Il viaggio di Chiara

di Chiara Sabella

Tutti i dettagli del viaggio selvaggio di moglie e marito alla ricerca dei luoghi non contaminati dal turismo – Hong Kong, Vietnam, Cambogia, Borneo Indonesiano

Fin da piccola vedevo mio padre solcare i mari in barca a vela e conoscere sempre nuove persone che venivano da posti che potevo solo immaginare o vedere sulle cartine geografiche. Ora che sono cresciuta quando sono in ferie do sfogo alla mia passione: scoprire posti nuovi e venire in contatto con culture diverse dalla mia. Dopo numerosi viaggi questa volta io e mio marito decidiamo di farne uno memorabile, destinazione Sud della Cina: Hong Kong!


Hong Kong

Dopo 24 H di volo esausti atterriamo al Chek Lap Kok Airport, il tempo sembra clemente, anche se c’è un po’ della famosa nebbia. Sembra Bergamo! Vivendo in un paesino la vista degli Skyline delle metropoli ci lascia sempre senza fiato e anche Hong Kong non ci delude. Infatti la città si erge su vari livelli e sembra un drago con tutte le sue spire. Già vale il viaggio il tragitto dall’aeroporto al nostro albergo sull’isola di Kowloon. Avevamo gli occhi come un flipper, perché c’era troppo da vedere. Tra un grattacielo ed un altro spuntavano piccoli templi taoisti e bancarelle piene di roba da mangiare molto invitante, già avevamo l’acquolina in bocca e i profumi di affumicato che entravano nel taxi non li dimenticheremo mai più. Dopo aver lasciato i bagagli in hotel finalmente ci tuffiamo nella vita cittadina.

Noi siamo amanti della tecnologia e quindi ci fiondiamo nei famosi centri commerciali, però i prezzi sono molto alti e allora fuori per bancarelle. Colori, profumi e caos naturalmente ci avvolgono. Mio marito essendo chef mi guidava tra le scelte gastronomiche che proponevano. Ottimi gli spiedini di pollo sulla carbonella che poi abbiamo scoperto essere utero di gallina, siamo rimasti scioccati, ma devo dire che il sapore  non era niente male. La serata è trascorsa così tra negozietti di souvenir aperti tutta la notte e locali con il mitico karaoke. Che divertimento! L’indomani ci svegliamo molto presto.

Per colazione vogliamo provare un azzardo:  la tipica colazione orientale. Ci inoltriamo per un mercato in una via laterale dove ancora ci sono edifici di un’ epoca passata e li troviamo un’altra città, venditori di uccelli, anatre, oche, odori strazianti di sporco e fumo di camionette che ti passano accanto, visi che ti guardano strano, anche perché a quell’ora non c’era nessun turista. Ci sediamo in un localino e indichiamo una ciotola di zuppa con carne e verdure.  Beh ci abbiamo messo mezz’ora prima di iniziare a mangiare, perché ci disgustava un po’ , però dopo il suo gusto ha inondato il nostro palato, susseguendosi il salato, lo speziato e devo dire che non era male, il battesimo era andato bene!

Dopo questa corroborante colazione ci dirigiamo alla stazione dei bus, direzione Sai Kung.


Sai Kung e il Grande Buddha

Avevo sentito parlare di questo paesino da amici che ci erano stati tempo fa e mi aveva incuriosito.  Il mio è un paese di mare e quindi sono sempre attratta dal mare. Arrivati troviamo un delizioso paesello con un porto e una graziosa spiaggia e devo dire che il mare era pulito e limpido. Il lungomare è disseminato di pescherie più o meno grandi con una moltitudine di colori e specie di pesci vivi. Infatti la particolarità è che vendono pesci vivi e uno può scegliere quello che vuole e portarlo freschissimo a tavola. Sul molo invece assistiamo ad un’altra scena, i venditori erano sulle loro barche piene zeppe di bacinelle piene di acqua e pesci vivi e loro con maestria saltavano da un punto ad un altro della barca senza perdere l’equilibrio e vendevano alle persone che stavano sul molo, è stato molto folkloristico e sono venute foto fantastiche. Dopo un pranzo da re con una varietà di pesce mai vista e cucinata in mille modi diversi ritorniamo in città perché ci attende un’altra mitica esperienza: il Grande Budda!

La fila per la funivia era un po’ lunga ma avevamo comprato dei viveri per passare tempo ma era meglio che non mangiavo , dopo un po’ è arrivato il nostro turno.

Entrati in cabina non potevo immaginare l’orrore che avrei provato.  Infatti la base della cabina era trasparente e io soffro di vertigini. Il Budda si trova sul cucuzzolo di una montagna.  Che paura e poi mio marito che mi prendeva in giro e mi diceva che i fili si sarebbero rotti da un momento all’altro.

Finalmente arriviamo in cima e per vergogna non ho vomitato di fronte a tutti per lo stress. Ma ancora non era nulla, infatti prima di arrivare in cima c’era una scalinata lunghissima e stancante che ti porta ai piedi, anzi dovrei dire alla base dei lati del Budda. Una statua enorme. Noi siamo cristiani, ma davanti alla statua ci ha pervaso un senso reverenziale che non ci aspettavamo.

E’ stata una esperienza fantastica che non dimenticheremo mai. Tornando giù di livello per la sera, mio marito mi ha riservato una sorpresa stupenda come ultimo saluto alla città.  Dopo un meritato riposo in hotel un taxi ci porta al porto e li scopro la sorpresa.  Una deliziosa cena con un magnifico scenario. Siamo infatti saliti su una nave che sembrava d’epoca con le vele quadre, subito dopo ci hanno fatto accomodare in comodi e deliziosi divanetti.

Lentamente ci stacchiamo dal molo e ci dirigiamo al centro della baia dove noto che non siamo gli unici ma ci sono altri natanti che offrono lo stesso servizio.  La cena è stata molto rilassante e come sottofondo l’ondeggiare della barca e uno strano silenzio che ci avvolgeva. Il cibo era molto buono, tutti piatti tipici della zona, speziati e agrodolce.  E’ stata una serata indimenticabile ed anche l’ultima perché l’indomani si riparte per la nostra seconda tappa di questo fantastico viaggio.  Sveglia presto ma siamo così eccitati che non accusiamo stanchezza o sonno.   Arrivati in aeroporto ecco il nostro aereo che ci porterà poco distante ma in una realtà completamente diversa: il Vietnam o meglio Ho Chi Minh City!


Vietnam – Ho Chi Minh City

Abbiamo preso un volo con una compagnia locale comoda e con snack deliziosi e dopo 3 H siamo arrivati. L’avventura continua.

Arrivando in aeroporto un caldo umido ci avvolge e quasi ci toglie il fiato.  Uscendo la scena è sempre quella, caos totale.  Motorini, camionette e macchine sfrecciavano ovunque e in questo trambusto scegliamo di chiamare un taxi per accompagnarci in hotel.  Entriamo in auto piena di ciondoli e gingilli religiosi che ci fanno intuire di che religione apparteneva.  Credo induista.

