Il viaggio di Paolo

di Paolo Ghidini

Dopo questo viaggio la vita di Paolo fatta di Facebook, calcetto e centri commerciali non sarà più la stessa – Via della Seta, Nuova Zelanda, Sudamerica

Svegliarsi la mattina, fare colazione, percorrere in macchina i pochi km che separano dal luogo di lavoro -in coda- battere qualche tasto a computer e fare telefonate per otto ore, tornare a casa -in coda- passare la serata davanti alla tv, andare a dormire. E il giorno successivo ricominciare. Numeri, numeri, numeri: conti in banca, investimenti, numeri di telefono, scontrini, numeri ovunque. Riempirsi la testa di citazioni da facebook, il calcetto una sera a settimana e la domenica tra centro commerciale e parenti.

Lavorare, guadagnare, spendere. E pensare pure di costruire qualcosa, obiettivi massimi lo stipendio crescente, il matrimonio, il mutuo per la bella casa. Eppure non è stato sempre così. C’era un tempo in cui, sfogliando le pagine di un libro i sogni non erano a 5 zeri o a 200 cavalli, ma sapevano di spezie, di mercanti di schiavi, di pirati e terre lontane.

Quando ero piccolo, rannicchiato con una torcia sotto le coperte, vedevo il capitano Billy Ossa stramazzare sul pavimento della mia locanda, e aprendo il suo baule trovavo la mappa di un’isola lontana. Quel piccolo Jim Hawkins non era morto, solo si nascondeva dentro di me, o forse ero io a non volerlo vedere. Perché? Non lo so. Non so perché ci ho messo tanto a decidermi, ma so con certezza che non è mai troppo tardi. Riempire lo zaino con poche cose essenziali e partire, seguendo sogni e desideri.


La via della seta

Il primo, vero, storico, viaggiatore di cui sentii parlare da piccolo fu Marco Polo. E non poteva che partire da lì il mio viaggio nel mondo e dentro me stesso, da quella via della seta che ha rappresentato per centinaia di anni l’ideale di avventura, mistero, magia.

Camminando per le strade di Khiva al tramonto non mi sembrava nemmeno vero, lo stavo facendo: solo un mese prima ero seduto ad una scrivania attendendo impaziente le 18 e ora contrattavo a gesti con tassisti uzbeki un passaggio per attraversare il deserto. Non serve conoscere le lingue come non serve avere tanti soldi: le uniche condizioni necessarie e sufficienti sono la voglia di mettersi in gioco e il desiderio di scoperta. Bukhara, Samarkand, Tashkent, problemi ad attraversare i confini, molestie sessuali, interminabili corse in auto, bus, treno, buche ovunque e strade sconnesse, Dushambe, laghi cristallini, spiedini di montone e vodka, montagne altissime che dominano valli verdi, villaggi poveri, alberi da frutto e fichi rosa dolcissimi.

L’Asia centrale è un’area dura, inospitale a tratti, che ricompensa con viste mozzafiato, sorgenti d’acqua calda, mercati afghani e sorrisi kirghisi. Poi la Cina e le sue luci così moderne sulle sue tradizioni così antiche e gli usi e i costumi duri a morire. Sono certo che anche Marco Polo si sarà sorpreso di vedere quanto sputano i cinesi, e si sarà deliziato con le migliaia e migliaia di pietanze sempre diverse. Dalle grotte di Mogao all’esercito di terracotta, dai deserti alle montagne tibetane, fino a Beijing e alla grande muraglia. Shangai era un gioco in cui bisognava raccogliere bastoncini per fare punti, e io vi ho raccolto innumerevoli esperienze, sapori, colori. Il sud così particolare, le montagne carsiche dalle forme irreali fino all’ingresso in Birmania e la magia cambia forma e si mette i panni di Kypling e Orwell.

Divoro i loro libri e tutti quelli che parlano di questa parte del mondo, questa terra rimasta isolata e per questo un po’ speciale. Tra giungla e distese interminabili di templi mi ritrovo all’ombra della grande pagoda di Yangoon a discutere con i monaci, solo poche ore dopo aver incontrato Aung San Su Kyi. Come può un comune ragazzo della provincia bergamasca incontrare un premio nobel per la pace dall’altra parte del mondo? Magia del viaggio.

