I Poli: Artide, info generali, cosa sapere e vedere

…Conoscere l’Antartide è come viaggiare attraverso un mondo così estraneo a quello in cui viviamo che ci da l’impressione di aver cambiato Pianeta o di aver messo piede nell’Era Glaciale della preistoria del mondo… (Hernan Pujato, Esploratore argentino)

 

Posizione geografica

L’Artide è la regione del mondo circostante il Polo Nord. Questa regione include parti di Russia, Alaska, Canada, Groenlandia, Islanda, Lapponia, e Norvegia (assieme alle isole Svalbard), come naturalmente l’Oceano Artico. L’isoterma di 10°C (50°F) di Luglio è considerata il confine di questa regione.

 

La popolazione

Molto tempo prima che gli europei raggiungessero l’Artide la regione era scarsamente popolata, fatta eccezione per l’Islanda, che era completamente disabitata. Le popolazioni autoctone appartenevano a diversi gruppi etnici, che parlavano vari idiomi, ma che erano tutti originari dell’Asia. Gli inuit (esquimesi) giunsero fino all’oceano Atlantico, in Groenlandia, mentre i lapponi toccarono la Norvegia.
Le regioni artiche della Russia sono popolate da circa una ventina di gruppi etnici, fra i quali i komi, che sono circa 250.000 e occupano le zone artiche della Russia europea; gli jacuzi, che sono circa 300.000 e che vivono soprattutto nel bacino del fiume Lena; i tungusi, circa 70.000, che abitano una vasta regione a est del fiume Jenisej; gli jukagiri, circa un migliaio, stanziati principalmente tra i fiumi Jana e Indigirka; e i cukci, circa 15.000, insediati nell’estrema zona nordorientale della Siberia.
Nei territori artici dell’America settentrionale vivono tre gruppi etnici principali – gli aleuti, gli indiani d’America e gli inuit – 65.000 dei quali nel Canada settentrionale e 51.000 in Alaska. Gli aleuti sono insediati soprattutto nelle isole Aleutine, mentre gli indiani d’America in generale occupano le aree in cui si estendono le praterie; gli inuit, invece, vivono soprattutto nell’Alaska e nel Canada settentrionali, oltre che nelle zone costiere della Groenlandia.
Tutte le popolazioni autoctone dell’Artide in origine dipendevano interamente dalle attività di caccia o pesca, o da entrambe, e utilizzavano materie prime naturali per l’abbigliamento, gli utensili, le case e i mezzi di trasporto. Questi prodotti erano abilmente progettati e lavorati, e spesso erano mirabilmente decorati. I kayak (un’imbarcazione monoposto resa impermeabile da una ricopertura di pelli di foca), i parka (un indumento impermeabile, anch’esso realizzato con pelli di foca) e gli arpioni degli inuit sono tra i manufatti artigianali più tipici delle regioni artiche.
L’Artide è stata poi colonizzata da popolazioni provenienti da zone più meridionali. Norvegesi e russi raggiunsero il litorale dell’Europa settentrionale più di mille anni or sono, epoca in cui i vichinghi si stabilirono in Islanda. In periodi più recenti, scienziati, minatori e missionari hanno dato vita ad alcune comunità nelle regioni artiche.
Nei territori artici dell’Alaska, del Canada e della Groenlandia non esistono grandi città: gli insediamenti più popolosi hanno di solito meno di 10.000 abitanti; ma le regioni artiche della Scandinavia e della Russia accolgono invece diverse città anche di notevoli dimensioni, quali Murmansk in Russia e Tromsø in Norvegia. Anche Reykjavík, la capitale dell’Islanda, è un importante centro urbano.

 

La lingua

La lingua degli Inuit è parlata in tutta l’Artide nordamericana e in qualche misura nella zona subartica, nel Labrador (circa 90.000 parlanti):  L’inuit appartiene alla famiglia delle lingue eskimo-aleutine; Sono riconoscibili sedici varietà, a loro volta raggruppate in quattro grandi gruppi:
– l’inupiaq (in Alaska settentrionale);
– l’inuktun (nell’Artide occidentale canadese);
– l’inuktitut (nell’Artide orientale canadese);
– il kalaallisut (in Groenlandia).
L’inuit rappresenta un tipo particolare di lingua agglutinante, definita lingua polisintetica: ciascuna parola è formata da un morfema radicale al quale si aggiungono altri morfemi suffissi, con la formazione di “parole-frase” spesso lunghe e complesse.

 

Storia, religione, associazioni

L’organizzazione della società si basa sulla solidarietà fra villaggi; la proprietà è, per la maggior parte, collettiva e la famiglia in genere è poco numerosa.
La religione si basa sulla credenza che molti animali e fenomeni naturali abbiano un’anima o uno spirito. La principale personalità religiosa è lo sciamano, spesso di sesso femminile. La popolazione ha costituito la ICC (Inuit Circumpular Conference), un’organizzazione non governativa e plurinazionale, a salvaguardia della propria cultura, che rappresenta 150,000 persone abitanti nei territori di Canada, Groenlandia, Alaska, Russia.