Naturalmente prima di partire contrattiamo il prezzo con una babele di lingue e gesti degni di Totò e Peppino a Milano,ma arriviamo ad un accordo.  

E’ stato un bene prendere quel tipo di taxi, perché abbiamo preso da strade e vicoli molto caratteristiche che solo uno del posto poteva farci vedere.  Dopo una doccia ci catapultiamo in città.  Per i nostri viaggi in genere andiamo all’avventura e ci lasciamo portare dalla marea di gente, in questo caso mi ero segnata alcuni posti che volevo vedere.  A me come quasi tutte le donne piace lo shopping e allora via alla ricerca delle stradine più tipiche dove poter prendere qualche cosa, infatti ci dirigiamo verso Pham  Ngu  Lao, una strada non molto larga , tra palazzi normali ed è questo che noi cerchiamo, la vita vera e reale delle città, non solo grandi palazzi tutti uguali tra loro.

Questa via è piena di localini e negozietti con le classiche ceramiche o vendita di Tè, che a me piace molto.  Il bello dei ristorantini che stiamo vedendo in questo viaggio è che la cucina è in una stanza piccola e non molto attrezzata e tutto si svolge per strada con tavolini e sedie arrangiati.  Mentre passeggiavamo notiamo dei pali per la corrente assurdi per noi occidentali, infatti in un unico palo ci saranno stati allacciati centinaia di fili che si diramavano sopra le nostre teste fino ad arrivare dentro le case.  Per accelerare il passo decidiamo di chiamare una moto-taxi.

Che risate ci siamo fatti, infatti abbiamo rischiato di tamponarci con altri veicoli ogni secondo, però è stato divertentissimo. Eravamo entrati nel vortice anche noi.

Mentre vagavamo su taxi in una strada attigua noto un tempio e allora decidiamo di fermarci.  Facendo pochi passi arriviamo davanti a questo tempio molto carino, entriamo e notiamo un bel laghetto pieno di tartarughe che probabilmente i monaci veneravano.

Decidiamo di entrare dentro il palazzo, subito ci avvolge la penombra, infatti dentro c’è un’atmosfera molto raccolta e mistica diversa da altri templi che avevamo visitato.  Un odore di incenso ci avvolge e con delle litanie in sottofondo veniamo trasportati indietro in un tempo remoto fatto solo di religiosità.

Stiamo un po’ dentro anche per fare delle foto stupende.  Uscendo ripiombiamo nel caos cittadino e prendiamo una strada che si inoltra in un quartiere popolare on casette basse e ci perdiamo nel dedalo di viuzze fatto di gente che lavora, mangia, osserva, bambini che giocano ignari di quello che può accadere dietro l’angolo immersi in un loro mondo fatto di innocenza.

Un miscuglio di odori ci avvolge fatto di panni stesi, odore di fritto che esce dalle finestrelle delle cucine e pollame che non manca mai.

E’ stata un’esperienza fuori dal mondo e non sarà l’unica come vedremo, perché tutto l’estremo oriente è fatto di queste realtà popolari.

Uscendo da questo quartiere popolare lo scenario cambia, infatti veniamo catapultati nella modernità assoluta, siamo capitati nella via dello shopping di lusso.  Le casette di prima danno ora il posto ad edifici altissimi e alla base hanno le solite marche di lusso come Luis Vuitton.  Ritorniamo in hotel esausti e ci addormentiamo di botto.

Dopo questo sonno ristoratore usciamo per cenare e preferiamo un ristorante di cucina tipica vietnamita che come abbiamo notato è totalmente diversa da quella che ci propinano in Italia.  Iniziano ad arrivare  ottimi piatti con verdure di un colore bellissimo, ottime le zuppe con la carne, molto gustose.  Poi a fine serata il proprietario ci ha  proposto di fare un’esperienza fuori dal normale per noi.

Bere il sangue di serpente.

E’ arrivato al nostro tavolo con un serpente vivo dai colori sgargianti e dai movimenti sinuosi, nell’altra mano una bottiglia di liquore simile al sake e ci ha detto che se volevamo poteva scuoiare il serpente e mettere il sangue nel liquore e farcelo bere. Orrore puro! Noi ci teniamo molto alla natura e agli animali e allora abbiamo rifiutato con educazione, ma le nostre facce parlavano per noi.

Dopo questa parentesi culinaria usciamo per andare a vedere uno spettacolo che ci hanno raccomandato di vedere . Con una moto-taxi, ormai non possiamo farne a meno, arriviamo davanti a questo piccolo edificio, devo dire niente di che, ma dentro vediamo una piscina rialzata con uno scenario bellissimo e colorato. Ad un tratto si spengono le luci e arrivano delle marionette che danzano sull’acqua. Devo dire che già l’inizio era spettacolare, lo spettacolo continua con la narrazione delle gesta del protagonista accompagnato da belle musiche orientali, ma lo stupore  maggiore fu quando da sott’acqua a fine spettacolo uscirono i veri protagonisti: i sub!

Infatti queste marionette sono sorrette da uomini che in apnea nuotavano facendo danzare i pupazzi come se animati da vita propria. E’ stato stupendo, un suggerimento azzeccato. Ritorniamo in hotel l’indomani ci attende un’escursione di rilevanza storica. Andremo a vedere i tunnel dei Vietcong.


I tunnel dei Vietcong

Questa volta prendiamo un bus organizzato, ma eravamo pochi quindi è stato più interessante che essere il solito bus di turisti. Dopo un paio di ore arriviamo agli inizi della giungla. Scendiamo e l’atmosfera è cambiata, infatti qua si possono udire i canti degli uccellini e il rumore delle fronde degli alberi. La guida che parlava solo in inglese ci fa addentrare nella giungla e ad un certo punto vediamo sbucare dal nulla nel terreno una testa. Era un addetto del museo che ci mostrava i famosi cunicoli dove vivevano i Vietcong. In pratica per scampare ai bombardamenti e alle armi nemiche erano costretti a vivere sotto terra e per cucinare avevano costruito dei tunnel che disperdevano il fumo a centinaia di metri dalla casa.

Dentro i noi si susseguono pena e rispetto per questo popolo che oltre alle armi nemiche dovevano restare vivi alle avversità naturali come la malaria o ai morsi dei serpenti velenosi.

E’ stata un’esperienza forte ma che ci ha fatto capire veramente questa guerra che avevamo visto filtrata da televisione o i libri invece è qua la realtà ed è stato un bene poterla viverla di persona.

