Il viaggio di Marco

di Marco Cetara

 

Un viaggio in Asia tra Jakarta e Singapore in piacevole compagnia

Direzione: Indonesia. Tappa a Jakarta sull’isola di Java per poi proseguire in Malesia, a Singapore.
Da Singapore proseguirò per il Saigon e successivamente Bangkok.
Mentre l’aereo sorvola la città, l’hostess fa notare ai passeggeri lo skyline.
Intravedo l’aeroporto e dall’alto ho la sensazione che sia un “disegno nel grano” (grano non ce n’e’).
Atterriamo lontano dal centro abitato e in attesa di prendere il volo per Singapore decido di fare due passi. Esco dall’aeroporto per una sigaretta e dopo qualche boccata rientro e all’interno. Bighellono tra i negozi.
Lo speaker annuncia che il volo e’ stato spostato a domani… ma come? Perche’?
Non si sa’ !!
La compagnia aerea ci dice che per motivi tecnici non si puo’ decollare…
Sono imbarcato, con gli altri passeggeri, su un bus navetta che ci portera’ in un hotel per il pernottamento.


Arriviamo a Jakarta.
Il traffico sembra ordinato.
Arriviamo all’hotel e scendendo dal bus sono travolto dal rumore del traffico. Non ci ero piu’ abituato.
Odore acre. Fumate azzurre, grigie, nere, escono dagli scappamenti. Mi passa la voglia di fumare…
Auto e motorini in un gioco di incastri si muovono a tratti.
Centinaia di persone in motorino. I guidatori ed i loro passeggeri sembrano fusi con il mezzo meccanico. Una marmellata di colori.
Il frastuono e’ assordante, clacson impazziti “strombazzano” senza un ritmo…
Il cielo e’ grigio. Ha piovuto e si sente l’odore dell’asfalto bagnato.
Sconvolto e affascinato dal “disordine organizzato” non provo neanche ad attraversare la strada.
Rimango sul mio marciapiede. Rientro in albergo voglio un bagno.
La colonna sonora della notte e’ stata la stessa della giornata ma affievolita dai doppi vetri. Alle sette siamo a prendere il volo.