 

Economia e trasporti

L’economia degli Inuit è oggi molto più diversificata di quanto non lo fosse in passato. Molteplici sono le sculture e le incisioni, un’arte che ha permesso agli Inuit di essere molto conosciuti in questo campo anche all’estero. Queste opere, vendute generalmente tramite cooperative, costituiscono una costante fonte di guadagno per molte comunità.
La crescita delle comunità Inuit ha procurato posti di lavoro nei servizi, nelle industrie e negli uffici statali. Alcune di queste comunità sono purtroppo troppo lontane per accedere ai principali mercati del lavoro e quindi il problema di diversificare ulteriormente l’economia e fornire significative possibilità di lavoro per i giovani resta uno dei problemi ancora da risolvere.
La caccia e la pesca sono comunque ancora alla base del commercio e dell’alimentazione degli Inuit. La cattura d’animali da pelliccia e la caccia alle foche sono ancora praticate, sebbene la politica per la protezione degli animali da pelliccia abbia notevolmente ridotto il valore di queste industrie un tempo assai redditizie.

 

TRASPORTI
I trasporti terrestri, marittimi e fluviali nelle regioni artiche sono ostacolati dalla copertura di ghiaccio, che in alcune aree è permanente, mentre in altre è solo stagionale. Nell’Artide esistono poche strade, alcune arterie importanti solcano il Canada continentale, la Russia settentrionale e le regioni nordiche della Norvegia e della Svezia.
La navigazione costiera riveste un ruolo significativo in diverse regioni dell’Artide, in particolare nel mare di Barents, nei mari siberiani, oltre che nei mari settentrionali della Scandinavia, dell’Alaska e del Canada. In inverno solo le navi rompighiaccio possono percorrere le rotte marittime. La Russia artica dispone di un ottimo sistema di navigazione fluviale, praticabile però soltanto nei mesi estivi.
Il trasporto aereo ha grande importanza in tutte le regioni artiche. Le principali città sono dotate di aeroporti e alcune compagnie aeree minori collegano le comunità isolate e gli insediamenti minerari con i centri maggiori.

 

IL CLIMA

Il clima è molto rigido, la sua temperatura varia tra i -10 °C e i -50 °C con massime che raggiungono + 10  C° durante la stagione estiva.
Le stagioni sono solo due: l’estate, che dura 182 giorni e l’inverno che ne dura 182. Durante la prima stagione la luce è praticamente sempre presente e il sole è in un perenne tramonto, mentre durante l’ inverno la luce è quasi completamente assente.
L’Artide è anche conosciuto con il nome di Terra del sole di mezzanotte, come succede oltre il Circolo Polare Artico: infatti il 21 giugno (solstizio d’estate) l’area è per tutte le 24 ore illuminata dal sole, mentre il 21 dicembre (solstizio d’ inverno) è sempre in ombra.

 

