto, ma, sfortunatamente per me, non è affatto facile. Mi ci è voluta un ora, solamente a trovare la posizione e il silenzio nella mia testa, senza davvero, raggiungerlo.

Salutai il gentile monaco, che mi lasciò con un consiglio tra le mani: “non demordere nella tua ricerca, giovane uomo. La felicità è nell’accettazione di sé e nella ritrovata consapevolezza di cosa non va bene e cosa invece si. Abbraccia i tuoi limiti come fai con le cose positive di te. Trova in te la forza di amare incondizionatamente, prima di tutto te stesso, e sarai ripagato.”

Tornando sui miei passi verso il pullman, non riesco a semttere di pensare a quelle parole.

Arrivo in albergo ed è ora di cena; mi siedo al tavolo e pregusto, vorace, un piatto tipico del luogo. In stanza mi faccio una doccia di fretta e preparo la valigia. Ho un volo per Mumbai (nota fino al 1995 come Bombay.)


Mumbai

Raggiungo l’hotel in mezz’ora e alle 23.45 sono in camera.

Mi addormento, pregustando l’avventura dell’indomani.

Mi sveglio presto, ristorandomi con un’ottima colazione, mentre leggo diverse mail e le news italiane del giorno.

Un mio vecchio amico delle superirori, con cui sono rimasto in contatto fino a oggi, mi scrive che un suo conoscente abita a Mumbai e si offre di contattarlo per farmi da guida. Rispondo immediatamente, accettando con grande sollievo la sua proposta.

Lo scambio, rapidissimo, di e-mail mi permette di avere il numero di cellulare di Alan, un giovane ragazzo americano trasferto a Mumbai per lavorare in una nuova filiale dell’azienda del padre.

In meno di un’ora ci troviamo davanti al mio hotel, stringendoci la mano sorridenti.

Alan mi porta in giro per la città mostrandomi i suoi colori e luoghi tipici. Mi racconta che, un tempo, Mumbai faceva parte di un gruppo di sette isole che erano appunto chiamate Mumbai, dai pescatori Koli, i suoi abitanti.

Sotto il dominio britannico crebbe, trasformandosi in una grandiosa città, ora definita la “Mini Manhattan” dell’India. È la città non capitale più popolosa al mondo.

Mi ritrovo catapultato in una vera e propria metropoli. Guardandomi in giro, riesco a cogliere i più stravaganti aspetti di una città cosmopolita.

Camminiamo tra le vie e, con la guida esperta e il passo cadenzato e ritmico di Alan, mi immergo in una moltitudine di  volti, colori, atteggiamenti e abbigliamenti, opposti tra loro che creano etinie e gruppi, divisioni e unioni.

Per le strade passeggio spalla a spalla con attori, barboni, eccentrici giovani, alternativi, malavitosi, lavoratori, commercianti, negozianti, pescatori, ricchi, poveri, gialli, bianchi e neri, cani randagi che si rincorrono e, alzando il capo, riesco a intravvedere, tra le costruzioni moderne, il cielo azzurro cobalto, uccielli esotici e un sole caldo, che accende le luci sul grande palcoscenico della vita.

Riesco quasi a sentire l’energia frenetica che percorre questa città, mentre Alan mi spiega come ci voglia tempo per riuscire a comprendere il ritmo spasmodico di Mumbai, che si erge sul sottile filo teso tra eccessi e moderazione.

Il mio nuovo amico mi guida tra le gabbie del quartiere a luci rosse, poi verso i bassifondi  più grandi dell’Asia, mostrandomi una povertà devastandte, dietro al benessere dei turisti e di una città in crescita economica. Mi porta fino alle impressionanti proprietà dei potenti signori mafiosi, che hanno creato un loro giro e un loro rachet arrichendosi nelle più disparate attività; tutto contornato da un paesaggio dall’aspetto vittoriano, tipico delle città industiali inglesi.

Rimango di stucco nel comprendere la bipolarità di questa città, divisa tra ricchezza e povertà, tra lavoratori onesti e malavitosi, tra giusto e sbaglito, tra tutto e niente, tra scandalo e moralità.

Resto storidto, non riuscendo a comprendere la stranezza di queste bivalenze opposte che si mescolano e plasmano Mumbai e i suoi abitanti, creando una sua propria unicità e armonia, totalmente affascinante e disarmante.

Sballonzolato tra gli esuberi e mancanze, ritorno al mio hotel ringraziando Alan e dandoci appuntamento per la sera stessa.

Ritornato nella mia stanza, scrivo al mio vecchio amico del liceo e lo ringrazio: Alan è stato una salvezza!

Saluto qualche parente e amico, ceno ed esco di nuovo, trovando Alan all’uscio dell’ hotel.

La città, nella notte, si mostra nella sua perversione e i suoi eccessi vengono sottolineati ed esaltati oltre l’esagerazione.

Luci al neon creano una suggestiva atmosfera di trash.

Vagabondi e barboni dormono le vie secondarie, insieme alle prostituite nel quartiere a luci rosse e non.

Mentre nelle grandi strade giovani coppie camminano a braccetto e gruppi di ragazzi ridono. Dai locali proviene musica di ogni tipo e i bar sono stracolmi.

Alan mi spiega i suoi progetti: ci uniremo al suo gruppo di amici e andremo per locali.

Faccio una smorfia di disaprovazione: è diverso tempo che non vado per locali.

In ongi caso decido di accettare e buttarmi.

Il suo gruppo è formato interamente da uomini, una decina tra giovani ragazzi e qualche mio coetaneo. Mi mettono subito a mio agio e mi fanno apprezare la mia scelta di aver accettato.

Chicchierando, scherzando e ridendo, vaghiamo per le strade, entramo in bar e locali, discoteche e pub.

Di alcool e donne ce n’è in abbondanza e, in poco meno di un ora, siamo quasi del tutto ubriachi, ma ancora capaci di intendere e volere. È la prima volta dopo anni che mi diverto sul serio.

Poi, quella sera, l’ho incontrata.


È successo quando siamo entrati in un locale dall’insegna verde, di cui non riesco a ricordare il nome. Ci siamo seduti ad un grande tavolo, esattamente accanto a un gruppo di sole donne. Alzo la testa e sbuffo. Non ricordo se, la cosa, è stata programmata. Sorrisi ai miei nuovi amici facendo battute sulla casualità della situazione.

Ordiniamo e, poco dopo, i due gruppi si ritrovano mescolati e chicchiareano allegri. Uomini e donne che si addentrano nel vecchio gioco del flirt.

Non è nei miei piani trovare una donna, ma quando ho alzato lo sguardo per osservare l’andamento della serata, ho incotrato i più begl’occhi del mondo. Di un azzurro intenso, come il cielo d’estate, o il mare dell’Elba. Trasparenti, ma intensi.

Ho perso un battito e non riuscivo a vedere altro che quell’azzurro.

Mi ci vollero diversi minuti per riprendermi e alla fine ho conosciuto la portatrice di tali meraviglie : Esmeralda.

È americana, di New York, in viaggio per l’India con le amiche. Faranno anche tappa in Brasile.

Parliamo di tutto e di niente, guardandoci e distogliendo lo sguardo.

Ha i capelli rossi, mossi e lunghi, e la pelle chiara come porcellana. Ha le gote arrossate imbarazzata da chissà cosa.

Le ore passano mentre la guardo e mi perdo.

