Sabato nel Nirvana

di Paolo Borsoni

Un viaggio nell’Himalaya

 

La jeep scassatissima, ricoperta di ninnoli multicolori, di ciondoli e di immagini sacre, a ogni curva sbanda, occhieggia un precipizio; stiamo per prendere come foglie al vento la via del vuoto, il Paradiso in anticipo sta aprendo le sue porte… ma poi una mano divina ci sfiora e ci risparmia il burrone.
Un clangore di ferro. Abbiamo perso un pezzo! Veleggia laggiù nello strapiombo.
Ma lui, imperturbabile col suo turbante in capo, le braccia distese sul volante, non fa una piega; ha un viso reso ancora più altero da due baffi neri lunghissimi e sottili.
«Travel is a very good way to spend money» mi dice per creare un po’ di cordialità, continuando a guardare verso la strada.
“Lascerò il sacco all’hotel ? penso, ? poi, confidando nella benevolenza degli dei, mi farò portare ancora più su, fino a Hemis”.

Davanti all’hotel, il mio Automedonte si complimenta: «You chose a very good hotel, sir! Very good! Very expensive!»; è contento di aver caricato all’aeroporto qualcuno che si può permettere l’Hotel Yak; ride scoprendo una dentatura che è un cruciverba a punti bianchi e neri, continua a sorridermi col suo sorriso affettato mentre scivola fuori dalla sua jeep e tutto servizievole con un inchino mi spalanca la porta; poi con fare da maggiordomo vorrebbe prendermi il sacco, ma io lo precedo e col mio zaino in spalla mi avvio verso l’Hotel Yak.

All’impiegato della Reception spiego che ho prenotato una camera con una email.
Mentre l’impiegato scorre la fila delle prenotazioni, mi accorgo che il mio Automedonte quatto quatto mi ha seguito, sta facendo segni per attirare l’attenzione dell’impiegato, cerca di fargli intendere che è stato lui a indirizzarmi al suo hotel, a fargli fare buoni affari, si aspetta quindi una buona mancia.
Incurante delle subdole manovre del tizio a cui ho affidato oggi la mia vita senza averlo mai visto prima, porgo con cura sopra il banco il mio sacco all’impiegato che lo afferra e senza alzare lo sguardo dal suo libro lo sbatte contro la parete dietro il bancone. Mi chiedo se sia incavolato con me o con lo strano personaggio che è alle mie spalle, in ogni caso è incavolato con chissà chi, forse con la moglie, si sa come sono le mogli sull’Himalaya (è l’altitudine).
Io sono lì indeciso se incavolarmi a mia volta con l’impiegato e dirgliene quattro informandolo che non se la può prendere con me se ce l’ha con sua moglie, oppure prendermela con il personaggio alle mie spalle intimandogli di ritornare senza indugio alla sua jeep oppure più ragionevolmente con me stesso per essere qui alle sette meno un quarto di mattina in un posto che presenta a quanto pare alcuni inconvenienti oltre l’altitudine che opprime come un chiodo piantato nel cervello.
“Chissà se riuscirò a ritrovare il mio sacco quando ritornerò qui stasera?” mi chiedo guardando il mio povero zaino sbattuto miseramente per terra.


Fuori dell’albergo Automedonte mi ricopre di nuovo di effluvi di complimenti: «Your hotel is very good, sir! Very expensive!»; e mi fa cenni di assenso, inchini, sorrisi, cenni di ammirazione; è proprio contento del suo cliente. «You chose a very expensive hotel, sir. Congratulations! Very expensive!» ripete.
“Boh? ? penso (Bo è un dio himalayano). ? Chissà quali e quante ragioni avrà per farmi tutti questi complimenti?”.