Torniamo in città ancora frastornati dalla dura realtà e ci fiondiamo in camera per riposarci e imprimere nelle nostre menti i ricordi della mattinata.Oggi siamo veramente stanchi e dopo una deliziosa cena ritorniamo in hotel. Prima di ripartire per la nostra nuova tappa, non potevamo perderci una gita in canoa sul delta del Mekong e vedere i villaggi sulle palafitte. Questa escursione l’avevamo prenotata dall’italia perché era più facile.


Gita in Canoa sul delta del Mekong

Sveglia molto presto siamo andati a prendere il bus che ci avrebbe portati in un paese vicino.Fortunatamente il bus non era molto affollato e il viaggio è andato bene. Dopo una mezz’oretta siamo arrivati in una insenatura con un porticciolo un po’ pericolante e ognuno si è disperso tra le varie imbarcazioni.

Mentre gli altri avevano optato per la navetta multipla, io e mio marito abbiamo noleggiato una canoa con motore e due guide. Mi sembrava più avventuroso e meno turistico. Ci spostiamo dall’insenatura e ci dirigiamo verso il centro del fiume. Ai nostri occhi si è aperto un bacino enorme che non ci saremmo immaginati. Era molto trafficato e credo sia molto profondo dato che c’erano navi molto grandi. Noi eravamo  una pagliuzza che galleggiava sull’acqua in confronto a queste navi. Però che eccitazione!

Io e mio marito ogni tanto ci guardavamo e ridevamo come scemi con l’adrenalina a mille. Il vento dato dalla forte velocità mi scompigliava i capelli, ma era divertente. Attorno a noi  il panorama stava iniziando a cambiare, siamo passati dalle sponde in cemento ed edifici ad una città che si diradava.

Sempre di più si vedeva vegetazione fino a scorgere piccoli agglomerati di case su palafitte e donne che lavavano i panni nel fiume. I bimbi si tuffavano felici in acqua e giocavano con gli amichetti. Era questo che volevamo vedere, la vita agreste vietnamita che è in simbiosi con il grande fiume. L a nostra traversata continuava fino a quando il nostro “capitano”non ha iniziato a decelerare fino a fermarci sotto una palafitta.

Mi batteva forte il cuore per l’emozione, perché stavamo per entrare in una casa vietnamita. Infatti il programma prevedeva un pranzo in una casa indigena.Tutto il villaggio si è improvvisamente fermato per venirci a guardare incuriositi, specialmente i bambini che smisero di giocare e tutti bagnati vennero a spiare quasi intimoriti da questi due con zaino e macchina fotografica. Siamo saliti in casa abbiamo salutato i padroni che con umiltà e accoglienza ci indicavano dove sederci.

I bambini erano simpaticissimi anche perché dopo aver preso confidenza si sono seduti vicino a noi e ora ci guardavano incuriositi e ridevano per ogni nostro gesto. La signora ha subito iniziato a cucinare. Ha iniziato lavando il pesce, ma ci ha disgustato il fatto che lo lavava con l’acqua del fiume da sotto casa con tutto lo scolo dei rifiuti delle abitazioni. Almeno i microbi sarebbero stati uccisi dal calore dei fornelli. Il pesce è stato fritto con del cipollotto, peperoncini e altre spezie. Naturalmente accompagnato dall’immancabile riso bianco, che a noi piace molto e poi via a mangiarlo con le mani.

E’ stato bello pranzare con loro in una realtà lontana anni luce da noi. Dopo aver ringraziato e dato una mancia alla famiglia siamo risaliti in barca per un altro giretto. Mentre sfrecciavamo per il fiume ci viene incontro una navetta dell’esercito e ci ferma puntandoci  pure i fucili. Oddio cosa avevamo combinato. Subito le nostre guide iniziano a dialogare con i due probabilmente spiegando che eravamo solo turisti. Dopo aver visto i nostri passaporti ci lasciano andare.

Abbiamo passato una mezzora di paura. Dopo le nostre guide ci spiegheranno che ci eravamo spinti un po’ troppo il confine con la Cambogia e quindi ci avevano scambiati per qualcuno che voleva passare illegalmente.

Finalmente nel pomeriggio arriviamo in banchina dove ci attendeva il bus per portarci in hotel. E’ stata un’esperienza unica e anche la parentesi con l’esercito è stata emozionante. Arrivati in stanza ci buttiamo sul letto e sfiniti ci addormentiamo. Domani ci attende una nuova emozionante tappa, attraverseremo l’unico valico del sud del Vietnam per entrare in Cambogia. In Italia abbiamo richiesto una miriade di documenti e non credevamo neanche di potercela fare.  Ma eccoci a poche ore dalla partenza pronti.


Cambogia

La partenza è prevista per la prima mattina anche se ci siamo alzati presto per essere li è stato un bene così avevamo tutta la mattina per il tragitto e la sistemazione.  Arriviamo alla stazione dei bus e con sollievo noto che il nostro è abbastanza moderno.  Mentre mio marito sistema i bagagli io mi appresto a prendere i posti migliori, cioè quelli davanti, così possiamo vedere il paesaggio che attraverseremo e io non mi sentirò male.  Bene la mia tattica ha avuto successo e quindi ci sediamo.  Siamo emozionati come ad una gita scolastica. Si parte e dopo aver percorso una mezz’oretta io crollo sulla spalla di mio marito e mi addormento.

Non so quanto abbia dormito anche perché ho scoperto che anche lui si è addormentato. Un po’ rinvigoriti dal sonnellino ci guardiamo in giro per goderci il panorama. Si susseguono piccoli villaggi e la strada era pure gradevole. Mentre ci passavano accanto momenti di vita, nella mia mente già ero una nuova Indiana Jones e pregustavo il momento quando saremmo arrivati ad Ankor Wat, sempre vista in tv nei documentari e con mio marito fantasticavamo sulla nuova tappa. Intanto ci era venuto un certo languorino.  Allora via allo spuntino. Un po’ di frutta era quello che ci voleva.

Certo non era pane e mortadella ma ci siamo accontentati. Intanto i villaggi si alternavano alle risaie, uno scenario di quiete e relax. Prima della tappa successiva, la più importante, il bus si è fermato per una pausa e mono male perché già avevo i piedi gonfi.

Ritornando sul bus mi ha iniziato a pervadere una certa inquietudine e timore sapendo che ci stavamo avvicinando alla dogana di Moc Bai. Quando siamo arrivati abbiamo esibito i nostri documenti e i vari permessi. Sembrava come quando ti fermano i carabinieri e hai tutto in regola, credi sempre di avere qualcosa che non va ed anche li avevamo timore che ci respingessero.Una volta passati ci siamo rilassati molto.

Nell’ultimo tratto di strada il paesaggio non era molto diverso da quello precedente, solo alla fine abbiamo visto la città di Phnom Phen.


Phnom Phen

Finalmente siamo arrivati alla stazione dei bus e ci siamo accertati subito che tutti i bagagli fossero ancora li quindi ci siamo apprestati a prendere un taxi.