Mi perdo in lei.

Ci scambiamo i numeri di telefono e ognuno torna alla sua vita, ma io qualcosa lo sento che è cambiato.

Entro in stanza che sono le quattro del mattino.

Collasso sul letto e mi addormento di colpo, sognando occhi azzurrri e capelli rossi.


Sri Lanka

Nei giorni sucessivi ho preso diversi aerei e ho sorvolato lo Sri Lanka. Sono atterrato a Colombo, dopo un ora e mezza di volo, e ho lasciato da parte la città per recarmi nella natura incontaminata di quell’isola piccola, ma invitante.

Verde ed azzurro si incontravano continuamente, tra cielo, terra e mare.

Il blu profondo dell’Oceano Indiano è fantastico e profondo, riesce a farti dimenticare il resto di te stesso immerso nelle acque tiepide di quel mare calmo e immenso, che può inghiottirti in un solo attimo.

Ho apporfittato dell’occasione per fare snorkeling e campeggio.

Mi sono accampato in una zona adibita alle tende, vicino alla spiaggia nella costa a sud, dove il clima più mite mi ha permesso di dormire bene e non al freddo.

Una mattina sono uscito in barca con una squadra di sommozzatori, esperti e non, e mi sono immerso nell’incredibile mondo marino. Ho potuto osservare la miriade di pesci che, tranquilli e del tutto indifferenti alla nostra presenza, nuotavano audaci e leggiadri nel loro habitat naturale. I loro colori sono dei più vividi e stupefacenti che mi era mai capitato di vedere. Quasi irridescenti, illuminavano il fondale di cromie del tutto nuove ai miei occhi, abituati al mondo in superficie.

Alla fine dell’escursione subacquea, mi sono fermato a parlare con gli istruttori, ragazzi astraliani trasferitisi in Sri Lanka da cinque anni. Ho conosciuta la loro storia di passione dell’acqua e della vita marina, della loro voglia di avventure e dello spettacolo che la natura ha da offrire, ai loro occhi, ancora tutto da scoprire.

Mi sono rintanato nella mia tenda, guardando le stelle che si riflettevano sul mare e ho scritto una email ad Esmeralda.

Mi sono addormentato con la speranza, che l’indomani avrei letto la sua risposta.

Svegliato all’alba, mentre guardo il sole levarsi dall’orizzonte stagliandosi sopra il mare, creando quei colori mozzafiato, caldi e intensi che sfumano dal rosso al giallo, capaci di rendndere il cielo una tavolozza meravigliosamente confusa di un pittore follemente creativo, preparo il mio borsone e ripiego la tenda. Concedendomi un ultimo saluto alle meraviglie di quella natura senza catene, prendo il primo volo per Calcutta.


Calcutta

Dopo tre ore di volo raggiungo la mia destinazione.

Riaccendo i miei apparecchi elettronici, che mi connettono al mondo e vi trovo una email di Esmeralda.

Il cuore nel petto mi martella come se volesse uscire. Dalla gioia inaspettata, quasi, faccio cadere l’Ipad.

Sorrido come un ragazzino davanti al negozio di caramelle, che, osservandole, ne pregusta il sapore dolce e zuccherato.

Mi perdo nelle mie fantasticherie mentre mi reco, con un taxi, all’hotel. Leggo le parole gentili della giovane donna, che mi ha colpito il centro esatto del cuore e la immagino in tutta la sua bellezza, mentre preme i tasti del suo computer per redigirere quella lettera.

Sorrido ancora, non riesco proprio a tratttenermi.

Mi informa che la sua vacanza procede bene e dei suoi spostamenti, dei divertimenti assurdi a cui le sue amiche la sottopongono e che è felice di aver ricevuto mie notizie. Mi invita a scriverle ancora.

Dentro di me le emozioni si ingarbugliano e, quando arriviamo all’hotel, nemmeno sento il tassista, che mi deve richiamare al presente un paio di volte prima che io scenda dal veivolo.

In camera, ricca e confortevole, mi cambio e mi concedo una doccia rilassante. Faccio in tempo a fare una colazione abbondante e poi esco nella caotica Calcutta.

Ancora oggi ci ostiniamo a chiamarla con questo modo anche se il suo nome è stato cambiato ufficialmente il Kolkata, nel gennaio 2001.

Il nome della città in Hindi è Kalkatta.

E’ situata sul fiume Hughli, un ramo del fiume Gange, e dista, circa, 60 km dal confine con il Bangladesh.

E’ il terzo agglomerato urbano più grande in India, dopo Bombay, o Mumbai, e Dehli.

E’ stata la capitale dell’India britannica fino al 1912, quindi fino a non molto tempo fa, e l’influsso di questa colonizzazione si sente molto, soprattutto sulla presenza di diversi monumenti con stile tipicamente britannico, come il Victoria Memorial, ufficialmente Victoria Memorial Hall, costruizione in memoria di Vittoria, Regina del Regno Unito e Imperatrice dell’India.

Passeggiando per le strade affollate della città mi accorgo della semplicità dei suoi abitanti, per la maggior parte mercanti e poveri, che lavorano nei grandi mercati tentuti per le strade. Occupati nei lavori manuali, la popolazione ha una bassa percentuale di alfabetizzazione e, camminado, si possono incontrare moltissime case in precario equilibrio. Uomini e donne vestiti di lunghe tuniche, o grandi vestiti sbiaditi, e con la pelle scura che lavorano come meglio possono.

Tuttavia, l’incremento dell’industrilizzazione e l’apertura alle culture occidentali, si sente moltissimo. È una città che sta crescendo rapidamente sotto gli occhi, quasi increduli, dei suoi abitanti. Si sente il vento elettrico dell’innovazione e del rinnovamento, concedendo possibilità e nuovo futuro.

Le strande, seppur un po’ aride e asciutte, sono accostate da numerossisimi negozi di ogni tipo e il consumo e lo scambio sono assicurati a ogni angolo.

Un gran numero di  tassisti scorrazza nelle strade, dove i pedoni attraversano senza troppa attenzione.

Durante i vari mercati il rumore e il brulicare di persone è incessante e instancabile. Colori suoni e odori si mescolano, ancora una volta in un’armonia unica, famigliare, ma nuova.

Tutto il movimento e il parlottare veloce mi stordisce e mi disorienta, anche se ho le mie mappe aggiornatissime, riesco a pedermi nelle viuzze intricate e nascoste della città che sembra vivere di un respiro suo e a sé stante.

Raggiungo un chiosco dove mi fermo a mangiare un panino veloce e bevo un espresso decisamente pessimo e che sono tentato di non pagare.

Sorrido per la mia indulgenza nella preparazione di un caffè, da buon italiano.

Vago per la città lasciandomi trasportare dalla marea di volti e corpi che si muovono febbrilmente, per andare chissà dove, alla ricerca di chissà cosa.

Mi ritrovo dove volevo arrivare: davanti alla chiesa delle Missionarie della Carità,  l’ordine di Madre Teresa di Calcutta.

Entro e percepisco, immediatamente, la forza della fede e della preghiera, sentendo le suore recitare il rosario all’unisono.

Vestite da grandi tonache bianche con striscie blu, hanno fatto il voto di povertà e vagano per le strade della città dando aiuto e soccorso ai più bisognosi.