Sette di mattina dall’altra parte del mondo, dall’altra parte della Terra, dall’altra parte di tutto, 4000 metri di altezza.
Riprendiamo a scorrere su e giù per le vallate del Ladah segnalando con clangori a ogni agglomerato di case e di casupole il nostro passaggio.
Un uomo anziano allampanato sta camminando in mezzo alla strada, è vestito con una lunga tunica bianca, lacera, coperta di chiazze; (“ecco qua qualcuno che non si può permettere l’Hotel Yak!”); cammina e ogni tanto dà un calcio a una pietra, a un barattolo, a una cartaccia sparsi sulla carreggiata. Con uno spazzolino infilato in bocca nel frattempo si sfrega vigorosamente su e giù la dentatura. Pulisce denti e strada nello stesso tempo, davvero un ecologista di riguardo! La jeep sgomma, suona il clacson, lo sfiora, e il vecchio, tranquillo come una Pasqua, continua a pulirsi i denti e a scalciare cartacce, sassi, barattoli; tutto quello che gli capita a tiro lo sbatte lontano come un proiettile; un fare un po’ rude ma con una sua funzionalità; per dire: cento di questi calciatori mattinieri e tutta la valle del Ladah si risveglierebbe con le strade immacolate!


La catena dell’Himalaya è una distesa ocra, pietrosa, ghiaiosa, solo le vette lontanissime sono innevate. Chi si aspettava un paesaggio simile alle Alpi è proprio scarso di geografia, meglio che restava a casa (avrei risparmiato anche parecchi soldi).
Fumo nero si alza dalla carreggiata; uomini dai visi anneriti stazionano dentro la nuvolaglia, sembrano diavoli dell’inferno, i loro corpi si muovono tra fumi e fiamme; armeggiano, picconano, svangano, si chinano: stanno asfaltando la strada. La jeep s’infila dentro la nuvola nera.
In alto, offuscata tra nubi e fumo, la sfera del sole fila veloce come nella carrellata della sequenza di un film; tra mezzogiorno e le 4 del pomeriggio quella stessa sfera diventerà una palla di fuoco che brucerà la pelle degli esseri umani. A perdita d’occhio sono circondato da pareti ocra, ghiaioni, cumuli e sterminate distese bianche che da lontano qualche sprovveduto (ad esempio qualcuno arrivato proprio questa mattina) scambia subito per nevai… mentre invece sono solo sassi lattescenti.
La jeep lascia alle spalle gli esseri avvolti dal fumo tra i baluginii delle fiamme, risale su per i tornanti del Ladah, sgomma, sbuffa, ballonzola, punta il muso verso i 5000 metri di altezza.


All’incrocio col sentiero per il monastero di Hemis la jeep accosta sul lato della strada; si ferma.
«Here you are, sir!» esclama Automedonte col turbante.
Da qui in avanti bisogna andare a piedi.
«How much?» chiedo aprendo il borsellino.
«Two thousand rupias, sir» risponde gentile Automedonte.
Rialzo lo sguardo… sgrano gli occhi sorpreso…
Lui mi squadra… gli brilla lo sguardo in attesa della mia reazione…
«Too much!» faccio secco secco.
«No sir! It’s a very long way, sir!».
Scuoto la testa. «Too much!» ripeto.
Fa un passetto all’indietro, si acciglia, assume un fare offeso, aggrotta la fronte e le sopracciglia a cespuglio. «The price is fixed, sir!».
(Ma da quegli occhi lubrici s’intuisce che sta pensando: “Turista del cavolo! Ti puoi permettere l’Hotel Yak! e adesso vieni a contrattare il prezzo della mia corsa!”).
«Are You sure?» gli domando per concedergli un’ultima possibilità, un’ultimissima condiscendente via d’uscita da un comportamento non proprio onesto.
«I am sure, Sir!» dice impettito col suo turbante ritto in testa portando la mano al petto come se facesse la dichiarazione di fedeltà eterna a Sua Maestà Britannica.
Tiro fuori le 2000 rupie e le poso con distacco sopra il sedile.
E lui con un lieve sorriso e occhi che scintillano allunga la mano sulle banconote. Ridiventato di nuovo un monumento di gentilezza chiede: «Sir, shall I come later and pick you up any time you want?».
“Ma va al diavolo! – penso. – Te e le duemila rupie!”.
Passano alcuni secondi…
«Ok, Sir!» esclama con un sorriso come se mi avesse letto nei pensieri.
Fa un inchino.
«Good bye, Sir – mi saluta richiudendo lo sportello. – Have a nice day!».
Non riesco a mettere soggezione neppure ai tassisti del Ladah! Questo qua se ne sbatte pure dei miei anatemi.
(Ho davvero ben poche chance nelle vesti di Cerbero, di Indiana Jones o di Rambo.)