GROENLANDIA

LA STORIA

La storia della Groenlandia si potrebbe riassumere così: ‘Non accadde nulla di rilevante, non accadde nulla di rilevante, non accadde nulla di rilevante. Poi arrivarono un paio di tizi, ma se ne andarono quasi subito. Passarono diversi decenni – senza che accadesse nulla di rilevante – e arrivò un altro tizio dai capelli rossi, che si trattenne un po’ di più, ma dopo, per circa quattro secoli, la situazione si tranquillizzò e non accadde nulla di rilevante’. Come entità storica, alla Groenlandia mancano le guerre sanguinose, i colonnelli, i tiranni da quattro soldi, le lotte di successione e altri drammi shakespeariani. La mancanza di avvenimenti importanti e guerre sanguinose si può ascrivere a due fattori: l’esiguità della popolazione, sparpagliata su un territorio molto vasto, e lo sforzo di sopravvivere in condizioni climatiche ostili che ha sempre lasciato poco tempo per l’attivismo politico.
La storia della Groenlandia è un qualcosa di inafferrabile: una miscela di saghe leggendarie, aneddoti, fatti scientificamente provati e supposizioni. Si pensa che 5000 anni fa essa fosse abitata da due distinte tribù, che con il tempo si fusero o si estinsero una dopo l’altra, anche se di loro non si sa poi molto. Queste due tribù furono seguite dai Saqqaq, di cui si sa qualcosa in più poiché lasciarono una miriade di manufatti che successivamente furono riportati alla luce e studiati dagli archeologi. Né le ipotesi né i dati scientifici sono finora riusciti a spiegare perché si estinsero anch’essi.
Passò del tempo e finalmente nel X secolo la storia della Groenlandia si rimise in moto con la repentina comparsa della cultura thule, che si espanse rapidamente verso est. I thule erano relativamente avanzati e a loro si deve l’introduzione di due simboli della Groenlandia: il qajaq (‘kayak’) e la slitta trainata da cani. Furono probabilmente queste due invenzioni che li salvarono dalla stessa tragica fine cui andarono incontro le sventurate tribù che li precedettero.
La Groenlandia non ebbe contatti duraturi con gli europei finché Erik il Rosso, il leggendario vichingo, non vi trascorse sei anni in esilio. Fu proprio Erik il Rosso a battezzarla Groenlandia (‘terra verde’), anche se il nome si rivelò più lirico che realistico; per gran parte dell’anno infatti la Groenlandia era tutto fuorché verde. Questo, però, non scoraggiò gli islandesi, che si precipitarono numerosi a colonizzare la Groenlandia e per un paio di secoli si dedicarono alla pastorizia, all’agricoltura e alla caccia, mentre il paese scivolava gradatamente nel suo abituale oblio. Nel 1621 la Groenlandia rinunciò alla sua indipendenza ed entrò a far parte dei possedimenti della Corona di Norvegia; 130 anni dopo il paese fu stretto dalla morsa del grande gelo e quando il mondo esterno riallacciò i contatti, dopo il disgelo, i coloni se n’erano andati, o completamente assorbiti o uccisi dai thule.
La Groenlandia fu dimenticata per altri tre secoli, finché la possibilità di scoprire un passaggio tra l’Europa e l’estremo oriente, i guadagni che potevano derivare dalla caccia alla balena e lo zelo dei missionari non la rimisero al suo posto sulla cartina. Per i missionari luterani l’opera di conversione fu un gioco da ragazzi: qualsiasi religione che avesse punito i malfattori mandandoli in un clima caldo avrebbe avuto una grossa presa sugli inuit.
Nel 1605, quando ormai la Norvegia aveva rinunciato alla Groenlandia, la Danimarca organizzò una spedizione per rivendicare il paese a nome del re e successivamente vi mandò lo zelante missionario Hans Egede come suo rappresentante.
Poco dopo si scatenò la corsa alla conquista dell’estremo nord, che vide come protagonisti principali gli inglesi e gli americani. I libri di storia indicano l’esploratore americano Robert Peary come la prima persona che raggiunse il Polo Nord, ma non vi sono prove a sufficienza per confermare la veridicità del suo resoconto e quindi non si esclude la possibilità che Peary sia stato battuto da Frederick Cook. Gli inuit riservano tuttavia la loro ammirazione a un esploratore groenladese di nome Knud Rasmussen. Oltre a essere un abile esploratore, dotato di infinita energia e capacità di sopravvivenza, Rasmussen era anche sinceramente attaccato agli inuit e alla loro cultura. Impiegò nel raccogliere canzoni, letteratura e mitologia lo stesso tempo che dedicò alla raccolta di campioni geologici.
Benché nel XVII secolo fosse stata stabilita la sovranità danese, nel 1924 la Norvegia rivendicò la Groenlandia rifacendosi ai coloni islandesi del II secolo. Ma perse la causa e nel 1953 la corte internazionale ratificò la sovranità della Danimarca sulla Groenlandia. Tale status durò per altri 20 anni, finché la Groenlandia chiese e ricevette maggiore autonomia. Nel 1979 il parlamento danese concesse alla Groenlandia l’autonomia governativa e nel 1998 il diritto alla piena e incontrastata indipendenza.
Le elezioni parlamentari del 3 dicembre 2002 hanno premiato i partiti della sinistra; determinante per la vittoria è stata la loro proposta di indire un referendum per decidere se staccarsi dal “protettorato” danese.