Mi inginocchio anche io. Socchiudo gli occhi e prego per il bene dei miei famigliari e delle persone a me care, e il raggiungimento del mio scopo.

Raggiungo una suora dell’istituto religioso, chiedendole la possibilià di palrare e di mostrarmi la sofferenza di questa gente.

Parliamo un inglese zoppicante, ma ci capiamo a gesti.

Passo il resto della giornata a dare da bere ai barboni sulla strada e qualcosa da mangiare ai bambini orfani che abitano nelle baracche nei sobborghi della città. Facciamo visita i malati e preghiamo Dio per l’assoluzione dei nostri peccati e la fine di ogni sofferenza.

Mi commuovo moltissimo e sono ammirato e sbalordito dalla forza di quelle piccole donne religiose che ogni giorno si prodigano per il migioramento delle condizioni di sconosciuti, a cui dedicano amore e attenzione.

Prima di tornare sui miei passi, faccio una donazione alla fondanzione, firmando un cospicuo assegno. I soldi, ora come ora, servono più a loro, che a me. Torno al mio albergo, racconto la mia giornata ad Esmeralda e mi addormento di colpo.


Dacca

La mattina seguente vago di nuovo tra le vie intricate della città e trascorro il tempo contrattando i prezzi di diversi tessuti e oggetti tipici al mercato, per prortare con me un pezzo di quel luogo meraviglioso e, situandoli in posti strategici dell’appartamento a Milano, per ricordarmi di questo viaggio incredibile.

Dopo un pasto veloce, sconfino nel Bangladesh e mi reco a Dacca, la capitale.

Appena sceso dall’aereo, lascio i miei bagagli alla reception dell’hotel per dedicarmi all’esplorazione di questa nuova città che mi aspetta.

Leggo la mia guida aggionatissima: “Dacca sorge sul fiume Buriganga, al centro della regione con la più vasta coltivazione di iuta al mondo.

In poco tempo si è sviluttapata fino a diventare il centro industiale, commerciale e amministrativo della nazione.

È un importante snodo del commercio di riso, zuccherò e tè. Celebre per il suo artigianato di cui fanno parte ricchissimi prodotti tessili ben lavorati e derivata dalla iuta.”

Sorrido. Sarà davvero una gita interessante.

Mi reco a Sadarghat, uno dei porti più antichi ed estesi della città.

Riesco ad aggirarmi tra le maestose navi e osservo il carico e scarico delle merci, di cui riesco a riconoscere, appunto, grandissimi sacchi di riso. Lavoratori instancabili scaricano e caricano la merce, palando in uno stretto dialetto del luogo che non riesco a capire.

Passeggio tra i numerosi distretti della città e i mille negozi che accostano le vie.

La folla è numerosa e vivace, colorata e ricca di odori e storie che si mescolano tra gli sguardi e i saluti, gli acceni e i sorrisi.

L’aria è densa, pregna dell”odore dolciastro del tè, mescolato a quello dell’amido del riso.

Mille altre spezie e profumi sorgono dalle viette più nascoste e mi fermo a cenare in un ristorante poco lontano dall’hotel. Mi viene servito uno dei loro prodotti tipici, disponibile in tutte le versioni e con ogni possibile immaginabile spezia o salsa.

Sazio e contento, mi incammino verso la stanza.

La macchina fotografica mi informa che la batteria è completamente scarica. Appena entrato la attacco alla corrente, mentre chiamo un conoscente che so che si è trasferito da queste parti. Chiacchierando dei tempi passati, ci accordiamo per l’indomani: Un escursione sull’Himalaya. Preparo lo zaino da trekking e le scarpe apposite, i vestiti e tutto l’occorrente per una scalata, minima non da professionista, ma comunque decisamente emozionante.

Mi addormento, sognando imponenti montagne e cieli azzurri.


Trekking sull’Himalaya

La mattina dopo, la sveglia urla le sei e mezza.

Pronto alle sette, mi raggiunge il mio amico: Carlo, il trekking è sempre stata la sua passione e ha studiato in Italia per fare il maestro di questo sport faticoso, ma appagante. Per qualche anno ha vissuto sulle Alpi, ma poi ha voluto cambiare vita, aprendo una scuola di percorsi montani e scalate.

Divoriamo una colazione abbondante e partiamo alla volta dell’imponente montagna con una Jeep attrezzata. Non è molto vicino e ci vogliono più o meno tre ore per raggiungere la meta.

Preparati con l’imbracatura e l’occorrente, tra cui cibo e acqua, per proseguire in sicurezza, cominciamo a salire e arrampicarci.

C’è il sentiero predisposto al camminamento, ma è comunque impervio e difficoltoso.

L’aria è densa di ossigeno e la natura intorno a noi regna sovrana e indisturbata.

Mano a mano che saliamo, la vegetazione è sempre più verde, poiché non siamo a quote elevate, rigogliosa e fiera. Fiori e piante dominano la valle.

Il cinguettio degli uccelli è una stupenda melodia di sottofondo, che fa da eco ai nostri fiati accelerati.

Carlo è svelto ed esperto, mentre io sono titubante e un po’ lento.  Mi aspetta, pazientemente, e mi sorride quando gli chiedo clemenza e di non potarmi fino alla cima più elevata: potrei non uscirne vivo!

Il fiato comincia a rompersi, dopo due ore di cammino intenso. Raggiungiamo un punto dove dobbiamo arrampicarci e saltare diversi massi, ma subito dopo questo ostacolo, approdiamo ad una piccola piana. Il prato verde e rigoglioso è ricco dei profumi montani e puri. Carlo si toglie lo zaino dalle spalle e mi consiglia di mangiare qui.

Siamo a poco meno della metà, il vero Himalaya è tutt’altra cosa. Non sono un esperto, quindi ho chiesto a Carlo di portarmi in luoghi adatti a uno scopritore di emozioni come me, ma senza esagerare.

Lascio le vette e i luoghi impervi ai più esperti.

Tuttavia, anche dalla posizione in cui sono riuscito ad arrivare, la vista è spettacolare: la valle sia appre sotto di noi, come un immenso palcosecnico, come un libro aperto a metà da cui prendono vita i sogni e l’immaginazione. Il verde della natura si specchia nel cielo incredibilmente azzurro e limpido, il profumo dei fiori selvatici è inebriante e quasi, mi storidisce tanto è forte. Fiumi e fiumiciattoli donano movimento al paesaggio rendendolo magico e incantato. Le montagne e le colline sorvegliano e proteggono quest’immensità meravigliosa.

Trattengo il fiato. Non ho parole per descirverlo.

I miei occhi si abbeverano assetati di quella visione celestiale e se il Paradiso esite, forse quello ne è uno spicchio prezioso.

Incantato, mangio in silenzio per non rompere l’atmosfera solenne del luogo stupefacente, sorridendo complice al mio amico.

Camminiamo un altro po’ e parliamo delle rispettive vite per il resto del pomeriggio; Carlo mi fa comprendere come la sua scela di cambiare vita sia strata la migliore che abbia mai preso e provo invidia per quell’uomo completo e appagato che io ancora non riesco ad essere.

Torniamo sui nostri passi e lo saluto affettuosamente, promettendogli di mantenere i contatti.

Spedisco la foto mozzafiato che ho scatatto durante il mio soggiorno sull’Himalaya a Esmeralda e le chiedo dei suoi viaggi.

Passo in Hotel e raggruppo le mie cose.