L’ultimo tratto per Hemis è da gambe in spalla ovvero da spalle in gamba. Il monastero dal fondovalle appare un castello fatato incastonato tra guglie affilate di vette.
Dopo essermi inerpicato su per il costone, a non molta distanza da Hemis vedo un saddhu seduto per terra sul margine del sentiero con le spalle appoggiate a un muretto di pietre che costeggia il viottolo; indossa solo un perizoma, anche se a quest’ora in questa parte in ombra della montagna fa freddo; lui se ne sta lì incurante del gelo, ha il braccio scarnificato disteso, il gomito appoggiato al ginocchio, il palmo della mano aperto verso l’alto; tende la mano così che il passante possa posarvi qualcosa; accucciato nel suo angoletto a ginocchia alte e sedere per terra, mano aperta, aspetta un’oblazione.
E anche quando superandolo io non gli ho dato niente, lui se ne sta lì col braccio teso, gli occhi fissi, il cranio e la faccia di una mummia, in attesa nel suo spigolo tra il sentiero e il muretto. In realtà lui è superiore alla contingenza che qualcuno passando gli faccia l’elemosina, non è neppure sfiorato dal problema di ricevere, lui non si cura del dare e dell’avere, al contrario si dispone a favore di quelli che lo incrociano perché possano fare un’oblazione, è per questo che se ne sta lì in attesa non dell’elemosina ma del Nirvana; col suo ascetico, superiore sussistere in questo mondo, che è pura apparenza, si dispone ad assolvere un compito codificato da scritture millenarie: permettere agli esseri umani che si aggirano per le strade di questa terra di fare l’elemosina a un saddhu e di guadagnarsi così il lasciapassare per una migliore reincarnazione.


La gente è venuta da tutto il Ladah in questo primo sabato di luglio per partecipare alla celebrazione della festa religiosa più importante dell’Himalaya. La polvere ben presto la fa da padrona, alzata da quelli che arrivano con i sandali, gli zoccoli, solo pochi, i ricchi, con le scarpe. Gruppetti sempre più numerosi risalgono il sentiero verso il monastero. Parecchi ladahi gremiscono già le tende erette attorno alle mura, si sono sistemati nelle panche, mangiano spaghetti in brodo, piatti di riso, alzano al cielo bicchieri colmi di tè insaporito con il burro di yak.
Il tè al burro di yak è una bevanda da bere assolutamente una volta nella vita… (se si vuole assegnare con cognizione di causa l’Oscar delle Bevande Più Imbevibili e Più Rancide del Pianeta).
Così io mi siedo, non su una panca a bere il tè di yak (m’è bastato una volta e non ci ricascherò mai più), ma per terra in un angolo del cortile del monastero in attesa che inizi la cerimonia religiosa.
Accanto a me si sistema subito una donna con un neonato in braccio. La giovane ladaha ha la faccia essiccata dal sole, che da queste parti a 4000-5000 metri di altitudine nelle ore centrali della giornata è micidiale. Il sorriso della ragazza è un po’ rude e tosto, ma simpatico, culla la sua bimba imbacuccata in un fagotto di fasce bianche avvoltolate da cui spunta solo la testolina.
La donna ladaha mi sorride e a gambe incrociate ondeggiando di qua e di là cerca la posizione più comoda per restare seduta per parecchie ore; è vestita con un lungo abito nero che alla lontana assomiglia a quello delle beghine del Nord Europa di alcuni secoli fa con arzigogolati ricami bianchi agli orli, la differenza è che lei in testa non porta un fazzoletto nero ricamato ma un cappello alto quasi mezzo metro, una specie di minicattedrale di stoffa e di feltro scuro con i bordi rivolti all’in su come torrioni; la gonna è così larga che funziona da tovaglia e da coperta; i boccoli della capigliatura le giungono fino alle spalle, neri come ardesia; gli occhi scintillano da carboni accesi; nella sua rudezza, nei suoi caratteri tanto marcati fa trasparire un senso di umanità.