La Cambogia è capace di elevare lo spirito alla vista dei maestosi templi di Angkor persi nella foresta e poco dopo farti scendere negli inferi e dannarti l’anima coi fantasmi del suo orrendo passato, il Vietnam che corre veloce verso il futuro a bordo di milioni di scooter mentre le sue minoranze nelle montagne del nord camminano lente e sorridenti tra il fango delle terrazze coltivate a riso, e una volta arrivato in cima, la discesa è dolce e languida sulle placide acque del grande Mekong, giù attraverso il tranquillo Laos. Il caos e la frenesia Thailandese prima e il mix culturale della Malesia poi mi hanno accompagnato alla fredda, asettica, perfetta e luccicante Singapore dove ho lasciato l’Asia per volare nell’emisfero sud e in quella Nuova Zelanda che ormai è entrata nell’immaginario come la terra di mezzo.


Nuova Zelanda

Ho vissuto e viaggiato qui per un anno, lavorando nei frutteti, in fabbrica, al porto, comprando un camper da hippy degli anni 70 e vivendo di poco sotto il sole, scalando li monte Fatu e trovando lungo la strada amicizie, emozioni, tramonti spettacolari e l’amore. E’ qui che per la prima volta ho riflettuto sul serio sul significato di leggerezza. Quando ho realizzato che i momenti più belli della mia vita li stavo vivendo con, come unico possedimento, uno zaino e il suo magro contenuto, improvvisamente il guardaroba di casa, l’auto parcheggiata in garage, il desiderio di gadget tecnologici all’avanguardia, l’abbonamento a Sky, tutto ha perso di significato. Le orgogliose isole Tonga, le Fiji e poi Samoa.

Mi sono fermato, per un’ora, ad osservare il panorama di Apia dal promontorio dove R.L. Stevenson ha voluto essere sepolto. E ho capito che ero arrivato dove dovevo arrivare. Che era lì che ero destinato ad essere, in quel momento, ad un anno dalla partenza, a rendere omaggio a colui che mi ha fatto sognare sotto quelle coperte tramite la potenza evocativa delle sue parole. La mia isola del tesoro. Tornato in Nuova Zelanda ho scoperto il sud del paese, disabitato e magnifico, prima di attraversare il Pacifico ed atterrare a Buenos Aires.


Sud America

Tango, futbol, passione e tanta ospitalità dalla foresta pluviale a nord fino alle steppe desolate e battute dai venti della Patagonia.

Ghiacciai, picchi rocciosi, camminate e trekking di giorni e giorni in solitaria, con la tenda e un fornelletto a gas, alla scoperta di posti che mai avrei pensato poter vedere con i miei occhi, posti che abbellivano in fotografia lo sfondo di un desktop. Risalendo il Cile e vivendo con amici di lunga data ho imparato a surfare le onde del Pacifico, sono entrato poi in Bolivia e ho attraversato le Ande come il giovane Ernesto, senza moto, ma con il cuore aperto agli incontri e alle emozioni. Gli strepitosi scenari dell’altopiano e le rovine Inca in Perù, il verde Ecuador e la calda Colombia, Venezuela e ritorno.


Un po’ intontito sono sceso dall’aereo rientrato in Italia, e camminando verso casa pensavo a tutte le persone che ho conosciuto, tutti i volti che mi hanno sorriso, le esperienze condivise, i tramonti, le gambe che mi hanno abbracciato, i chilometri, la polvere, il mare, tutte le onde, le rughe delle vecchie, le lacrime, la solitudine, tutte le fotografie, i ricordi, le emozioni. Come dare un senso a tutto questo?

Alzarsi la mattina, fare colazione con i sapori di una terra lontana, uscire di casa e perdersi nei colori di un mercato, passare ore a leggere all’ombra di un albero, incontrare gente, parlare, condividere esperienze, sentire musica e fare brindisi, andare a dormire, sognare. E del giorno seguente, chi se ne importa?

Numeri, numeri, numeri: 697 giorni, 52000 km su terra, 27 paesi, 35 passaggi di confine, 1 sogno.

Dall’ufficio del call center, ogni giorno cambio lo sfondo del desktop con una foto che ho scattato in questi due anni, e ad ogni momento libero sono lì, con gli occhi persi in un’immagine che non è di un grande fotografo, è solo vita. Immagini che mi aiutano a mantenere le proporzioni di quella che è la realtà, e quella che è invece la finzione di plastica in cui troppo spesso viviamo. E quando i colleghi si infervorano in discussioni sul calcio o sui finanziamenti da fare per comprare la macchina nuova, guardo inebetito lo schermo, ripenso al mio sogno, e sorrido.

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