Corro a prendere un nuovo aereo: destinazione Thailandia, Bangkok.


Thailandia – Bangkok

Atterriamo di notte e mi addormento sul taxi che mi deve portare all’hotel. Distrutto raggiungo il letto e mi addormento immediatamente.

La mattina successiva sono rintontito e stanco, ma non posso perdermi la capitale della Thailandia.

Dopo una doccia e una buona colazione, mi sento pronto e sveglio.

Guida e macchina fotografica in mano, mi catapulto nella nuova avventura.

Respiro a pieni polmoni l’aria elettrica e, sull’uscio dell’hotel, mi fermo ad osservare questa città pazzesca: la sua grandezza è palpabile e, a perdita d’occhio, riesco ad osservarne l’immensità che mi sovrasta.

La guida mi informa che, il fiume che riesco a vedere mentre cammino, è il fiume Chao Phraya, che l’attraversa, diramandosi in numerossisimi canali, sedi di attività commerciali e pescherecce.

Decido di percorrere, prima di tutto, la strada della meditazione. D’altronde ho intrapreso questo viaggio per ritrovare me stesso, come posso riuscirci se non meditando?

Costeggio diversi templi da cui sentro provenira canti soavi e solenni, assisto ai semplici riti mattuttini, che la popolazione si appresta a compiere fermandosi dai propri compiti e dedicandosi alla preghiera.

Inspiro l’aria densa di misticismo e religione, cercando una risposta alle mie molteplici domande esistenziali e focalizzo l’attenzione sulla gioia incontrata durante questo viaggio che, fin ora, mi ha fatto, davvero, conoscere lati di me stesso e del mondo di cui non sapevo l’esistenza. Non posso fare a meno di non pensare alla giovane donna dai capelli rossi che ho incontrato in questo folle percorso.

Sorrido. Chissà forse potrà davvero diventare una storia d’amore.

Il caldo e il traffico intenso fanno acquire la mia stanchezza, ma decido di farmi forza e continuare.

C’è cosi tanto da vedere che nemmeno so da che parte cominciare!

Bangkok è cosi ricca di luoghi ed emozioni che, probabilmente, non basterebbe un anno per visitarla interamente.

Decido di visitare il Wat Phra Kaew, il tempio del Budda di Smeraldo, dove, ancora una volta, sono sopraffatto dalla forza della religone e dal canto leggero delle preghiere.

Poi mi reco al Palazzo Reale, imponente e magnifico nella sua sfarzosità.  Mi sposto poi nel quartire cinese dove faccio slanom tra le innumerevoli bancarelle e negozi. Guardo con curiosità gli oggetti d’antiquariato, thailandese e cinese,  e i nunnoli vari in vendita, compro qualche ricordo e contratto sui prezzi.

C’è di tutto e di più!Colori, profumi, urla e chiacchiere si mischiano in un votrice intenso che accellera i battitti, perdendomi nella fila infinita di merce esposta.

La guida mi consiglia il mercato galleggiante di Damnoen Saduak o di Amphawa. D’istinto decido per il primo.

Arrivato sul luogo sono impressionato, piacevolmente, dall’imensità del mercato e dalla tradizione che si percepisce nella compravendita serrata delle bancarelle.

Tutta la merce è posta tra le barche pronta per essere venduta e apprezzata. Nei canali si possono osservare diverse barche piatte, non adibite all’esposizone, che sono giudate da diverse donne riccamente vestite di colori sgargianti, disposte ad offrire un buon giro turistico tra i viottoli d’acqua della città.

Tutto ciò, sovrastato dal rumore incredibilmente altro delle ulra e dei suoni, è circondato da case tradizionali e frutteti di ogni genere, mentre, con la coda dell’occhio, riesco a cogliere gli scambi commerciali e le grandi barche a coda che raggiungono o lasciano il grande mercato galleggiante.

Riesco a compare del cibo, riso con un paritoclare sugo al pesce, e, mangiando, continuo il mio cammino.

Mi sposto verso il mare che con la sua brezza leggere spazza via gli odori intensi della città caotica. Raggiungo Hua Hin, la prima stazione balneare della Thailandia anche in ordine di tempo. In poco tempo è diventata popolare ed è cresciuta enormenemente, ospitando un vastissimo numero di turisti.

Raggiungo la spiagga e cammmino sul bagnasciuga, ascoltando lo sciabordio calmante dell’acqua. Mi fermo osservando l’orizzonte immenso di quell’oceano spettacolare, dove il sole si specchia e gioca a colorare l’azzurro. Sospiro e riesco a sentire l’immensità di quel luogo e il profumo di salsedine e sale.

La sabbia bianca efinissima mi solletica i piedi, è lunghissma e non riesco a vederne la fine. Passeggio un altro po’ e riesco ad osservare le tipiche case di pietra costruite sulla spiaggia e qualche ristorante moderno e accogliente.

Trascorro il resto della giornata perdendomi nei miei pensieri mentre osservo l’oceano tranquillo e maestoso, o zizzagando tra le vie affollate, rumorose e colorate dell’incredibile città.

La sera divoro un pasto veloce all’hotel e mi corico presto a letto, puntando la sveglia alle quattro del mattino successivo.


Thailandia – Isole

Le Isole mi aspettano!

Sull’aereo mi sono addormentato di nuovo e, appena atterrati, ci ho messo un po’ a realizzare che una nuova emozionante avventura mi aspettava.

Kuala Lumpur, la mia prima tappa nelle Grandi Isole della Sonda, era in attesa del mio avido sguardo carico d’interesse.

Moderna e dinamica la città spicca per i suoi grattacieli imponenti e c’è un gran  movimento continuo, che la domina.

In metà giornata a mia disposizione ho visittato le Petronas Twin Towers, una delle più sensazionali costruzioni e opere dell’ingengeria umana, e le vie e spiagge principali. Il clima tiepido e non afoso, mi permette di vagare senza particolare sforzo, nonostante la stanchezza che incombe come un macigno.

Dopo un pasto veloce in aereoporto, sono volato a Sumatra, nelle piccole isole della Sonda, atterendo a Jakarta. Mi sono lasciato la città, bellissima e moderna che ho attraversato, alle spalle per dirigermi sulla costa. Ho posizionato la tenda in un campeggio poco lontano dalla spiaggia e, nel primo pomeriggio, mi sono recato in un centro specializzato in immersioni.

Approndando su queste isole è quasi impossibile non concedersi una visione del mare che le circonda; famose è la Fossa di Giava: una fossa oceanica dell’Oceano Indiano che si allunga per circa 3200 chilometri, è una delle più vaste risorse marine e habitat ideali per i coralli e tutti i tipi di specie di pesci. L’ecosistema marittimo di queste zone è fenomenale e non posso, di certo, lasciarmi scappare la possibilità di darci un occhiata!

In poco meno di mezz’ora sono riuscito a trovare un gruppo di turisti, esperiti e non, guidati da un sommozzatore professionista, che si addentravano nelle profondità dell’oceano.

Ho colto l’occasione e mi sono aggregato.

Non molto lontani dalla costa ci siamo immersi, con tutta l’attrezzatura necessaria, nell’intestino del profondo blu.

L’acqua ci sovrastava, ma ci ha accolto come un grande ventre tiepido e liquido, permettendoci di osservare la vita che la popola.