In questo monastero in mezzo ai monti tra lei e me, che vengo da tutt’altra parte del pianeta, c’è la particolarità che non abbiamo alcuna parola in comune per scambiare messaggi, ma siamo vicini in uno spiazzo polveroso tra montagne himalayane, condividiamo il tempo e l’attesa, e la nostra conversazione si articola in accenni cordiali, sorrisi, sguardi, ammiccamenti cortesi.


Il vestito della signora ha una affilata scollatura che dalla gola scende giù giù fino al seno.
E ora la donna con la mano destra – la mano sinistra sostiene la bambina – apre la scollatura e denuda davanti a me una poppa. Sgrano gli occhi! Questa non me l’aspettavo! La mammella è grossa, turgida, con un capezzolo grande, rosso scuro come vino. Mi ci vuole poco per capire che lo spettacolo non è a mio beneficio; la signora si china, avvicina la sua poppa alla bimba che intuendo che quella è la parte più buona e interessante del mondo comincia subito ad agitarsi finché le sue labbra riescono a trovare il tesoro che le viene offerto.
Mentre la bambina succhia con foga, la ragazza ladaha rialza gli occhi e mi sorride compiaciuta. Anch’io le faccio un sorriso… poi cerco di guardare da un’altra parte.
E penso che mi sembra di avere in comune qualcosa con questa signora nata a decine di migliaia di chilometri dal luogo dove sono nato io, qualcosa di reale quanto i nostri due corpi che si sfiorano; mi sembra un po’ strano che si sia denudata proprio davanti a me che più estraneo rispetto a lei non potrei essere, eppure in fondo in fondo la capisco: siamo qui in attesa dell’inizio della cerimonia religiosa e lei approfitta dell’attesa per allattare la sua bimba. Furba, no?!

A getto continuo arrivano gruppi di pellegrini. Le donne ladahe si mettono tutte sedute in fila accanto alla signora che allatta.
Mi viene il dubbio di essermi piazzato nella zona del tempio riservata alle donne; mi alzo, mi guardo in giro… ma c’è un tale viavai di gente da ogni parte che non saprei dove andare, così mi risiedo in mezzo al gruppo di signore ladahe… sperando di non essere lapidato.
La giovane con al seno la poppante viene seguita nella sua opera di allattamento da tutte le altre donne, è un fervido cicaleccio segnato da un acceso dibattito, interesse, attenzione, commenti. La signora viene accompagnata attimo per attimo nella sua funzione di allattamento, un evento che da queste parti deve essere molto importante tanto da coinvolgere l’intera comunità, almeno quella di sesso femminile.

Tutte le signore che mi circondano portano in capo la stretta tuba con i bordi rialzati, un copricapo nero puntuto ricoperto di ciondoli dorati, come quello di una maga.
E adesso, visto che ormai siamo proprio vicini e che anzi siamo spinti a forza l’uno verso l’altra, coscia contro coscia dalle donne che continuano ad arrivare, a sedersi, a reclamare con uno sguardo e un sorriso un po’ di spazio, visto che ormai condividiamo l’attesa, la polvere, la terra su cui convivere per una giornata intera e che abbiamo in questa contingenza della nostra esistenza tante cose in comune, per tenersi meglio in equilibrio, per stare più comoda la ragazza si appoggia a me: piazza sicura il gomito del suo braccio sopra il mio ginocchio sinistro così da porgere con più agio il suo seno alla sua bimba. Furba, no?!