Anche per questa tappa abbiamo optato per un hotel da 3*** in su perché incappare in topaie è molto frequente. Anche questo era in stile europeo molto pulito e il personale gentilissimo. Dopo una bella doccia siamo scesi in strada per scoprire la nuova città. Come sempre prendiamo un taxi aperto e siccome avevamo molta fame chiediamo dove poter mangiare e lui ci porta nella zona del mercato centrale.

Era talmente grande che la cupola si scorgeva da molto lontano. Io e mio marito ci guardiamo e pregustiamo i manicaretti che troveremo. Scesi dal taxi ci accorgiamo che la zona esterna è ugualmente molto estesa e allora ci facciamo un giro prima di entrare. In giro  c’e’ una moltitudine di colori da perdere la testa, non solo nel cibo, ma anche i tessuti e i capi d’abbigliamento di tutti i colori e abbinamenti. Abbiamo girovagato per un po’ e poi decidiamo di entrare. Il mercato è formato da un padiglione centrale e quattro che si diramano ai lati. E’enorme!Alcuni amici mi avevano detto che il mercato era sporco e puzzolente, invece devo dire che lo abbiamo trovato in buone condizioni.

Nel padiglione centrale c’erano delle vetrine simili a tante gioiellerie e poi i aprivano i vari box con i cibi, frutta e fiori. Avendo fame ci dirigiamo nel reparto dei ristorantini e finalmente ci sediamo. Decidiamo di prendere due zuppe complete tra carne e verdura. Un pasto che ci risolleva dalla stanchezza del viaggio. Attorno a noi gente che va e viene tutta sorridente e ci mette a nostro agio.I turisti non siamo molti e sinceramente non mi dispiace.

Dopo una bella Coca Cola ghiacciata andiamo alla scoperta del mercato.La prima cosa che ci colpisce è la varietà della frutta e dei fiori. Naturalmente essendo una zona caldo-umida c’è molta produzione di frutta particolare. Mio marito è allergico alle pesche quindi è stato alla larga da tutti i frutti con la peluria e che potessero solo assomigliare alle pesche. Comunque prendiamo un mix dai nomi difficilissimi e ci mettiamo in un angolo per assaggiarli. Con la scusa del cibi ci assaporiamo il mondo che ci passa davanti.

Persone, religioni, giovani e vecchi sono tutti qua e noi ci facciamo condurre da questa marea.

La frutta è buonissima e molto dolce, nel mix ho trovato anche i litchi che assomigliano a delle palline ruvide ma dentro sono simili all’uva e mi fanno impazzire, anche perché l’ultima volta li ho mangiati nella china town di New York. Mangiarli li mi ha riportato alla mente quel bel viaggio. Gli altri stand sono di venditori di fiori tutti belli che mi verrebbe voglia di comprarli. In un altro box notiamo un frutto strano che assomiglia ad un melone con degli spuntoni che escono dalla buccia. Vogliamo provare anche quello! Essendo troppo duro lo facciamo aprire dal venditore. Appena aperto e odorato un conato di vomito mi assale. Dal frutto veniva fuori una puzza pazzesca un misto tra piedi sporchi e cipolle marce, non vi dico all’assaggio! All’interno aveva degli alveoli che contenevano i semi avvolti in una poltiglia appiccicosa e puzzolente.

Ma anche quello non si poteva mangiare, troppo vomitevole. A quella scena da novellini il venditore e tutti gli altri che avevano assistito scoppiarono a ridere e sinceramente anche noi. Ancora con le mani che puzzavano cerchiamo di uscire per vedere un po’ la città.


Fortunatamente troviamo una fontanella per strada e ci laviamo le mani. Poco dopo chiamiamo un taxi e ci facciamo portare in giro, anche perché avevamo le gambe stanchissime. Era ancora presto e ci facciamo lasciare davanti alla famosa pagoda d’argento, costruita nella tipica architettura cambogiana con il tetto spiovente ma con le punte all’in su tutte in oro e con scolpite delle figure mitiche. La pagoda è circondata da un bel parco con delle alcove dove ci sono delle belle statue. L’ambiente è molto rilassante non si sente il caos delle auto e gli uccellini cantano sereni, questo è il momento giusto per riposarci. Troviamo un angolino comodo e ci appostiamo tranquilli. E’ stato un bene riposare perché l’umidità da molto fastidio. Io e mio marito eravamo esausti allora decidiamo di tornare in hotel. Entrati in camera dopo una bella doccia ci abbandoniamo al sonno. Appena svegli ci accorgiamo che era tardi e allora ceniamo in hotel.

Devo dire che i piatti erano deliziosi, si incontravano la tradizione con la presentazione contemporanea. Bella cena. Durante la notte sognai l’escursione dell’indomani. Finalmente ci svegliamo e dopo un’abbondante colazione ci dirigiamo con un taxi alla fermata dei bus.  Sopra siamo molti e tutti turisti occidentali.

Sono molto organizzati con macchine fotografiche con obiettivi professionali pronti per la location che li aspetta. Il bus ci lascia in prossimità del sito, per la sua grandezza alla biglietteria ci viene lasciato un pass da utilizzare per altri giorni se non dovessimo finire il giro in giornata. Eccoci come i primi esploratori tra la giungla, piano piano esce dalla vegetazione la prima cupola quella più alta, poi un’altra ancora ed alla fine


Tempio di Bayon

Trepidanti di eccitazione uscendo dalla vegetazione eccolo li in tutta la sua bellezza e grandiosità: Il tempio di Bayon uno dei primi di Ankor wat. Mentre ci avvicinavamo i dettagli si facevano più nitidi e quelli che sembravano semplici muri si trasformavano in miriade di scene e volti di uomini e belle donne. Quasi ci veniva la sindrome di Stendall, fermi li davanti ad ammirare queste scene di vita di secoli fa.

I volti degli Dei si intrecciavano con quelli delle damigelle in una vorticosa danza che rendeva il tutto reale e ci catapultava negli sfarzi del palazzo reale. Quasi con paura reverenziale ci facciamo coraggio ed entriamo tra i cunicoli del palazzo lasciando perdere la massa di turisti che sciamavano in giro. Subito notiamo la fine manifattura degli scalpellini, la cura nei particolari, sembrava che da un momento ad un altro potessero saltare fuori dal muro e ci venissero in contro. Ero molto emozionata di trovarmi li e lo avvertiva anche mio marito, perché mi stringeva forte la mano mentre camminavamo. Sono felice di aver vissuto queste esperienze con lui e tante altre ci aspettano.