Pesci di ogni colore e forme, irridescenti, scuri, chiari, rossi, gialli, d’orati, rosa e delle più svariate tonalità di qualsiasi colore si possa immaginare, ci sfrecciavano davanti agl’occhi, mettendosi in bella mostra, in una danza leggiadra di movimenti fluidi e colori intensi.

Lo spettacolo della natura, ancora un volta, mi mostrava la sua magnificenza e trattenni il fiato dalla meraviglia a cui riuscivo ad assistere.

Il corallo dal corole intenso e regale, dominava le profondità del mare, tiepido e denso, che mostrava la sua vita, come rallentata, come se i movimenti degli esseri marini fossero lenti apposta per noi, per mostrarci la loro indomabile bellezza.

Strabilgiato da questo meraviglioso teatro d’emozioni, sono tornato sulla terra ferma e ripartito alla volta delle Filippine, Manila.

Su queste isole mi sono concesso qualche giorno di estremo relax: Mare, sole e trattamento di lusso, in un hotel a cinque stelle.

Ho potuto godere delle squisitezze dei cibi tipici, del torpore del sole caldo e forte, delle carezze generose dell’oceano e della sua acqua meravigliosamente tiepida e rilassante.

Ho potuto vagare per l’entroterra e osservare la vegetazione rigogliosa e gli animali esotici che la abitano.

In poco tempo mi sono abituato al ritmo lento e cadenzato del dolce far nulla, aggiornandomi con la mia dolce Esmeralda, ma dopo quattro giorni di fantastico soggiorno, sono ripartito per la Cina, emozionato e impaziente.


Cina – Hong Kong

Ho visitato Hong Kong e mi sono perso nella sua folla brulicante,incredibilmente moderna e all’avanguardia, una volta uscito dall’hotel, non sapevo nemmeno da che parte iniziare.

Ho visitato le piazze, sovrastate dalla folla, grandi e spazione, ho visitato i grattacieli più famosi e i templi antichi.

Ho bevuto il sakè nei bar più famosi del luogo e mangiato involtini di riso. Conoscituto qualche cinese, il quale parlava un perfettoinglese,che mi spiegava la dinamicità febbrile di questa città, della sua crescita economica e delle sue potenzialità.

Sono rimasto colpito da come questo centro e snodo della teconologia e innoviazione mi sembrasse il futuro. Ovunque mi guardassi potevo vedere come lo sviluppo fosse stato repentino e recente. E ancora tanto doveva venire!

I grattacieli sovrastano le strade e dominano la vista come grandi guardiani silenziosi, mentre la gente cammina svelta tra le vie lunghe e contrubanti.

Ho assistito a uno spettacolo, grazie alla mia dote di socializzazione, delle radici e tradizioni cinesi, che mi hanno permesso di viaggiare, anche, dietro nel tempo, toccando con mano l’antichità di un popolo fiero e austero, radicato nelle proprie convinzioni ma aperto a ciò che il destino li aspetta, aperto ad una nuova tradizone, aperto ad una nuova vita, pronto a crescere, a evolvere e svilupparsi restando fedele a se stesso.

Stanco e sfinito ho raggiunto l’hotel in tarda sera e sono crollato sul letto, addormentandomi di colpo.


Cina – Taipei

La mattina seguente sono partito per Taipei.

Carico e pronto per una nuova esperienza, atterro sull’isola di Taiwan o Formosa, con la voglia di conoscere e osservare.

Taipei è il centro commerciale, culturale e governativo dell’isola.

Le industrie principali, e quindi le principali risorse economiche, si concentrano nell’ambito siderurgico, meccanico e chimico. Ma anche tessile, alimenttare ed editoriale.

Taipei è un misto di tradizione e modernità, e lo si può vedere anche dalla sua architettura. Si susseguono palazzi alti e moderni, con vecchie case di legno e templi antichi con quell’aurea di mistico tipica dell’oriente.

Visito due dei templi più famosi: il tempio di Lungshan, del culto taoista e il Tempio di Kuantu, del culto cunfuciano.

Antichi e colorati, dimostrano la presneza della fede e della tradizione che scaturiscono dentro di me, un grande senso di rispetto e reverenza, camminando tra le mura di questi luoghi sacri.

Cammino per le vie e mi scontro con un gran numero di persone, mi fermo per qualche acquisto e ossevo il coloratissimo mercato nel centro della città.


Cina – Pechino

Nel primo pomeriggio riparto: Beijing, ovvero Pechino.

Arrivo a metà pomeriggio quindi mi dedico al relax in hotel, chattando con Esmeralda,  e decido di andare a letto presto per svegliarmi di buon ora, l’indomani mattina.

Mi alzo e faccio una colazione abbondante.

Dedico l’intera giornata alla Pechino imperiale.

La città è grande e mi ci vorrà qualche giorno per poterla visitare un po’ per bene, certo non la potrò vedere tutta, purtroppo.

Decido di cominciare la mia visita dal Palazzo d’Estate, il rittiro della famiglia imperiale durtante la stagione calda.

Giro intorno al lago Kunming e lo attraverso con la tipica imbarcazione del luogo. Al centro della sponda nord la greande barca in marmo, che giace dormiente.

Visito poi il tempio dei Lama, ora sede del buddismo tibetano a pechino. Cammino nella sontuosa costruzione dove è custodita la preziosa statua del Buddha Maitreya, in un unico blocco di legno di sandalo.

Respiro l’odore delle preghiere e del scacro, circondato da un silenzio rispettoso e regale, concedendomi un momento per me stesso e per le ragioni del mio viaggio, cercando una risposta alle mille domande.

Il mio io interiore, in questo luogo di pace lontano da casa, si sente calmo e forse ha trovato un posto nel mondo, poiché ora, viaggiando, ho capito, forse non ancora del tutto, cosa farò una volta tornato a casa per essere finalmente, felice e completo.

Ceno in hotel e la mattina successiva mi dedico al cuore della città, raggiungendola a piendi, ovvero, piazza Tianammen. Storica e immeinsa, mi perdo ad osservarla. Riesco a vedere a nord Porta della Pace Celeste, l’ingresso alla città proibita, e a sud la Porta Anteriore, che porta ad uno dei quartieri più moviemtati.

La piazza è circondata dai grandi palazzi imponenti del Palazzo dell’Assemblea del popo e del Museo della Storia delle Rivoluzione.

Al centro si erge il Mausoleo di Mao e il Monumento degli Eroi del Popolo.

Entro nella Città Proibita, il cui accesso era negato fino al 1406, con un senso di aspettativa che cresce e con un leggero sentimento di compiere un atto illegittimo e, varcate le immense porte, mi sento come un ladro, un intruso, come se avessi infranto la legge, tanto è emozionante e suggestivo il luogo.

All’interno tutto è grande e ricco, sfarzoso e maestoso: gli edifici del governo e le residenza private dove si svolgeva la vita di corte, cammino suelle travi di legno e il pavimento riccamente decorato, che, un tempo, erano stati calpestati dai potenti imperatori della Cina.

Raggiungo il Tempio del Cielo, unito al Palazzo Reale, composto da complessi altari di marmo e padigloni in legno. Ornamenti e decori rendono il luogo incantevole e regale, velato da un’aura di religiosità. Qui il Figlio del Cielo si recava a pregare per la benedizione divana.