CULTURA
Benché oggi gli inuit non rinuncino a modernità come i cibi conservati provenienti da climi più caldi, i computer, le automobili lussuose e i motori fuoribordo, solo 40 anni fa i groenlandesi conducevano ancora uno stile di vita tradizionale che ruotava intorno alla caccia. Essi ritenevano che gli umani fossero ombre – più dei morti che dei vivi – e che solo le tecniche e i rituali della caccia potessero mantenerli nel regno degli umani: ogni errore li avrebbe fatti ricadere nel precedente regno degli animali. L’armonia con la terra, il rispetto per i morti e il dovuto omaggio agli animali che si sacrificavano per il bene dell’umanità erano i valori di un buon cacciatore e impedivano al mondo di cadere dal proprio equilibrio. Secondo il folklore inuit ci fu anche un tempo in cui gli uomini potevano parlare con gli animali; le parole avevano natura sciamanica e possedevano un ‘tengeq’ o potere intrinseco. Se venivano pronunciate con noncuranza perdevano immediatamente il loro potere. Questa credenza spiega in parte la riluttanza quasi leggendaria degli inuit a perdere tempo in chiacchiere. La loro concisione fa sembrare la maggior parte dei non inuit sfacciati e arroganti.
I tupilak, un tempo incisi nelle ossa, nella pelle e nei pezzi di torba, sono piccole figure grottesche che non apparirebbero fuori luogo in un film dell’orrore. Originariamente venivano realizzati per portare sfortuna o addirittura provocare la morte di qualcuno, ma l’incisore doveva fare attenzione che il feticcio della vittima fosse più debole del suo per evitare una reazione fatale. Oggi i tupilak vengono incisi nelle corna dei caribù, nella steatite, nel legname trasportato dall’acqua, nelle zanne dei narvali, nell’avorio dei trichechi e nelle ossa e, poiché vengono venduti come souvenir, l’unico loro potere è quello di attirare il denaro dei turisti.
Si è detto che la lingua groenlandese assomigli agli sforzi fatti da un bambino di due anni alla macchina da scrivere: lunghe catene di parole megasillabiche tenute assieme ripetendo le vocali e con qualche ‘q’ in più di quelle cui sono abituati gli occidentali. Se essa suona difficilissima da imparare, è perché lo è veramente. Una difficoltà in più deriva dall’abitudine che hanno i groenlandesi di abbreviare in modo del tutto spontaneo le parole mostruosamente lunghe, cosicché queste diventano ancora più enigmatiche per gli stranieri muniti di frasario.
Il cibo tipico groenlandese è fresco e sanguinolento: carne di tricheco, foca e balena. Le parti più gustose della preda (gli occhi, i reni e il cuore) venivano anticamente riservate al capo cacciatore, mentre le altre venivano distribuite secondo una ben precisa gerarchia. Dell’animale non si scartava nulla. Una specialità groenlandese descritta da Jean Malaurie in ‘The Last Kings of Thule’ si otteneva mescolando escrementi di pernice a grasso di foca; un’altra consisteva in grasso di narvalo e acqua mescolati con cervella di tricheco ed erba digerita dal primo stomaco di una renna. Oggi le abitudini alimentari dei groenlandesi sono cambiate: si tende sempre più verso una cucina internazionale e chiunque volesse provare a reintrodurre le specialità groenlandesi dovrebbe prima pensarci due volte. È difficile immaginare uno di questi piatti, o una variazione sul tema, pubblicato su Vogue Cuisine. Nel frattempo la caccia è stata ampiamente rimpiazzata dai supermercati e sulla lista della spesa compaiono persino i frutti tropicali, ma le bistecche di balena e la carne di foca preconfezionate si trovano ancora in vendita nel reparto surgelati.

AMBIENTE
La forma del paese ricorda la scarpa di una strega vista da un lato, con il tallone contro la calotta polare artica e la punta digradante verso lo Stretto di Danimarca. Oltre tre quarti del paese, poco meno del Texas moltiplicato per tre, sono perennemente ricoperti dal ghiaccio. Il peso di tutto questo ghiaccio ha fatto sì che la parte centrale del paese si incurvasse, formando un avvallamento che raggiunge la profondità di 360 m sotto il livello del mare. Dall’acqua si stagliano torreggianti colonne cristalline di ghiaccio, dai ghiacciai si staccano iceberg enormi e i fiordi modellano la costa. Se mai si premesse il pulsante dello scongelamento cosmico, si riverserebbe in mare così tanta acqua da trasformare le città costiere di tutto il mondo in grandi piscine urbane.
La peculiare geografia della Groenlandia e la sua vicinanza al Polo Nord determinano una serie di fenomeni naturali spettacolari, i più affascinanti dei quali sono senza dubbio l’aurora boreale e l’effetto Fata Morgana. Il velo di luci colorate dell’aurora boreale, quasi sempre verde chiaro o rosa, è dovuto a particelle cariche emesse dal sole che si scontrano con l’atmosfera terrestre. L’aurora boreale è uno spettacolo magnifico, ma l’effetto Fata Morgana è un’esperienza davvero sorprendente. I riflessi dell’acqua, del ghiaccio e della neve, combinati con le inversioni termiche, provocano visioni concrete e ben definite laddove non esiste nulla. Da qui derivano i fantastici racconti di velieri che solcano il ghiaccio, grandi città inesistenti e verdi foreste all’orizzonte.
La vegetazione in Groenlandia è quasi tutta rachitica, ma verso la fine dell’estate le pianure del sud si ricoprono di fiori selvatici – camomilla, denti di leone, campanule e papaveri rossi – e di bacche. Il clima rigido consente di sopravvivere solo agli animali più forti, ma le carenze in termini numerici sono compensate dalle rarità. Sulla terraferma si possono vedere caribù, buoi muschiati, orsi polari, lemming, volpi polari e volpi blu (delle quali è molto apprezzata la pelliccia), mentre in acqua vivono diverse specie di balena, dall’orca al bellissimo beluga bianco. I mari ghiacciati ospitano anche il narvalo, con la sua caratteristica zanna, e ovviamente varie specie di foche e trichechi.
La Groenlandia e Greenpeace sono una miscela altamente imprevedibile. La posizione assunta da Greenpeace contro la caccia alla balena e alla foca arrivò a distruggere la base economica della Groenlandia, soprattutto nel nord, dove la caccia di sussistenza rappresenta l’80% delle entrate. In seguito Greenpeace riconobbe la Groenlandia come un caso a sé stante e la caccia di sussistenza (fuorché nel caso di specie in via di estinzione) viene ora accettata, ma molti groenlandesi non hanno ancora mandato giù l’ingerenza dell’organizzazione riguardo il loro tradizionale stile di vita.
Estate è un termine relativo in Groenlandia, ma sostanzialmente indica il periodo compreso tra maggio e luglio, quando il termometro fa un grosso sforzo per arrivare a 20°C. Non va però dimenticato il fattore vento e questo significa che sono ancora necessari una giacca calda o un pullover. L’estate è il periodo del sole di mezzanotte, quando la luce rischiara il giorno e la notte e i groenlandesi fanno lunghe passeggiate e gite in barca alle ore più impensate. Durante i mesi estivi il normale calendario si prende una pausa. Ovviamente, il rovescio della medaglia è che quando arriva l’inverno, arriva per vendicarsi. In inverno la temperatura scende fino a -20°C a sud e -40°C nell’estremo nord e, mentre il sud è talvolta gratificato da qualche ora di pallido sole, l’estremo nord vive le vere notti polari, senza vedere la luce del sole per intere settimane.