Arrivo a Singapore.
La trovo bellissima nonostante le costruzioni avveniristiche, che di orientale hanno ben poco, sorgono, spuntano da una citta’, che si vede, era un contesto di templi e statue sacre (credo) raffiguranti leoni e draghi.
Il contrasto è sbalorditivo.
Decido che voglio fermarmi qualche giorno per cui  mi informo che il volo per Saigon  possa prenderlo più avanti.   Si!   Si può fare!!!
L’hostess di terra della compagnia aerea mi indirizza in una zona decentrata che, dice lei, è più caratteristica. Mi fido (e’ molto carina) e mentre mi mostra una mappa della città incrociamo gli sguardi varie volte… Mi dice che anche lei si ferma a Singapore. E’ di Singapore!
Accidenti… mi sto’ facendo prendere… Sdolcinato le chiedo se puo’ farmi da “cicerone”.
Si sofferma un attimo sulla piantina della citta’ e interrompendo le istruzioni, mi guarda e annuisce.
Mi presento. Lei si chiama Mae.
Ho il cuore che palpita forte. Sono emozionato. Le chiedo, impunemente, se vuole uscire con me a cena e nel momento in cui lo chiedo sono pervaso dall’idea che mi dia “buca” .
Mi fissa gli occhi e con un semplice “si”… mi fa sognare.
Aspetto, trepidante, che la signorina finisca il turno lavorativo.
La vedo parlottare con una sua collega e dopo pochi minuti mi viene incontro sorridente e pare piu’ rilassata di prima.
Si scioglie i capelli raccolti e con uno scrollo del capo li fa scivolare sulle spalle. Questo gesto me la fa’ sembrare piu’ di bella.
La divisa e’ un costume tipico locale, e’ floreale, e’ composto da una casacca attillata senza colletto e da una gonna lunga fino alle caviglie.
Mi sento un beota… resto a bocca aperta.
Le stringo la mano come se fosse la prima volta che la vedo.
Non ho il coraggio… l’ardire, di prenderla sotto braccio.
Camminiamo uno vicino all’altra e con la coda dell’occhio la sbircio, guardo come cammina, come si muove in quella gonna stretta. Le guardo le scapole, le guardo il collo, le guardo il profilo.
Arriviamo in prossimità’ dell’uscita e mi faccio precedere  perche’ non saprei dove andare ma accenno un gesto di galanteria facendola avanzare.
La seguo.
Improvvisamente mi viene in mente un ricordo: ero un bambino, con mia madre andavo al supermercato a fare la spesa e la seguivo ciecamente (come sto seguendo lei).
Mae accenna ad un taxi di fermarsi. Saliamo sulla vettura.
In malese o in “singaporese” comunica al taxista la destinazione.
La guardo costantemente mentre lei indica edifici, monumenti o chissa’ cosa, usando l’indice come puntatore sul finestrino dell’auto come fosse il monitor di un computer.
Non mi interessa niente della citta’, dei palazzi alla “blade runner”, dei templi, delle statue, delle fontane… sono interessato solo a Mae.
E’ cosi’ pacata, tenera, tranquilla, sorridente. Mi da’ il senso della calma, della pace.
Arriviamo in downtown (periferia). Mi sento, finalmente, in Malesia.
Le luci dei palazzi, dei grattacieli occidentali e occidentalizzanti si intravedono in lontananza.
Una miriade di piccole case affacciate sul mare e immerse nella vegetazione mi riportano in cio’ che immaginavo della Malesia.
Le chiedo se ci sono serpenti o animali feroci… Lei ride.
Vederla ridere e’ una gioia anche per me. Contagiato dalla risata, stupidamente, rido a mia volta.
Mi fa accomodare nella veranda di casa sua. Mi dice che si deve cambiare l’abito.
Le sorrido, le porgo una sigaretta, lei rifiuta ma io, maleducatamente, me l’accendo.
Tra una boccata e l’altra respiro l’odore del crepuscolo. I colori tenui della sera mi rilassano ulteriormente.
Da qualche parte, da qualche casa vicina, sento musica, forse una radio locale?!
Attendo…
Mae esce di casa con due bicchieri e me ne porge uno. Brindiamo e’ tea!!!
Lei e’ radiosa, indossa scarpe da ginnastica, jeans e camicetta annodata all’ombelico lasciandole i fianchi scoperti.
Mi sento piu’ beota di prima…
Le chiedo di usare il bagno.
La casa e’ ordinata, poche cose… mi domando quanto possa guadagnare una hostess malese…
Dopo essermi “riordinato” la raggiungo sulla veranda. Ci sediamo sui gradini di casa.
Mi rendo conto che, da quando ci siamo conosciuti, non abbiamo avuto un vero colloquio, una chiacchierata, una discussione. Ci siamo parlati piu’ con gli occhi che con la bocca… Mi prende la mano e dolcemente mi tira verso la strada. Mi chiede se sono affamato… Io annuisco.
Dove mi sta’ portando?
Lei saltella, si vede che ‘ contenta, euforica…io provo la stessa sensazione.
Giungiamo ad un locale semi nascosto poiche’ circondato da una siepe.
Il ristorante si affaccia su un prato “inglese”, esternamente, e’ illuminato da lanterne.
Non e’ esattamente quello che immaginavo ma … VA BENISSIMO.
Mangiamo.  Io con gli occhi sto mangiando anche lei…
Sorridiamo, cerchiamo di raccontaci. Non voglio parlare di Italia, Europa, occidente… Voglio ascoltare solo quello che mi dice Mae.
Anche se non capisco tutto cio’ che mi racconta io annuisco.
Lei si accorge che mi sto beando della sua voce, del suo viso, della sua bocca, dei suoi occhi ma d’altronde io non riesco ad essere distaccato.
Dopo cena usciamo e camminiamo a piedi scalzi sul prato umido.
Mentre cammina calma a passi brevi,  Mae si guarda incessantemente i piedi.
Dice qualcosa, farfuglia, non capisco cosa stia dicendo o commentando, sembra parli da sola.
Le chiedo piu’ di una volta di ripetere quello che dice (non solo perche’ capisco poco  ma perche’ proprio… non ci sento).
Mi sta chiedendo di non “auto invitarmi” a casa sua. Praticamente mi sta scaricando!
Oh  ca…volo… mi chiedo cosa fare? Dove vado ora?
Gentilmente e sommessamente le faccio presente che non ho una dimora a Singapore!!!
Sono disposto a dormire in veranda. Lei sorride.
Torniamo a casa sua. Prendo il sacco a pelo e lo sdraio per terra sotto la sua supervisione.
Mi saluta e rientra in casa.
Dopo circa mezz’ora, mentre credevo di addormentarmi, Mae mi invita ad entrare.Tra me penso che fuori, tutto sommato, non stavo male…vabbe’ era un po’ umido ma non stavo male. Ora sotto un tetto e con la porta chiusa, pero’, sono piu’ rilassato.
Mi fa accomodare su una stuoia… ci auguriamo la buona notte e… ognuno nel suo spazio.
Ripasso mentalmente la giornata… e tirado le somme posso ritenermi fortunato…
Domani ancora Singapore. Dopodomani Saigon… to be continued…

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