Girovagando per i palazzi ci imbattiamo nelle famose radici cresciute sui tetti. Si tratta di radici pensili che nel corso dei secoli sono cresciute e si sono irrobustite e adagiate  sui tetti delle case o come cornici alle statue. Potevamo assistere alla forza della natura contro l’uomo. Infatti nulla può fermare il tragitto che un albero vuole prendere, semmai l’arbusto ci giro attorno ma farà sempre quello che è meglio per la sua vita. Intanto i fiumi di turisti piombavano sul sito e allora decidiamo di passare oltre quando ci sentiamo chiamare, ci voltiamo e notiamo una coppia di nostri concittadini che mai ci saremmo aspettati di incontrare li. Ci siamo soffermati a parlare una mezzora il tempo necessario per spiegare i rispettivi viaggi, certo quando raccontavamo il nostro rimanevano a bocca aperta.

E’stata una bella parentesi inaspettata ma ora via verso nuove avventure.

In accordo con tutto il gruppo decidiamo di vederci dopo qualche ora e di andare ogni uno per la propria strada, noi decidiamo di spostarci in tuk tuk ma gli altri vedevo che provavano l’esperienza del giro in elefante. Noi No! Perché siamo contrari allo sfruttamento degli animali. E così via tra le strade impolverate per arrivare ad un altro tempio.

La manifattura era sempre molto bella e attenta nei particolari, scene di caccia, di donne bellissime che danzavano. Visitare tutto il sito di Siem Reap è stato stancante ma ci ha permesso di venire a contatto con l’antica popolazione dei Kmer Rossi dalla sua ascesa e potere assoluto al suo declino. Torniamo al bus come concordato e tutti allegri e soddisfatti della giornata ci sediamo e tutto il viaggio di ritorno è stato un susseguirsi di immagini nella nostra mente che non dimenticheremo. Data la stanchezza decidiamo di mangiare leggeri in hotel e andare direttamente a letto a riposare. L’indomani dopo una corroborante colazione la giornata ci avrebbe riservato una altra bella escursione.


Pat Dambang

Dopo abbiamo preso un bus che ci avrebbe portato a Pat Dambang. Lungo il tragitto si attraversavano piccoli villaggi che si alternavano a grandi risaie. Deliziosa l’architettura delle case, un misto tra oriente e colonico francese. In fondo si stagliava la vetta del Phnom Banam. Finalmente arriviamo in città e noi eravamo diretti alla missione cattolica. Arrivati davanti l’edificio entriamo e veniamo accolti da Suor Giovanna una amica di famiglia che vive li ormai da anni. Giovanna ci guida attraverso la struttura e ci fa vedere le stanze adibite ad infermeria e la grande sala comune dove i bambini giocavano tranquilli. Naturalmente non è tutto rose e fiori, infatti chi chiede aiuto alla missione è stata vittima delle migliaia di mine anti uomo disseminate per tutto il paese e che ancora oggi mietono vittime, infatti molti bimbi erano mutilati ad un arto con l’unica colpa di aver giocato vicino una mina. E’ stato molto commovente

Perché questi bambini erano tutti sorridenti e continuavano la loro vita in simbiosi con la stampella o la carrozzina. E’ora di pranzo e con nostra sorpresa veniamo invitati a fermarci con loro. Che allegria che si formò attorno al tavolo, tutti che preparavano qualche cosa, anche mio marito si è messo davanti i fornelli ad aiutare. Nella sua semplicità è stato il pranzo più ricco e buono che abbia mai mangiato.

Il nostro bus stava per partire e con le lacrime agli occhi abbiamo salutato la suora e tutti i bambini. Tornando in hotel avevamo il magone per non poter fare molto per questi bimbi, li avrei portati tutti i italia con me, sapendo dentro di me che era impossibile.E’ stata una esperienza forte che ci ha temprati e ci ha fatto amare ancora di più il poco che abbiamo. La mattina seguente ci svegliamo ancora col buio e veramente assonnati come degli automi ci sediamo nel taxi che ci avrebbe portati in aeroporto. Il volo in totale sarebbe durato 4 ore  comprensivo di una scalo in Thailandia, a Bangkok.


Yangon

La compagnia era eccellente e con tutti il sonno che avevamo non ci siamo accorti di nulla. Atterriamo e mentre aspettiamo sembra di essere a Malpensa, infatti era pieno di italiani che venivano a fare il classico tour della Thailandia. Molti erano uomini soli che venivano a fare un altro tipo di tour, tipologia di tour che ahimè è ancora molto presente, quello sessuale. Il tempo è volato che siamo già sul nuovo aereo e di già atterriamo nella nuova tappa. Dopo aver preso i bagagli andammo subito in hotel. Fuori il caos impera e noi avevamo sonno. Ma non abbiamo tempo per riposarlo faremo stasera. In giro c’erano molti monaci con i tipici mantelli color mattone che cozzavano in contrapposizione con le camionette militari. Dato che è ancora presto decidiamo di andare a vedere la famosa Pagoda Shwedagan. Prendiamo un taxi ed il conducente mentre spiegavamo dove volevamo andare ci indica un punto nel cielo. Da lontano svettava una torre dorata che prima non avevamo visto.

Da quel momento la vedremo da qualsiasi parte della città ma anche da molto lontano.yangoon ha molte zone verdi ma il caos automobilistico è uguale ovunque. Finalmente arrivammo, la gente era tantissima. Entrammo nel luogo sacro e davanti a noi si aprì un’agorà lastricata con marmo a formare dei disegni geometrici, tutto era pulito e in ordine. Ai lati di questa piazza si alternavano delle cappelle votive stupende tutte intarsiate e ricoperte d’oro, al suo interno ognuna aveva una divinità diversa e i fedeli si sedevano di fronte e pregavano.

Naturalmente c’erano anche i monaci con i loro abiti porpora e gialli bellissimi nella loro purezza e calma interiore. Noi girovagavamo tra le piccole pagode dorate e dai colori vivi e sgargianti che rendevano l’atmosfera ancora più mistica. La grande stupa dorata padroneggiava sopra di noi, imponente e rassicurante. Decidemmo di entrare e subito venimmo rapiti dai soffitti e dalle pareti tutte intarsiate e cassonate con alternanza di oro e colori. Dentro l’atmosfera era molto più severa e allora dopo aver fatto un giretto decidiamo di lasciare i fedeli alla loro privacy ed uscimmo.

Dopo aver pregato anche noi qualche divinità,cosa che non guasta mai, uscimmo e nelle vie adiacenti alla pagoda era pieno di baracchini che vendevano cibo da strada. Affamati decidiamo di prendere degli spiedini ma questa volta chiedemmo di che carne si trattava visto i precedenti. Gli spiedini erano di pollo, ma la salsa di soya spalmata e il gusto della carbonella gli davano un tocco in più. Dopo questo gustoso pranzetto prendemmo un taxi per non stancarci troppo e chiedemmo al conducente di portarci in giro e farci vedere qualcosa di tipico, mentre guardavamo la città ci accorgevamo che ci stava portando in una zona industriale e subito pensammo che ci volesse rapire, invece si fermò di fronte ad una fabbrica e ci raccontò che la dentro ci confezionavano le t-shirt della disney. Le condizione dello stabile non erano delle migliori e lui ci disse che non lo erano neanche quelle dei lavoratori costretti ad orari massacranti e salari bassissimi e neanche aiutati dai sindacati dato che qua vige un governo militarista che opprime la gente. Il tassista ci raccontò che lui ci porta molti turisti perché vuole sensibilizzare più gente possibile alla miseria del suo paese. Dopo questo girovagare la stanchezza si fece sentire e allora decidemmo di ritornare in hotel, mi intrattenni piacevolmente con il corsiege che mi consigliò un’avventura per pochi temerari:la scalata sul Golden Rock.