 

SVALBARD

A metà strada fra la penisola norvegese e il Polo Nord si trova l’arcipelago delle Svalbard di cui Longyearbyen è la capitale amministrativa con circa 1500 abitanti. Il luogo offre numerosi servizi e attrazioni sia per gli abitanti che per i turisti. La natura delle Svalbard è possente e unica nel suo genere, con una ricca fauna che ben si adatta alle condizioni artiche. La luce artica è affascinante e indimenticabile, sia che si tratti del sole di mezzanotte, fra il 19 aprile e il 23 agosto, o della notte polare, dal 26 ottobre al 16 febbraio.
Un soggiorno alle Svalbard offre l’opportunità di vivere delle fantastiche esperienze nella natura, in ogni stagione dell’anno.

A metà strada fra la penisola norvegese e il Polo Nord si trova l’arcipelago delle Svalbard di cui Longyearbyen è la capitale amministrativa con circa 1500 abitanti. Il luogo offre numerosi servizi e attrazioni sia per gli abitanti che per i turisti. La natura delle Svalbard è possente e unica nel suo genere, con una ricca fauna che ben si adatta alle condizioni artiche. La luce artica è affascinante e indimenticabile, sia che si tratti del sole di mezzanotte, fra il 19 aprile e il 23 agosto, o della notte polare, dal 26 ottobre al 16 febbraio.
Un soggiorno alle Svalbard offre l’opportunità di vivere delle fantastiche esperienze nella natura, in ogni stagione dell’anno.

ATTIVITA’ E GITE
Alle Svalbard è possibile praticare una vasta gamma d’attività e in tutte le stagioni si possono vivere esperienze affascinanti: un giro sulla slitta trainata dai cani sotto la luce lunare, un viaggio da favola sotto un ghiacciaio, un giro in canoa lungo la costa ghiacciata con la foca che guarda incuriosita, o un’escursione in montagna sotto il sole di mezzanotte. Questo è solo una parte di quello che si può fare durante un viaggio alle Svalbard.

Una visita alle miniere può essere effettuata tutto l’anno, come anche la visita al Villmarksenter e la degustazione del vino della Casa. Lo stesso riguarda le escursioni panoramiche. Si possono effettuare gite di uno o più giorni.

ESTATE
Escursioni a piedi e in barca, gite sul ghiacciaio, ricerca di fossili, escursioni in canoa, rafting sul mare artico, grigliate, gite sulle slitte trainate dai cani, gite a cavallo e spedizioni di vario tipo.

INVERNO
Visita alle grotte di ghiaccio, gite sullo scooter da neve, sci, gite sulle slitte trainate dai cani, gite a cavallo e spedizioni di vario tipo.

ATTRAZIONI
Alle Svalbard si possono visitare luoghi interessanti:

  • La Galleria Svalbard: Che contiene fra l’altro bei quadri e belle fotografie su motivi legati al luogo
  • Il Museo Svalbard: Che offre una panoramica della storia, della flora e della fauna oltre che della geologia e dell’attività mineraria
  • La chiesa Svalbard: Che viene utilizzata, oltre che per le normali funzioni ecclesiastiche, come locale per una serie d’attività come concerti e serate a tema.