Stanco torno in albergo, mentre osservo la città accendersi all’arrivo del buio. Piccole lucciole nell’immensità del mondo, sembrano illuminarsi di luce propria i piccoli negozi, le case, i templi, dando una sfera intima e calma all’intera città, mentre l’imbrunire avanza preannunciando la notte.

Il giorno seguente mi reco alla Grande Muraglia a Badaling.

Strabilgiato osservo con gli occhi spalancati le lunghissime scalinate e le maestose torri di guardia, sentendomi molto piccolo rispetto a quella impressionante costruzione.

La osservo e la percorro per un breve tratto, fin dove mi è concesso. Tutt’intorno la pianura è immensa e si perde a occhio nudo.

La Grande Muraglia si erge sotto un clima nuvoloso e minaccioso di pioggia, fiera e magnifica.

Attraverso la Via Sacra, dove osservo con interesse le statute di animali e personaggi di corte, che la finacheggiano, raggiungo le Tombe Imperiali di Ming, dove vennero sepolti 16 imperatori con mogli, concubine e tesori di ogni tipo.

Passo per il Villaggio Olimpico e mi perdo nel flusso movimentato della folla, raggiungendo le vie intasate da negozi, dove non riesco a non fermarmi per acquistare qualche gadget per il mio Iphon e qualche souvenir.

Ritorno in hotel e mangio una cena a base di anatra laccata, tipico della città; sitemo i bagagli e riparto, viaggiando di notte e dormendo in aereo, verso il Giappone. Prima fermata: Hiroshima.


Giappone

Raggiungo la mia destinazione e mi informo presso un centro infromazioni tutristiche riuscendo a intrufolarmi, all’ultimo momento, in una gita organzizzata.

La prima visita la compiamo al Museo del ricordo e al Parco Memoriale della Pace, dove posso toccare con mano la desolazione della guerra e il ricordo devastante delle perdite, dell’incredibile e nauseante ricordo della bomba atomica e delle morti a lei dovute, che dopo anni, hanno mietuto, e forse mietono ancora, diverse vittime innocenti.

Immerso nella desolazione e nel rammaricco dell’orrore che l’uomo può compiere percepisco lo squarcio che questa città deve portare con sé, il peso di un passato pesante e schiacciante, un passato indelebile e orribile, ma nonostante questo si è ripresa ed è cresciuta rivivendo.

Mi rimetto in viaggio e raggiungo Osaka, seconda città per dimensione, che raggiungo in poco tempo grazie al treno ad alta velocità.

Visito il moderno complesso dell’Umeda Sky Building, alto e sorprendente, ricoperto da innuemerevoli vetri dimostra l’intelligenza e la creatività dell’uomo, che sfida le grandi leggi di gravità.

Raggingo il castello di Osaka, bellissima fortezza monumentale andata distrutta innumerevoli volte e, altrettante volte, ricostruita.

Riparto alla volta di Tokyo, la capitale.

Appena atterro, mi accorgo subito di come Tokyo sia una metropoli straordinaria, vasta e modernissima.  Nella mia stanza, dopo un pasto ristoratore, mi addormento di sasso.

La mattina successiva mi dedico alla visita di questa straordinaria città.

Mi accorgo, camminano per le affollattissime strade e tra il brulicare incessante e elettrizzante di persone in continuo movimento, di come sia la testimonianza del  connubio tra tradizione e innovazione. I suoi maestosi grattacieli si alternano a vecchie case popolari o vecchi templi in legno decorati e intimi, respirando il profumo tipico dell’oriente.

La gente che mi passa accanto indossa vestiti da lavoro o tuniche tipiche, giovani colorati dagli eccentrici indumenti o anziani con i segni della tradizione secolare che si intravvedono tra le rughe d’espressione. Parlano fitti fitti la loro lingua a me preclusa e mi diventa difficile chiedere indicazioni e farmi capire, anche se l’inglese è difussissimo in questa metropoli.

Tokyo proprone tantissimi luoghi per il turismo, tra cui i suoi monumenti e i suoi musei, numerosi e interesanti, le sue università, i teatri e molti eventi culturali.

Durante l’anno ospita innumerevoli eventi mondani, festival e sfilate di moda, così come concerti internazionali.

Le vie sono animate da un flusso continuo di pedoni e sono accerchiati da un numero impressionante di negozi di tutti i tipi e marche.

Decido di andare a visitare la zona dei quartieri speciali, dove trovano sede le istituzioni più importanti. Visito il Parlamento Nazionale, con la sua struttura ampia e bianca, è composto dalla Camera dei Rappresentanti e dalla Camera dei Conisiglieri, mi mostra le ricche decorazioni e l’autorevole prestanza delle sue volte e colonne. Visito la sede del governo giapponese e il Palazzo Imperiale di Kokyo. Il palazzo, compresi i suoi giardini, mi pare immenso. Contiene un museo della Collezione Imperiale, un Dipartimento delle cerimonie, un Palazzo del consigliere privato dell’Imperatore. Vasto e bellissimo è cicondato da giardini curati e verdeggianti, con ruscelli e ruscelletti attraversabili grazie a ponticelli e doppi ponti.

Girovagando mi rilasso e mi tranquillizzo nel sentire il cinguettio degli uccellini e il flusso cantilenante dell’acqua che scorre.

Ritorno indietro nel tempo nel visitare i luoghi di antico prestigio e reverenziale rispetto, dove l’Imperatore trascorreva la sua vita e decideva la sorte del suo popolo. Mi perdo tra le mura che trasudano stroria e ricordi, e non mi accorgo della tarda ora.

Torno in albergo e sprofondo in un sonno pieno di sogni tra antiche rovine, battaglie mitiche e imperatori.

La giornata successiva la passo tra i grandi grattacieli, le storiche piazze e i negozi tentatori. Da classico turista vago senza una vera e propria meta, lasciandomi trasportare dal flusso perpetuo e vitale di questa città.

Rimango stupito dall’avanguardi di questa metropoli dal continuo mutamento e apertura verso un nuovo futuro imminente.

Tutto è moderno e duttile, fatto su misura per la gente e per essere utilizzato.

Raggiunta la metropolitana rimango scioccato dall’incredibile garbuglio di ferrovie e dai treni nuovissimi e moderni, confortevoli e pieni di ogni risposta a qualsiasi domanda del cliente.

Visito il ponte dell’arcobaleno; adibito a due linee di trasporto, macchine e metropolitana, è aperto ai pedoni, ma non alle biciclette o ai motocicli.

Posso osservare la baia di Tokyo e anche il monte Fuji, grazie alla bellissima gironata e al cielo sereno. Mi lascio accarezzare dalla brezza leggera e osservo spensierato il panorama mozzafiato che si apre sotto di me: uno skyline della città e la baia, illuminata e romantica.

La giornata trascorre velocemente e devo tornare in albergo per partire di nuovo.


Oceania

Oceania aspettami!

Faccio le valigie e in taxi mi metto a leggere la guida.

Scopro che l’Oceania è costituita da un innumerevole numero di isole e isolette, una grande occasione per dedicarmi al relax e allo snorkeling.