Scalata sulla Golden Rock

Eccitata da questo suggerimento salii in camera e raccontai tutto a mio marito omettendo qualche particolare. L’indomani ci svegliammo molto presto per l’escursione anche perché ci volevano 4 ore per arrivare al campo base. Il primo tratto di strada era disastrata e rischiavo davvero di vomitare ma mi feci forza e continuai. Finalmente arrivammo e mio marito credeva che sarebbe finita li e invece scoprì che ci volevano altre 4 ore fino alla meta. Un po’ arrabbiato scese dal bus e davanti gli si materializzò il nostro secondo mezzo di trasporto, un camion. L’ilarità ebbe il sopravento sulla rabbia e ridemmo alla vista di questo camion aperto che aspettava di riempirsi totalmente di persone e portarci su. Stipati come animali sotto il sole finalmente il camion partì, le persone esalavano odori non molto piacevoli accentuati dalla mancanza di una tettoia. Oltre a questo c’era la vista degli strapiombi ai lati della strada, ci sentivamo già urlanti giù per la scarpata. Dopo una salita che sembrò durare un’eternità arrivammo al secondo campo base e li mio marito quasi non mi strangolò, perché si doveva scarpinare fino alla vetta per almeno un’ora, ma ormai eravamo li e dovevamo continuare. Dopo un’ora eravamo stravolti e sudati anche noi, arrivammo sul cucuzzolo della montagna e ci buttammo a terra con le lingue gonfie per la sete. Dopo esserci scolati una bottiglia d’acqua ci potemmo guardare attorno con calma e notammo un enorme masso posto in equilibrio perfetto sul precipizio

Sopra di esso un tempietto. Ci dirigemmo verso tutti i fedeli in adorazione e ci facemmo spiegare la storia del tempio. Il monaco fu davvero gentile e ci disse che i fedeli adoravano il sito perché il masso ricordava la forma della testa di un famoso monaco vissuto qui molti secoli fa, ma la sacralità stava nel fatto che si crede che il masso sia tenuto in equilibrio da un capello del budda.

Capello o no il posto era davvero fantastico perché da li si poteva vedere tutta la vallata, eravamo in cima al mondo senza macchine e clacson che davano fastidio era il paradiso. Restammo li tutta la giornata fino al pomeriggio quando scendemmo a piedi e girovagammo per il mercatino allestito nelle vicinanze. Stanchi e sudati tornammo al camion e poi al bus dove veramente sfiniti ci buttammo sui sedili, in serata arrivammo in hotel. Anche se stravolti facemmo le valigie, perché l’indomani saremmo partiti per la prossima tappa.

Prima di crollare nel sonno mio marito mi disse che è stata un’escursione stancante ma divertente da ricordare in futuro. Dopo questi pensieri notturni morfeo ci avvolse tra le sue braccia e ci risvegliammo l’indomani. Fortunatamente avevamo puntato la sveglia perché non so se ci saremmo svegliati presto. Prendemmo un taxi e ci portò in aeroporto per prendere il primo dei tanti voli per raggiungere la prossima tappa.


Borneo Indonesiano

Il primo era un aereo molto moderno e le tre ore successive passarono tranquille tra sonnellini e film. Ancora assonnati atterrammo a Kuala Lampur. Neanche il tempo per riposarci che prendemmo un volo per il Brunei. Dopo altre due ore e mezza atterrammo. In questo frangente ne approfittammo per studiare l’itinerario, perché la zona che volevamo vedere era quasi inesplorata dall’uomo ed era molto selvaggia. Fu questo che ci incuriosì e decidemmo di esplorare eravamo molto eccitati per questo. Saremmo andati alla scoperta del Borneo Indonesiano, dove ancora oggi si scopre qualche animale sconosciuto.

Più precisamente avevamo preferito l’isola di Kalimantan. Dopo le ultime formalità prendemmo l’ultimo volo della giornata che ci avrebbe portato sull’lato opposto dell’isola, più precisamente a Samarinda, piccola cittadina che ci avrebbe permesso di iniziare il viaggio verso l’interno. Anche se vicine le due nazioni erano nettamente diverse, dal lusso del Brunei passammo ad un aereo bimotore piccolissimo traballante e un aeroporto con una sola pista. Per tutto il volo provammo un’angoscia terribile di cadere da un momento all’altro, ma dopo numerose preghiere finalmente atterrammo, ma mio marito che guardava dal finestrino mi disse di essersi goduto un panorama bellissimo.

Avevamo sorvolato una foresta sconfinata molto fitta che non finiva mai, fino ad una radura dove poi era la pista di atterraggio. Atterrammo e in aeroporto non c’era tanta gente anzi nessuno, solo la nostra guida che ci avrebbe fatto compagnia nei giorni a venire. Un ultima telefonata a casa per dire che eravamo vivi, dopo di chè iniziò l’avventura.

Poco dop arrivammo al porticciolo dove era attraccata la nostra moto nave, certo non era la Costa crociere ma ci adattammo. Oltre a noi c’erano un cuoco e il capitano, almeno la sera avremmo parlato con qualcuno. Salimmo a bordo e ci fecero vedere l’interno delle cabine, molto spartano e amache per l’equipaggio. Il mio primo pensiero fu quello di ispezionare la cabina in cerca di qualche ragno nascosto e fortunatamente non ne trovai. Il bagno era proprio piccolo e claustrofobico, ma nel frattempo il capitano mise in moto e ci stavamo staccando dal molo. Sistemando i bagagli sento un odorino invitante uscire dalla cucina e pregusto lo spuntino. Il battello risaliva lentamente il fiume e per noi era stato allestito un tavolino sotto il portico e iniziammo a mangiare le squisitezze che il cuoco aveva preparato per noi. Mentre ci facevamo dondolare dalle piccole onde si infondeva in noi la consapevolezza che avremmo vissuto un esperienza totalmente diversa

Da tutte le altre tappe del viaggio, non c’era caos ma un silenzio quasi primordiale. Dopo lo spuntino ognuno si trovò un posto confortevole dove poter stare. Io trovai dei morbidissimi cuscini ai lati della barca e mi lasciai cullare dal beccheggio della nave e sprofondai in un bel sonno. Il viaggio era lungo e il caldo si faceva sentire, come anche le zanzare. Fortunatamente avevo portato del super repellente e avevamo fatto tutti i vaccini possibili contro le malattie tropicali.