EVENTI

  • Polarjazz: 4/5 giorni alla fine di gennaio in cui si tiene una serie d’appuntamenti musicali di genere jazz, blues e bluegrass.
  • Settimana del sole: Un’intera settimana intorno all’8 marzo per festeggiare il ritorno del sole. Vengono organizzati una serie d’eventi come per esempio mostre, concerti, spettacoli e attività all’aperto.
  • Maratona di sci delle Svalbard: Si svolge dall’ultimo giorno d’aprile al 1º maggio.
  • Maratona di Spitzbergen: Maratona del 1º giugno.

CLIMA
Nonostante sia così vicino al Polo Nord, l’arcipelago delle Isole Svalbard gode di condizioni climatiche piuttosto “calde”, soprattutto  se paragonato ad altre zone alla stessa latitudine.
A Longyearbyen la temperatura media varia dai – 15° C dell’inverno ai + 6° C dell’estate; nel Marzo 1986 è stata registrata una temperatura minima di – 46,3°C, mentre la temperatura più alta è stata di +21,3°C nel Luglio 1979.
Non è insolito che alle Isole Svalbard durante l’inverno ci siano lunghi periodi con temperature tra i -20° ed i -30°C; a questo, si aggiunge il fattore del vento freddo che si unisce ed intensifica l’effetto delle basse temperature.
Durante l’estate sono frequenti le giornate nebbiose. In termini di precipitazioni, invece, la Svalbard possono essere descritte come “un deserto Artico”, con piogge e nevicate molto scarse.
Le condizioni meteorologiche alle Svalbard possono cambiare molto velocemente.

LA FLORA ALLE SVALBARD
Circa il 60% del territorio è coperto da un vasto numero di piccoli e grandi ghiacciai, mentre soltanto il 6-7% del terreno è coperto da vegetazione. Le aree più fertili si trovano nelle regioni del fiordo di Spitsbergen.
La flora ha un periodo di crescita molto breve, a causa delle basse temperature, della mancanza di precipitazioni e del terreno poco fertile; pertanto solo un limitato numero di piante riesce a sopravvivere a queste condizioni ostili. Nell’area circostante Longyearbyen sono state individuate più di 100 diverse specie di piante, su un totale di 176 registrato in tutto l’arcipelago.
E’ fondamentale avere molta cura della vegetazione alle Svalbard, la sua distruzione potrebbe lasciare tracce irreparabili.

LA FAUNA ALLE SVALBARD
Alle Isole Svalbard si può trovare la più alta concentrazione di uccelli dell’area Nord Atlantica (centinaia di migliaia di esemplari). Si possono trovare gazze marine minori,  gabbiani artici, fulmari artici; lungo le coste dell’arcipelago, così come nelle zone interne delle isole, si possono trovare colonie di anatre e trampolieri.
La maggior parte degli uccelli sono migratori, e d’inverno vivono nel Mare di Barents, lungo le coste della Norvegia o nel continente. Sono 36 le specie di uccelli che nidificano alle Svalbard; la pernice bianca delle Svalbard è l’unico uccello che vive nell’arcipelago durante tutto l’inverno.
La renna delle Svalbard e la volpe artica si possono trovare nella maggior parte delle isole.
L’orso polare è considerato un mammifero marittimo, poiché trascorre la maggior parte della sua vita sul pack alla deriva. Se ne possono incontrare numerosi esemplari nelle isole orientali dell’arcipelago; l’orso partorisce i cuccioli in “grotte” scavate nella neve sulla terraferma. Gli orsi si cibano prevalentemente di carne di foca.
Oltre alla foca degli anelli, si possono incontrare il coniglio marino, la foca comune, il tricheco, la balena bianca.
Il fondale del Mare di Barents ricco di sostanze nutritive è la risorsa comune che consente la sopravvivenza alla maggior parte degli animali che vivono alle Svalbard.

LONGYEARBYEN
La città di Longyearbyen è la sede del governo locale e il principale centro amministrativo delle Isole Svalbard. Conta circa 1800 abitanti e si è trasformata da  piccolo e tipico centro minerario a moderna comunità con diversi tipi di attività e industrie, offrendo numerose attività culturali ed opportunità. La popolazione di Longyearbyen è piuttosto giovane, composta da famiglie con molti bambini piccoli.
Poiché non ci sono strade tra le zone abitate, i mezzi di trasporto comuni sono le slitte a motore e le imbarcazioni. Gli abitanti sono veri appassionati di attività all’aria aperta!
A partire dal 2002, a Longyearbyen è stata introdotta una forma di democrazia basata su un modello appositamente costruito sulla base delle condizioni locali. Contemporaneamente, la responsabilità per i servizi sociali e l’amministrazione è stata trasferita dal governo norvegese al Longyearbyen Community Council, il nuovo organo eletto dalla popolazione.