Visito le Isole di Salomone e il Mar dei Coralli, dove non posso non immergermi, visto che ospita la più grande barriera corallina del mondo. Osservo coralli di ogni forma e tipo, e la vita che li circonda è fiorente e animanta. Miliardi di pesci dai più variopinti manti e pinne, danzano in mia presenza mostrandosi leggeri e audaci, sfiorandomi per poi scappare via. Mi lascio cullare dal fluttuare del mare e dal muovermi lentamente, per non perdermi nemmeno un attimo di quella meravigliosa esperienza nel profondo blu, che mi mostra la magnificenza della sua vita silenziosa che passa inosservata, ma preziosa e stupefacente.

Trascorro il mio primo pomeriggio alle Fiji sulle spiaggie bianche e calde, prendendo il sole e rilassandomi.

I giorni successivi vago tra l’entroterra rigoglioso e verdeggiante, e l’oceano cristallino e invitante, spostandomi poi alle Hawaii, dove non posso non concedermi una nuova immersione e un giro in catamarano, dove trascorro l’intera giornata, con un mio nuovo amico polinesiano, mangiando pesce fresco appena pescato.

Mi lascio alle spalle il mare mozzafiato della Polinesia per raggiungere le Ande del Perù.

Il viaggio spossante mi impedisce di cominciare subito la scalata, quindi mi metto d’accordo con il gruppo montano del centro informazioni turistiche per l’indomani.

Mi addormento, dopo un pasto sostanzioso.

Di prima mattina, dopo una colazione abbondante, parto con il gruppo organizzato per scalare, o almeno tenarci , le Ande.

Su un pullman privato, vaghiamo per la pianura e ascoltiamo una guida un po’ monotonta, parlarci della storia e formazione di questo straordinario promontuorio montuoso.

Arrivati al punto d’inizio della camminata, abbandoniamo il pullman e cominciamo la nostra piccola scalata, mentre un istruttore ci insegna ad appoggiare bene i piedi e ad osservare la natura che ci circonda.

Passo dopo passo saliamo lungo i pendii un po’ ripidi e sassosi. Faccio attenzione a non prendere storte o cadere, guardando bene dove cammino.

Ci fermiamo per una prima sosta in una radura non troppo ampia, non molto distante dall’inizio della valle.

Ci togliamo gli zaini e beviamo un po’, mentre la natura intorno a noi ci sovrasta e ci accoglie. Il verde degli alberi di ogni tipo e specie spicca sul colore più chiaro dell’erba, invitante e morbida. L’azzurro di laghi e fiumi si perde e gioca a nascondino tra le roccie e le colline, scorrendo indomito. Il cielo sopra di noi è intenso e limpido, con qualche nuvola bianca e paffuta che si passa indisturbata. Chiudo gli occhi e respiro l’aria pulita e pura di questo luogo incontaminato e mi sento colmo di speranza e di benessere, lontano dallo stress del traffico e dei troppi impegni. Respiro quell’aria libera, selvaggia e ribelle che mi fa sentire carico di elettricità e di voglia di fare mille e più cose insieme, un’aria elettrostatica che mi scuote dentro, mi tocca l’anima. Allargo le braccia e mi avvicino leggermente a limite della roccia e lascio che l’aria mi accarezzi il viso e mi spettini i capelli, saltuandomi.

La marcia riprende e il sole comincia a diventare, veramente, caldo.

Camminiamo per diverse ore, accaldati e affaticati, ma lo spettacolo che la montagna ci offre, ci ripaga delle fatiche compiute.

L’aria inizia a diventare carica d’ossigeno e pensante da respirare.

L’istruttore, dopo tre ore e raggiunto un nuovo spiazo dove poter riposare, ci dice di fermarci e che non possiamo proseguire più di così. La temperatura sta salendo e l’aria sta cambiando, professionisti con altre attrezzature si avventurano in zone più elevate e oltre la nostra fermata.

La vista da quella posizione è emozionante: la valle è più lontana e tutto sembra piccolo e speduto sotto l’immensità della montagna che impervia, domina il mondo sottostante, come un grande occhio che giudica la vita sotto di sé, severo e austero.

L’istruttore ci consgilia di guardare in alto e, incredulo, vedo, per la prima volta nella mia vita, un’aquila reale volare libera e leggiadra sopra le nostre teste. Rimango con la bocca spalancata ad osservare la bellezza di quel volatile imponente e dall’apertura alare grandissima, bello e regale, si lascia trasportare dalle correnti d’aria che soffiano sulla vetta.

La guardo, elegante e stupenda, e porvo invidia per la sua libertà e leggerezza.

Mangiamo un paio di panini e osserviamo la natura indomita tutt’intorno a noi.

Ci impieghiamo altre quattro ore e mezza a scendere e raggiungere il pullman.

Sono stanco, ma appagato dalla vista magnifica e la camminata fatta oggi.

Una delle esperienze che mi hanno, davvero, emozionato, come tutto in questo viaggio pazzesco che ho deciso di compiere all’ultimo momento. Non so quale episodio e istante sia il mio preferito, perchè ogni cosa ha il suo valore ed, ora, è un ricordo unico nella mia mente.

Sul pullman divago tra i miei pensieri; tra poco raggiungerò Esmeralda a Rio de Janeiro. Sono emozionatissimo e non vedo l’ora di vederla!

Raggiungo l’albergo e mi faccio una doccia prima della cena.

Mangio a sazietà e scrivo alla mia bella, pregustando l’attimo in cui la rivedrò.

A quanto scrive, anche lei è emozionata come me.

Mi addormento con uno stupido sorriso sulle labbra.

Mi sveglio presto, anche se è tardi.

Per poco non perdo l’aereo!

In fretta e furia raduno le mie cose e non mi fermo nemmeno a fare colazione, corro a prendere un taxi e mi precipito all’aereoporto.

Per un pelo!

In aereo mi aggiorno su Rio.


Brasile

Guardo la data sul mio Rolex, è già passato poco più un mese da quando sono partito. Il tempo è davvero volato.

Atterro e mi reco all’hotel dove deposito i miei bagagli. Telefono ad Esmeralda. Sentire la sua voce mi elettrizza il corpo e mi fa mancare un battito. Ci accrodiamo e viene a prendermi all’hotel, per poi girare insieme questa stupenda città. Dopo mezz’ora mi raggiunge e la vedo. Il cuore mi si ferma e sorrido, felice come non lo ero da tempo. L’abbraccio d’istinto e, in un primo momento lei è titubante, poi si lascia andare e mi stringe a sua volta. Rimaniamo così per alcuni minuti. Parliamo di tutto e di niente, mentre mi perdo di nuovo nei suoi occhi incredibili.

Sono una delle stupende meraviglie che ho visto in questo viaggio, una delle più vivide.

Ci incamminiamo e lei mi fa da cicerone, visto che è a Rio da qualche giorno.

Mi dice che la città è divisa in quattro zone: la zona Nord, residenziale, il Centro,  la zona Sud, ricca e prettamente turistica, e la zona Ovest.

Cominciamo dal Centro, visto che la zona Nord è piena di vastissime e ricche case e residenze.

Il centro è storico e nucleo della città da cui poi si è sviluppata ed espansa. Visitiamo la chiesa della Candelaria, in stile Barocco e Neoclassico, con ricche decorazioni interne, e la Cattedrale, alta e moderna. Prendiamo il caratterostico tram giallo, “Bonde”, che ci trasporta da un punto all’altro della città. Raggiungiamo così la zona Sud, composta da numerosi Barrios, tra cui Leblon e Capacabana, che, iniseme ad altri cinque, compongono la nota linea costiera di Rio.