Sulla nave non vi era molto da fare che osservare la natura che ci passava accanto, dai pesciolini affioranti alla moltitudine di uccelli che volavano sopra le fronde degli alberi e noi passavamo il tempo chiacchierando molto anche con la guida che ci raccontò tutta la sua vita e ci insegnò un gioco con i dadi. Tutto quel tempo ci aiutò ancora di più a rafforzare il nostro rapporto facendoci diventare ancora più complici.

La natura intanto si manifestava in tutto il suo splendore e mistero, chissà quali fantastiche creature ci osservavano da dietro il fogliame, piccoli marsupiali che vivevano sugli alberi si destavano dal loro sonno e ci guardavano con occhi penetranti. La sera stava volgendo a termine e il capitano si affrettò ad ormeggiarsi in una piccola ansa del fiume. Anche il cuoco era già all’opera per la cena e mio marito lo aiutava con molto piacere. Su nostra richiesta cenammo tutti insieme con l’equipaggio, fu molto conviviale e ci potemmo conoscere meglio. Cosi per il dopo cena il capitano ci raccontò delle sue straordinarie avventure. Per dessert il cuoco ci portò delle banane cotte sul BBQ e poi caramellate con zucchero e latte di cocco, erano buonissime un connubio tra golosità e prodotti naturali.

Dopo tutte le birre che bevemmo e il liquore indiano decidemmo di andare a dormire e crollammo in un sonno profondo. Il bello di questa traversata era che seguivamo il ritmo della natura e quindi ci svegliammo tardi e la barca era già in navigazione. Facemmo colazione con calma e a Peppe venne in mente di pescare e si fece dare del filo e un amo e a fine giornata il pranzo fu offerto da lui con i suoi bei pescioni, era felice come un bambino

E il cuoco li cucinò alla griglia. Raramente si incontravano piccoli nuclei abitati che ci guardavamo con curiosità reciproca, ma non potevamo fermarci dovevamo presentarci al campo base. La mattina seguente il fiume divenne sempre più largo fino a trasformarsi in un lago vero e proprio, credo si chiamasse Jempang.


Lago Jempang

Li attraccammo sotto una long house, lunghe palafitte in legno dove vi vivevano più nuclei familiari. La famiglia ci accolse con cortesia e festosità. Queste famiglie appartenevano alla tribù Dayak e prima del pranzo il capo ci raccontò tutta la vita della sua famiglia, restammo estasiati dai sui racconti a tal punto che le donne non osavano interromperlo. Dopo servirono il pranzo. Erano piatti molto poveri che gustammo con molto piacere. Finimmo il pranzo e il capo del villaggio ci condusse in una escursione a piedi nelle sue terre. Eravamo eccitatissimi.

Il capo camminava molto agilmente tra la vegetazione fitta, noi avevamo scarponi e bastone di appoggio, era la prima scarpinata dopo giorni di pacchia e già eravamo stanchi, il tutto accentuato dall’umidità e dalle zanzare. Ad un tratto il capo villaggio ci fece notare la natura circostante, era piene di orchidee di ogni forma e colore. I nostri occhi fino ad allora ciechi si aprirono ai colori della natura i finalmente videro. Il capo si chinò e prese un fiore tutto nero, era un’orchidea rarissima di una bellezza straordinaria. Mio marito mise il fiore dentro la sua Moleskine e la conservò come un tesoro.La nostra attenzione fu rapita da un piccolo movimento sopra di noi. Un favoloso orango dalla pelliccia rossiccia passò da un albero ad un altro in tutta tranquillità, fu il nostro primo avvistamento da vicino, ci venne la pelle d’oca.

Con rammarico dovemmo tornare alla barca e dopo una bella doccia mi accorsi che sul polpaccio avevo una macchia nera che non andava via neanche con il getto d’acqua, allora mi preoccupai e inizia a gridare così forte che anche l’orango nella foresta mi sentì. Arrivò mio marito preoccupatissimo che mi fece uscire per far vedere la gamba alla nostra guida, lui mi tranquillizzò e mi disse che era una sanguisuga che si attaccò probabilmente nella giungla quando avevamo attraversato una pozzanghera. Con freddezza la prese tra le dita e le fece roteare la testa per estrarla intera, in quel momento un brivido mi percorse tutta la schiena anche all’idea di aver avuto questo parassita addosso. Dopo essermi tranquillizzata la navigazione ricominciò.

Questo tratto di fiume essendo più largo aveva maggiore forza e le rapide lo rendevano meno tranquillo. IL giorno dopo arrivammo a Long Bagun da li iniziò la vera sfacchinata.


Long Bagun

Li ad attenderci c’era la nuova guida autorizzata dall’ufficio governativo ad accompagnare i turisti nella giungla. Zaino in spalla iniziò il trekking.

Ci fornì tutto la guida, come le tende o i sacchi a pelo e quindi partimmo. Ormai avevo una fobia e stavo attenta in ogni pozzanghera che incontravamo. La scarpinata era pesante ma fortunatamente avevamo degli scarponi molto comodi e ci aiutavano molto. Intanto attorno a noi la natura esplodeva in nuove forme e colori, ci sentivamo dei privilegiati ad essere li perché non era una zona turistica e la natura era incontaminata.

Ci sfioravano felci enormi che al solo tocco con noi si chiudevano per poi riaprirsi dopo qualche minuto, passammo attraverso delle piante che a prima vista erano disabitate ma da cui subito dopo iniziarono a librarsi in volo bellissime farfalle che subito dopo si posavano su altri fiori, sembrava il paradiso.

La nostra guida era molto preparata e sapeva i nomi di tutti gli abitanti della foresta, tra cui le piante carnivore, innocue  per noi ma letali per gli insetti. La prima sosta fu vicino ad un ruscello ai piedi di un pendio segno che stavamo iniziando la salita per il valico. Mentre eravamo In silenzio attorno a noi la vita brulicava, si sentivano cantare uccelli da ogni dove e in cento diversi canti. Il tronco dell’albero morto dove ci eravamo fermati era pieno di vita, si vedevano file di formiche laboriose che trasportavano foglie o pezzi di frutta il doppio del loro corpo, erano ipnotizzanti vederle camminare, oppure strani vermi di tutte le misure strisciavano vicino i nostri piedi. Tornammo alla scalata e dopo un’ora arrivammo in cima.