Esplorazioni regioni artiche

I greci del IV secolo a.C. erano consapevoli dell’esistenza delle regioni artiche, che a quell’epoca erano popolate da inuit e da indiani d’America. Al principio del IX secolo d.C. alcuni monaci irlandesi fondarono una piccola colonia in Islanda. I vichinghi, provenienti dalla Scandinavia, vi giunsero poco dopo nello stesso secolo. Intorno al 982 il condottiero vichingo Erik il Rosso avvistò e diede il nome alla Groenlandia, scoprendola verde e accogliente, infatti Grønland in danese significa “Terra verde”. Nel corso dei quattro secoli successivi i vichinghi raggiunsero l’Artide canadese.
Le esplorazioni artiche successive a quelle vichinghe furono sollecitate dalla necessità, da parte degli europei, di cercare delle rotte marittime alternative verso l’Oriente: il passaggio di Nord-Est, lungo le coste dell’Asia settentrionale, e il passaggio di Nord-Ovest, attraverso le isole artiche dell’America settentrionale. Nel 1553 il navigatore inglese Hugh Willoughby diede avvio alla ricerca del passaggio di Nord-Est. Il suo compagno, Richard Chancellor, raggiunse il sito dell’odierna Arcangelo, sul Mar Bianco, aprendo così una nuova rotta commerciale.
La ricerca del passaggio di Nord-Ovest ebbe inizio alla fine del XVI secolo con i viaggi del navigatore italiano (al servizio degli inglesi) Giovanni Caboto, che non ebbe fortuna, così come molti altri che ne seguirono le orme. Nel 1576 l’esploratore inglese Martin Frobisher raggiunse l’Artide canadese; nel 1587 John Davis navigò quel tratto di mare che sarebbe poi stato chiamato stretto di Davis, fra la Groenlandia e l’isola di Baffin. Nel 1610 Henry Hudson localizzò la vasta baia che in seguito da lui prese il nome, e che venne riportata su una carta geografica nel 1612-13 dall’esploratore gallese Thomas Button. William Baffin, navigatore inglese, esplorò la baia che da quel momento si sarebbe chiamata baia di Baffin, nel 1616, giungendo a 77°45′ di latitudine nord, un primato che non fu superato per circa 200 anni.
L’esplorazione russa della costa della Siberia artica venne promossa dallo zar Pietro il Grande all’inizio del secolo XVIII. Il sovrano ingaggiò il navigatore danese Vitus Johansen Bering, che nel 1728 scoprì lo stretto che ne reca il nome e che separa la Siberia dall’Alaska.
Il governo britannico, con il proposito di trovare il passaggio di Nord-Ovest, nel 1818 organizzò la prima di una serie di spedizioni artiche guidate da William Edward Parry. Nel 1819 Parry toccò l’isola di Melville, nell’Artide canadese. Nel 1845 John Franklin guidò una spedizione britannica verso lo stretto di Bering, partendo dal canale di Lancaster, uno stretto nella Baia di Baffin. Le due navi della spedizione rimasero intrappolate dai ghiacci durante l’inverno del 1846 e Franklin morì nel giugno dell’anno seguente, insieme a molti altri membri dell’equipaggio. I sopravvissuti abbandonarono le due navi nell’aprile del 1848 per cercare la salvezza, ma morirono tutti quasi subito. Lo stesso anno furono avviate le ricerche delle due navi disperse, che furono raggiunte solo nel 1857, grazie al ritrovamento di una relazione scritta da Franklin a Victory Point. Lo svedese Adolf Erik Nordenskiöld, a bordo del Vega, portò a termine con successo la prima traversata del passaggio di Nord-Est nel 1878-79.
La prima spedizione artica ufficiale, intrapresa nel 1881-82, fu organizzata nell’ambito del primo Anno polare internazionale, sotto il comando del luogotenente Adolphus W. Greely. La base fu posta a Franklin Bay, sull’isola di Ellesmere, e furono compiute delle importanti osservazioni scientifiche, soprattutto di carattere meteorologico. La spedizione, però, si trovò presto in difficoltà e, nel 1884, quando giunsero alcune navi di soccorso, i diciassette membri della spedizione erano deceduti per il freddo e la fame.
Il territorio ghiacciato della Groenlandia venne attraversato per la prima volta nel 1888 dall’esploratore norvegese Fridtjof Nansen che, nel 1896, raggiunse gli 86°14′ di latitudine nord, a breve distanza dal Polo.
Fra il 1886 e il 1909 l’esploratore americano Robert Edwin Peary guidò diverse spedizioni nell’Artide, attraversando la baia di Baffin. Egli raggiunse Capo Morris Jesup (in Groenlandia), l’estremo punto settentrionale sulla terraferma artica, nel 1900, e il 21 aprile 1906, durante un tentativo di raggiungere il Polo Nord, toccò gli 87°6′ di latitudine nord. Nel 1909 raggiunse il Polo Nord alla guida di slitte trainate da cani, anche se molti ritengono che si sia soltanto avvicinato alla meta. Il primo viaggio in nave attraverso il passaggio di Nord-Ovest fu compiuto nel 1903-1906 dall’esploratore norvegese Roald Amundsen.