In questo frangente, unico individuo di sesso maschile in mezzo a un gineceo di donne himalayane, che sorridono e si danno di gomito indicandomi con gli occhi, entro a far parte di un singolare trittico: se fosse un quadro esposto al Prado di Madrid sarebbe intitolato ALLATTAMENTO
Mamma, Bambina e Appoggia-gomito.


Nello spiazzo polveroso di questo monastero in cima all’Himalaya il mio ginocchio sta assolvendo un utile servigio.
Almeno per una volta servo a qualcosa.
È per questo per caso che sono capitato al mondo? Una bella domanda filosofica.
E ancora: è per questo che esistono le ginocchia? E le mie ginocchia esistono in quanto servono? O servono in quanto esistono?
Come si vede i quesiti non mancano.
Ondeggiando sulle chiappe (trattenendo il bisogno di andare a fare pipi) cerco di trovare la posizione più comoda per sostenere l’imprevisto carico critico che mi è piombato addosso per qualche sghiribizzo della dea Parvati.

Arriva sempre più gente.
Mi sembra strano per i miei canoni occidentali che questa signora si sia denudata proprio davanti ai miei occhi e che ora si appoggi al mio ginocchio per porgere il suo bel seno nudo e turgido alla sua bimba, ma lei a quanto pare non ci trova proprio nulla di strano o di contrario al bon ton!
E se va bene a lei…
Il sorriso della giovane ispira fiducia ed esprime fiducia nei miei confronti.
Chissà se me la merito?
In ogni caso io le sorrido e penso: “In fondo capisco questa mamma che col suo gomito ossuto si appoggia al mio ginocchio per stare più in equilibrio e porgere con comodità il suo seno alla sua bimba. Mi sembra davvero strano che si appoggi proprio a un ginocchio arrivato dall’altra parte del pianeta, ma in fondo la capisco”.
Lei continua a sorridermi, ad appoggiarsi, ad allattare e a non mostrare alcun imbarazzo. E io continuo a capirla, a sorriderle e a chiedermi: “Quanti anni hai? Diciassette? Venti? Venticinque? Ne dimostri quaranta! Con quel viso abbrustolito dai raggi del sole sembri più anziana di quello che sei. Ma io, che forse sono più anziano di quanto tu sembri, ormai so bene che quello che conta non è quello che appare ma quello che abbiamo nell’intimo. Con questo tuo appoggiarti a me, con questo tuo denudarti senza falsi pudori, gioisci nel mostrarmi la tua bimba e il tuo bel seno gonfio di buon latte: sono la tua ricchezza, quella da esibire come un tesoro a un turista ricco sfondato, spuntato come un diavolo dal basso delle pianure peccaminose”.
In ogni caso io, turista ricco sfondato ma di beni ben più effimeri, inutili e falsi dei tuoi, cerco di distogliere lo sguardo, di volgere gli occhi da un’altra parte. Almeno fin qui il mio bon ton ci arriva.
(Ma forse a non guardarti ti sto deludendo.)


Gli altri occidentali man mano che si approssima l’inizio della cerimonia religiosa si aggirano come falchi per Hemis. Si fanno avanti per fotografare tutto e tutti. Si dirigono di qua e di là per scegliere la posizione migliore, per godersi lo spettacolo esotico. Provo un senso di estraneità a tanta frenesia di vedere, di fotografare, di accumulare foto, oggetti, ricordi.
In questo momento mi sento davvero del tutto uno straniero: io non sono un ladaho, non allatto, ma non ho nulla a che fare con questi visi pallidi venuti dai miei stessi emisferi per carpire la scena di folklore himalayano; io non sono parte degli uni per inappartenenza né degli altri per disposizione d’animo.