La spiaggia di Copacabana è una delle più grandi e affollte, qui si celebra la grandiosa festa del Capodanno, che, questa città, sa rendere unica e spettacolare.

Superiamo la spiaggia e raggiungiamo il quartire di Urca, dove si trova il Pan di Zucchero, la montagna, il cui nome caratteristico deriva dalla famosa gobba che svetta sul mare.

Approdiamo alla zona Nord, dove mi concedo una visita allo Stadio Maracanã, il più grande stadio di calcio del mondo.

Nella zona Ovest attraversiamo altri Barrios e, infine, decidiamo di lasicarci cadere sulla sabbia morbida e bianca della spiaggia che ci accoglie e ci permette di chicchiareare.

Parliamo di noi e dei nostri interessi, cominciamo a conoscerci e lei mi piace sempre di più. Sorride continuamente e si imbarazza facilmente.

Adorabile.

Mi dice che è contenta di avermi conosciuto e che le dispiacerebbe che la nostra amicizia si fermasse qui.

Non ne ho nessuna intenzione!

Le racconto dei miei viaggi e la rassicuro, voglio conoscerla e frequentarla. Ho anche un piano su come fare, anche se viviamo a due lati opposti del mondo. Le parlo della mia idea di aprire una sede della mia azienda a New York e la voglia di starle vicino. Lei mi guarda con i suoi occhi azzurri come il cobalto, che brillano.

Dice di essere lusingata, ma che non devo cambiare vita per lei. Io le dico che è quello che voglio fare e lo avrei fatto anche se non ci fossimo mai incontatri. Così parliamo del futuro delle cose che vogliamo fare, dei nostri gusti delle nostre famiglie, fidanzati e fidanzate. Siamo entrambi single, grazie al cielo!

Ci comportiamo come adolescenti al primo appuntamento e io mi trovo a ridere e a divertirmi come non mi succedeva da tanto con una donna.

Arriva sera e ci rintaniamo nei nostri hotel dandoci appuntamento per qualche ora più tardi, volendo osservare la prima scintilla di vita notturna brasiliana.


Ceno e mi preparo impaziente,vestendomi con i miei pantaloni neri, una camicia leggera bianca slacciata con le maniche arrotolate fino al gomito.

I capelli sono cresciuti e mi cadono in disordine, ma come se fosse studiato, lungo la fronte, le tempie e dietro, sul collo.

La barba, che ho lasciato un po’ crescere, è in di una lunghezza modesta regolata e ordinata, visto che non mi piace incolta.

La carnagione si è scurita e sono abbronzato. Le rughe intorno agl’occhi cominicano a farsi notare, ma ho l’espressione rilassata e pacifica che mi da dieci anni in meno. Sorrido allo specchio ed esco.

Esmeralda è stupenda: inossa un vestito leggero beige, scollato ma non troppo, adrente che mette in mostra le sue curve. I capelli lunghi le ricadono selvaggi sulle spalle e la schiena. Sandali bianchi ai piedi e truccata leggera ha messo in risalto i suoi occhi dal colore meraviglioso e le sue labbra piene e carnose. Non riesco a trattenere il pensiero di volerle assaggiare.

È venuta a prendermi con le sue amiche e tutte ridacchiano alla mia espressione ebete nell’osservare quella donna bellissima che mi sta di fronte. Le sento bisbigliare qualcosa che non comprendo. Saluto tutte e do un bacio sulla guancia, veloce, ad Esmeralda che arrossice. Sorrido.

Ci incamminiamo verso le spiagge e la zona turistica. Nel camminare chiacchieriamo e mi informano che raggiungeremo un’altra compagnia dove ci saranno altri uomini. Sospiro di sollievo e ridiamo tutti.

Proseguendo, Esmeralda mi prende a braccetto. Rimango piacevolmente sorpreso, poi le sorrido e le accarezzo la mano. Il suo contatto sveglia il mio corpo e lo elettrizza.

Le luci di Rio sono accese e abbaglianti, il calore della sera ci permette di star bene a maniche corte.

La vita è al suo culmine durante la notte. Musica di ogni genere e tipo pusla dai locali e dai bar, risate e schiamazzi animano le strade.  Il via vai di gente di ogni età colora le strade.

Raggiungiamo gli altri amici e entriamo in diversi locali, ridendo, bevendo e divertendoci. Dopo due ore, siamo un po’ brilli, decidiamo di andare in spiaggia. Togliendoci le scarpe la sabbia ci solletica i piedi. Esmeralda ride e non riesco a non attirarla a me e stringerla in un abbraccio forte e possessivo. Lei mi lascia fare. Si sono formate diverse coppiette nel gruppo e ognuno si sente a suo agio.

Osserviamo la luna che si specchia nel manto azzurro dell’Oceano e camminiamo sul bagnasciuga. Parliamo e ridiamo, seprandoci un po’ dagli altri. Le parole lasciano spazio al silenzio complice, mentre ci teniamo mano nella mano e, in un momento di estrema audacia, la tiro a me e poso le mie labbra sulle sue, sentendone, finalmente, il sapore dolce. Il bacio è intenso e passionale e in quel momento esatto, sotto una luna chiara e lattea, le stelle e vicino al mare di Rio, capisco di essere innamorato e di aver trovato un motivo per essere felice.

Lei mi guarda e sorride, mi dice che mi aspettava da tempo e crede di essersi innamorata di me. Io do voce ai miei sentimenti, ricambiandola e stringendola a me. Ora mi sento completo come mai.

Torniamo sui nostri passi e poi ci dividiamo, per raggiungere i nostri hotel.

Mi addormento felice e con la testa ancora su quella spiaggia.


Trascorro la mattina con Esmeralda, come due innamorati, però nel primo pomeriggio devo partire, torno a casa.

Preparo le valigie e mi sento un po’ depresso. All’aereoporto anche lei sembra triste e abbatutta nel doverci saltuare. La bacio e le assiucuro che ci vedremo presto.

Arrivo a Milano, dopo tre ore e riabbraccio la mia famiglia, mia madre non trattiene le lacrime e mi assicura una cena fatta con le sue mani. Chiacchiero e mi intrattengo con i miei famigliari e amici di vecchia data, raccontando le mie avventure. Tutti mi ripetono che sono un folle, un pazzo. La crisi di mezz’età, dicono. Ma io penso di aver fatto il viaggio più importante della mia vita, e, per la prima volta, so di aver fatto la cosa più giusta per me.

La mattina dopo vado in ufficio e saluto i colleghi, parlo con il mio capo e gli azionisti, proponendo il mio progetto di una filiale newyorkese. Il progetto era in porto già da qualche anno e i soci sono entusiasti dalla mia passione e voglia di fare.

In poco meno di due stettimane, tenendomi in contatto con Esemeralda, raggiungo l’accordo di aprire una sede in America.

Riparto e sta volta per sempre.

In un mese tutto è stato fatto e deciso, i miei famigliari sono un po’ preoccupati dalla lontanza, ma felici che io abbia trovato la mia strada.

Raggiungo New York un mese e mezzo dopo quel giorno in spiaggia a Rio.

Io ed Esmeralda ci ritroviamo per non lasciarci mai più.

Ho trovato me stesso e il mio scopo, finalmente.

Una nuova avventura inizia. Un viaggio in un’unica città, ma il viaggio più fantastico e incredibile mi aspetta ora: il viaggio della mia vita.

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