Nel 1906 l’antropologo americano di origine canadese Vilhjalmur Stefansson visse per un certo periodo di tempo presso gli inuit, nelle vicinanze del delta del fiume Mackenzie. Per approfondire lo studio di queste popolazioni, Stefansson, fra il 1908 e il 1912, in compagnia di Rudolph Anderson, viaggiò nella zona del golfo Coronation e dell’isola Victoria. Dal 1913 al 1918 Stefansson comandò la spedizione artica canadese, durante la quale furono scoperte nuove terre nell’arcipelago artico.
Nel maggio del 1926 l’aviatore ed esploratore statunitense Richard E. Byrd, insieme al compatriota aviatore Floyd Bennett, sorvolò il Polo Nord. Pochi giorni dopo Amundsen, Lincoln Ellsworth e Umberto Nobile portarono a termine un volo di oltre settanta ore sul dirigibile Norge, dall’isola Spitzbergen attraverso il Polo Nord fino all’Alaska, percorrendo circa 5460 km. Nel 1928 l’aviatore australiano George Wilkins volò da Punta Barrow, in Alaska, all’isola Spitzbergen. Nello stesso anno Umberto Nobile sorvolò ancora una volta il polo con il dirigibile Italia, che sulla via del ritorno precipitò; la ricerca e il salvataggio dei naufraghi risultarono drammatici e difficili e portarono tra l’altro alla scomparsa di Amundsen, che generosamente si era impegnato nell’opera di soccorso.
Nel 1932 l’Unione Sovietica istituì un ente amministrativo specifico per valorizzare le risorse siberiane con l’apertura di una via marittima commerciale attraverso il passaggio di Nord-Ovest. Quattro scienziati sovietici, guidati da Ivan Dmitrjevic Papanin, nel 1937, dopo aver stabilito una base di ricerca su un pezzo di ghiaccio staccatosi dalla banchisa, raggiunsero il Polo Nord. Durante l’estate del 1938, i piloti sovietici V.P. Ckalov e M.M. Gromov sorvolarono più volte il Polo Nord con un monomotore diretti negli Stati Uniti.
Durante la seconda guerra mondiale furono installate numerose basi aeree e stazioni meteorologiche in Alaska, nell’Artide canadese e in Groenlandia. Nel 1947 a Punta Barrow, in Alaska, fu stabilita una stazione scientifica. Nel 1951 la Marina degli Stati Uniti intraprese il Project Ski Jump nel mare di Beaufort, predisponendo numerosi approdi sul mare ghiacciato. La prima stazione americana sul ghiaccio alla deriva fu installata all’inizio del 1952 da Joseph O. Fletcher.
La navigazione sottomarina al di sotto del pack, che da tempo Stefansson e Wilkins cercavano di mettere in pratica, divenne realtà nel 1958, quando il sottomarino statunitense Nautilus, a propulsione nucleare, navigò per primo sotto l’oceano Artico dallo stretto di Bering all’Islanda, passando sotto il Polo Nord, in circa dieci giorni. Le attività scientifiche nelle regioni artiche aumentarono in misura notevole nel corso dell’Anno geofisico internazionale del 1957-58. Il programma coinvolgeva diversi paesi che insieme tenevano attive oltre trecento stazioni.
Dalla fine degli anni Settanta l’esplorazione tradizionale dei territori artici è stata sostituita dalle attività di ricerca scientifica. La regione è oggi facilmente accessibile, grazie a mezzi tecnici più efficaci di un tempo (aerei, sottomarini, rompighiaccio) e a nuovi metodi di trasporto via terra, mentre i rilevamenti vengono perlopiù effettuati dai satelliti. In occasione del centenario del viaggio del Vega, del 1878-79, un’équipe scientifica internazionale, sul rompighiaccio svedese Ymer, in azione fra il mare di Barents e la Groenlandia nordorientale, realizzò un importante programma di ricerca. All’inizio degli anni Ottanta un gruppo internazionale di scienziati intraprese uno studio a lungo termine della copertura di ghiaccio della Groenlandia attraverso l’analisi di carote di ghiaccio (campioni di ghiaccio a forma cilindrica) prelevate con trivellazioni della superficie a una profondità di circa 2.036 m (vedi Carotaggio). Nel 1981 nell’Unione Sovietica erano ormai installate più di venticinque stazioni di ricerca scientifica.
Nel 1986, sull’isola Axel Heiberg, nell’Artide canadese, fu scoperta la più grande foresta pietrificata dell’Artide, risalente a circa 45 milioni di anni or sono: il ritrovamento diede avvio a interessanti ricerche relative ai mutamenti delle condizioni ambientali e climatiche della zona in epoche geologiche lontane. L’inquinamento del mondo industrializzato sta progressivamente raggiungendo e danneggiando anche i lontani territori dell’Artide, oltre che dell’Antartide. Lo testimonia la scoperta, nel 1987, del ‘buco’ nello strato di ozono sovrastante l’Artide.

 

 

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