Quando il lama – era ora!- spunta dalla pagoda con una maschera multicolore atteggiata a una smorfia minacciosa e insieme beffarda, comincia a salterellare di qua e di là come una giostra ricoperta di pendagli multicolori; carico di monili e di drappi e di chincaglieria, con mosse studiate da canoni millenari, si volta di qua, si volta di là, dà un’occhiata di su, dà un’occhiata di giù, quindi d’improvviso fissa la sua maschera tremenda proprio nella mia direzione. Caspiterina!
Poi per fortuna la distoglie (sembrava che ce l’avesse con me!). Assume pose che intendono e suggeriscono sentimenti, emozioni che raccontano a gesti, a smorfie, a salti, miti tramandati da millenni, storie di battaglie fra dei e dei, tra dei e uomini in queste montagne e vallate himalayane. Con la sua maschera, oberato di monili, porta in giro se stesso e un numero spropositato di chili di orpelli.

E io penso: capisco questi occidentali che, come se gli avessi piazzato due fili elettrici scintillanti nelle chiappe, appena hanno visto il lama travestito da divinità del tenebroso Olimpo degli dèi himalayani hanno preso a saltellare da una parte all’altra del cortile di Hemis cercando di star dietro ai vorticosi prilli del semidio.

Li capisco questi miei contemporanei armati di macchine fotografiche superdigitali che balzano e sgomitano per stare alle calcagna del lama che si aggira per il monastero per gratificare tutti e tutto con le sue sacre piroette; di nuovo si è immobilizzato in equilibrio su una gamba sola, l’altra è ferma a mezz’aria con la punta della scarpa rivolta all’in su… Sogguarda verso il cielo… verso gli dei… poi con un guizzo “sdleng! sdleng!” fa una piroetta e da vero acrobata tintinna con tutti i suoi pendagli e monili “sdleng! sdleng!” per ricominciare a girare per Hemis.
Capisco questi turisti che si precipitano sul ciglio delle mura per fotografare i monaci che hanno appena alzato al cielo le lunghissime trombe dorate e le fanno risuonare cupe verso le cime per raggiungere con suoni di tube, di echi e di controechi, le vallate e gli agglomerati più sperduti di casupole abbarbicate sui precipizi del Ladah. Li capisco questi fotografi spericolati che come kamikaze puntano le donne ladahe per ghermire su quei visi le espressioni più stupite, gli occhi più sgranati, i copricapo più puntuti, i vestiti come tovaglie, le facce bruciate dal sole.

Li capisco questi miei consimili che si piazzano davanti a tutti e tutto impedendo di seguire il rito religioso ai ladahi che hanno percorso decine di chilometri a piedi per arrivare fin qui, per partecipare alla cerimonia sacra di quest’anno e che ora torcono il collo, gli occhi perché ci sono questi visi pallidi, arrivati da chissà dove, che si sono intrufolati nella cerimonia senza ritegno e ora non fanno vedere niente a nessuno.

Capisco questi curiosi globe-trotter arrivati in taxi, in jeep, in SUV, in aereo, e che ora usurpano della liturgia sacra i ladahi che hanno percorso sentieri di montagna tra pietre e polvere sui loro zoccoli, ciabatte, sandali per presenziare al rito propiziatorio del nuovo anno buddista.
Li vorrei sgozzare questi miei consimili, ma li capisco. Capisco la loro mentalità avida, la conosco. Assomigliano tanto a serpenti velenosi. Ma li capisco. Li capisco quando si atteggiano a grandi fotografi professionisti assumendo pose plastiche per lunghissimi secondi, rivolti alla scena che si tradurrà in una fotografia secondo loro artistica, secondo me volgare, di cui arricchire un carnet di foto e poi, tramite cornici, muri di case ricche e volgari. Li capisco nell’attimo che sono convinti di scattare l’istantanea che susciterà l’ammirazione e l’invidia in tutti coloro a cui la mostreranno quando torneranno nelle loro città cementificate alla conclusione della loro vacanza esotica: proprio quella sarà la foto che mostreranno con orgoglio a parenti, amici, conoscenti, individui altrettanto carichi di fotografie altrettanto repellenti e scattate con lo stesso spirito avido e meschino.
Capisco i monaci che intravedo già dentro il monastero a borbogliare frasi gutturali; sembra stiano compitando gorgoglianti mantra liturgici; ma non stanno recitando mantra liturgici né versi sacri, non stanno invocando giaculatorie propiziatorie per concludere dentro il tempio la cerimonia sacra di quest’anno: stanno ruminando, in un susseguirsi di borboglii simili a un cupo echeggiante OM, i conteggi e riconteggi delle stropicciate banconote ricevute dagli occidentali e gli incassi delle vettovaglie consumate nelle tende di ristorazione dai pellegrini ladahi.
Li capisco tutti: “Humani nihil a me alienum puto”.