Da li potemmo vedere i tetti della nostra tappa, il centro di aiuto per oranghi feriti. Dopo un’altra ora arrivammo sfiniti e affamati, ad accoglierci c’era lo staff del centro molto gentile e disponibile. Appena entrati la voglia di vedere questi meravigliosi animali mi fece dimenticare da avere fame. In silenzio entrammo nell’infermeria dove vi erano gli animali portati via ai bracconieri o in pensione dopo aver vissuto in circhi o zoo. Alcuni mi hanno fatto stringere il cuore vedendoli feriti in quelle condizioni, con arti rotte e fasciate erano tenerissimi. Questi si facevano accarezzare perché erano abituati alla presenza umana e ci fu un orango che mi fece venire una morsa al cuore, perché dopo una mia carezza mi volle abbracciare teneramente come fosse un bambino, mi vennero le lacrime agli occhi, era una sensazione mai provata prima.

Dopo vennero i cuccioli tenerissimi anche loro con le manine mi arruffavano i capelli e cercavano nella camicetta. In una stanza erano pronte delle gabbie con all’interno degli esemplari che dovevano essere reinseriti in libertà e anche noi assistemmo alla liberazione. Tutti insieme uscimmo dal centro e ci dirigemmo a qualche kilometro di distanza. Si aprirono le gabbie e gli animali non uscirono subito per timore che potesse capitare loro qualcosa, ma appena capirono che non c’era pericolo si arrampicarono sul primo albero e si persero tra il fogliame. Anche li io e mio marito avevamo le lacrime per la gioia di vedere quelle povere creature tornare nel loro ambiente.

La sera cenammo tutti insieme e il cuoco sapendo che Peppe era un famoso chef preparò una cena favolosa.

La notte non dormimmo molto perché le urla degli animali ci svegliavano di soprassalto. Il giorno successivo tornammo al trekking per la nostra tappa successiva sulla costa. Mentre camminavamo tra gli alberi incontrammo alcuni villaggi e gli abitanti ci guardavano incuriositi, nell’ultimo il capo fu così gentile che ci volle condurre in un luogo sacro, ci sentimmo onorati di questo gesto.

Il capo indossava solo un perizoma e camminava con fare molto sicuro tra il fogliame mentre a noi sembrava portasse a nulla, invece ad un certo punto la fitta vegetazione divenne una piccola radura con una parete di roccia da dove uscivano delle balconate scolpite con delle statue di pietra. Il capo spiegò che erano le tombe dei loro cari, rimanemmo a bocca aperta davanti a tanta laboriosità ed erano anche molto antiche ma ben custodite, segno che erano ancora molto venerate. Guardandoci attorno notammo che il sito era pieno di tombe che venivano fuori dal fogliame, alcune avevano delle incisioni bellissime. Sembrava essere tornati indietro ai tempi della pietra, fu un momento davvero speciale.

Tornati al villaggio stavamo montando le tende quando il capo ci fece capire che ci dava a disposizione una capanna, fu un gesto davvero umano! Dopo una cena molto semplice andammo a dormire e talmente ero stanca che non controllai se c’erano insetti o animaletti nascosti. Nella giungla la mattina iniziava presto e dopo colazione ci mettemmo in marcia. Quel giorno saremmo dovuti arrivare fino al fiume.

Dopo alcune ore arrivammo al corso d’acqua. Li ci attendevano altre guide con le canoe. Mettemmo tutti i bagagli dentro e via sul fiume. La corrente in alcune parti era davvero forte, ma il nostro guidatore era davvero esperto. In giornata inoltrata arrivammo alla foce e credevamo che avremmo trovato una barca per portarci a destinazione, invece con le canoe attraversammo il piccolo pezzo di mare che separava la foce dalla riserva marina di Kepulauan fino all’isola di Rabu Rabu.

Isola di Rabu Rabu

In quel momento guardai Peppe e tutti e due provammo le stesse sensazioni di paura tremenda. C’erano anche delle alte onde ma noi andavamo a pelo d’acqua per la velocità, in alcuni istanti ho avuto davvero paura e Peppe credo abbia pensato agli squali. Dopo un tempo che a noi sembrò un’eternità arrivammo a riva sani e salvi. L’isola era paradisiaca non aveva nulla da invidiare alle più famose Maldive. Sabbia bianchissima, mare pulito e limpido con pesci che già si vedevano da sopra l’acqua. Posammo i bagagli nella piccola capanna a noi destinata e misi subito il costume. Quando mi raggiunse mio marito ero già al sole come le lucertole, lui invece si prese la maschera ed esplorò la baia e ogni tanto mi chiamava per farmi vedere una stella marina bellissima. Era il paradiso, solo noi e la natura.

La cena fu in guest house con atmosfera soft a lume di candela, con piatti a basa di frutta, riso e pesce buonissimi. Mentre eravamo a l etto un rumore ci destò dal sonno e ci spaventammo. Subito pensammo ad un animale che stava entrando in capanna. Mio marito molto coraggiosamente e con una scarpa in mano uscì nel patio, subito si rilassò e mi chiamò a bassa voce. Ai miei occhi si materializzò una scena vista solo nei documentari.

Aiutata solo dall’istinto e dalla luce della luna, una tartaruga stava scavando una buca e poco dopo vi depositò le sue uova, dopo le ricoprì con la sabbia e andò via tranquilla scomparendo tra le acque buie. Eravamo emozionatissimi e l’indomani lo raccontammo ai custodi che tempestivamente circondò la zona con della rete. Il tempo volò troppo velocemente e dopo tre giorni di totale relax dovemmo preparare i bagagli per tornare in Brunei, intanto ripercorremmo la strada del ritorno fino al campo base per prendere il volo interno. 

Volevo che il tempo si fermasse il quel momento così da non finire quei momenti magici. Invece  finiva il viaggio più bello della nostra vita. Abbiamo conosciuto persone fantastiche che ci aprirono le porte delle loro case e dei loro cuori. Scoprimmo posti di cui non sapevamo l’esistenza e visto animali rarissimi e fantastici ma tutto questo rimarrà per sempre nella nostra memoria e nei nostri cuori. Fu il viaggio della nostra vita e sono felice di averlo fatto con il migliore compagno di viaggio: mio marito.

Altri viaggi che potrebbero interessarti

Durata: 12 giorni / 9 notti

da € 4.290 - Voli inclusi

Durata: 9 giorni / 6 notti

Su richiesta

Vietnam Classico 2

Durata: 9 giorni / 8 notti

da € 1.330 - Voli intercontinentali esclusi

Durata: 16 giorni / 14 notti

da € 3.320 - Voli internazionali esclusi

Articoli che potrebbero piacerti

Rincorrere una tazza, rincorrere un amore, rincorrere la vita per il Giappone, il Sud America, l’Australia – di Guergana Radeva

Il racconto del giro del mondo di un gruppo di amici con la passione per il surf, lo skate, le foto e i viaggi – di Luna Bogoni

Non perderti le nostre offerte!

Go Asia S.r.l.
via Canale, 22 - 60125 Ancona
P.IVA, CF e n. iscr. CCIAA 02339160422 R.E.A. AN 179753
Capitale Sociale € 230.000
Premio Turismo responsabile Italiano 2011
Continua a seguirci su