E mentre la cerimonia sta volgendo al termine – anche il lama è rientrato nella sua pagoda – con grazia e circospezione sottraggo il mio ginocchio sinistro al gomito destro (a dire il vero un pochino spigoloso) della mamma ladaha che sta cullando la sua bimba soavemente addormentata e soddisfatta della pappata pantagruelica. Nel sottrarre il mio utile ginocchio faccio un sorriso contrito come per dire: “Beh… adesso devo andare”, … per esprimere le mie scuse, le mie giustificazioni, come facevo a scuola quando dovevo uscire prima della campanella.
La signora mi sogguarda – non è che mi ringrazi, il mio servigio in fondo è un atto dovuto, – mi sorride… quanto basta per ringraziare un diavolo spuntato dal basso delle pianure peccaminose.
E io penso: “Ti capisco, cara mia. Sei una furbetta gentile!”.

Mi rialzo. Faccio un inchino cerimonioso (anch’io ci so fare – se mi ci metto – con le pantomine); poi zoppicando un pochino – il gomito di quella puerpera era davvero puntuto – mentre le donne ladahe s’inchinano con i loro cappelloni e con un sorrisino ironico sulle labbra verso di me, esco dal cortile di Hemis.
“Aliena vitia in oculis habemus, a tergo nostra sunt”.
Nell’uscire vedo che la signora ladaha mi fa un cenno come dire: “ciao ciao” ovvero “ci rivediamo l’anno prossimo”.
Io alzo appena il capo per rispondere: “forse… chissà…”.

Mi avvio lungo il sentiero che scende verso valle. Fuori del tempio quando non c’è più nessuno in giro, mi fermo subito in un angolino (davvero non ce la facevo più a trattenermi!). Faccio anche distensioni e flessioni. Cavolaccio! Dovrò sorbirmi tutto il tratto del sentiero fino alla strada con il ginocchio indolenzito!
Quando riprendo a camminare, malgrado tutto – non so perché – mi sento più leggero di questa mattina quando sono salito, non è solo che adesso vado in discesa mentre all’alba camminavo in salita, è qualcosa che non so spiegare.
Quando sarò laggiù in fondo sulla strada, mi apposterò sul ciglio della striscia d’asfalto e prenderò a fare autostop con la speranza che qualcuno dei tanti intrepidi Indiana Jones, portati a Hemis a vagonate su rombanti jeep e sfumacchianti SUV da agenzie di viaggi organizzati, fra le tante spericolate avventure di cui vantarsi e da raccontare ad amici, conoscenti alla fine di questa spericolata vacanza valuti anche quella di aver salvato dandogli un passaggio un tizio un po’ fuori di testa che si aggirava da solo all’imbrunire a piedi in mezzo alle montagne impervie dell’Himalaya, tra dirupi immani e ghiacciai gelidi quando già si sentivano gli ululati ingordi degli yeti. Magari per quel passaggio davvero gradito accetterei anche di farmi fotografare: una fotografia artistica abbracciato spalla spalla al mio prode salvatore, sorridendo entrambi all’obiettivo come vecchi amici, così da immortalare per sempre la sua ulteriore avventura tra gli immensi spazi del cattivo gusto.


Lungo il sentiero rivedo il saddhu: se ne sta lì immoto, appoggiato con le spalle al muretto, magro, scheletrico.
Lui non partecipa alla cerimonia, non è interessato all’arte della fotografia, lui non stacca biglietti, non suona trombe, non fa piroette su una gamba sola, non trasporta pendagli e monili, non vende il tè di yak né indossa cappelli a tuba, non allatta neonati e non presta il ginocchio a puerpere, è sempre in mezzo ai campi col suo perizoma a coprirgli le scarse pudende; con la mano destra aperta, il gomito appoggiato al ginocchio (il suo) sembra aspettare… ma in realtà non aspetta nessuno.
Gli altri sono impegnati a contare soldi, ad allattare, a suonare, a fare giravolte, a scattare fotografie, ad andare in giro trasportando in bilico sulla testa cappelloni che peseranno chili, a vendere tè al burro di yak! a berlo! Se la vivono la vita! Sono amabili ed esecrabili, ebeti e intelligenti, belli e brutti. Il saddhu con il suo gomito posato sul proprio ginocchio, la mano perennemente aperta, non guarda nessuno, non parla a nessuno, le sue labbra non sorridono, la sua mente non ha desideri. Lui incarna il vuoto. È nudo, sembra carta velina, è indifferente sia al passare che al non passare degli altri, all’esserci e al non esserci degli altri, veleggia nell’inalterabilità nel suo non-esserci; è l’incarnazione dell’indifferenza al mondo e agli altri.
Mentre gli passo accanto e le mie gambe gli sfiorano la mano sono quasi quasi tentato di dargli una bottarella a quella mano, così per vedere se si smuove dalla sua superiore imperturbabilità.
E anche quando in quella mano aperta a ciotola io non ho posato nulla (né ho dato una botta), lui mantiene la stessa posizione, non si scompone, non mi manda al diavolo per la mia taccagneria né si complimenta per il mio ardimentoso viaggio tra le vette himalayane.
Dietro di me non c’è nessuno, ma lui tiene la mano sempre aperta, continua a essere disponibile a ricevere un’offerta anche quando non passa nessuno. Lui non chiede l’elemosina, al contrario con generosità si offre perché gli altri possano fare un’oblazione, per questo se ne sta immoto sul filo sottile tra il Samsara e il Nirvana.
Solo lui, che ho incontrato per primo quando sono arrivato questa mattina e rincontro ora nell’andarmene in anticipo, solo lui che indugia sulla soglia del Nirvana mentre gli altri sfangano la vita tra la melma e la polvere consumando la loro giornata in questo sporco mondo, in questo sogno effimero in cui si aggirano, si affannano, si agitano, si divertono, gioiscono, si rattristano, allattano, imprecano, fanno all’amore, concludono affari, peccano, si arrabbiano con la moglie, si ubriacano… solo il saddhu, che nella prossima reincarnazione gli andrà certamente meglio e che oggi ai margini della confusione più polverosa e festosa che l’ha sfiorato non ha visto nulla e che nel suo straniamento sento tanto simile a me… solo lui – un esile filo d’erba filiforme seduto sul bordo di un sentiero, uno straniero al mondo – solo lui non riesco proprio a capirlo.


Laggiù in fondo dove finisce il sentiero e ricomincia la strada asfaltata, laggiù dove termina il regno fatato di Hemis e rincomincia la civiltà rombante delle macchine, delle motorette e delle preoccupazioni quotidiane, appoggiato con il proprio gomito al tetto del proprio veicolo, vedo qualcuno…
Mi sta aspettando: lui sa che devo ripassare inevitabilmente per di lì e che con un piccolo sconto oggi mi porterà non a New York, non a New Delhi, non a New Orleans… ma all’Hotel Yak… e domani, dopo un’infiammata contrattazione, in chissà quali altri luoghi fatati delle montagne dell’Himalaya.
Ecco, quella personcina che mentre mi avvicino osservo con un sorriso di compiacimento come se fosse già amico mio, quella là la capisco: quello è l’essere più comprensibile e decodificabile che io abbia incrociato oggi nella mia giornata himalayana.
Così, mentre lui con un inchino e un fare cerimonioso pregno di calorosa affettazione si scappella o meglio si sturbanta nell’aprirmi lo sportello per farmi accomodare come se fosse una Rolls-Royce nella sua jeep scassatissima ma ricchissima di ninnoli e di ciondoli multicolori, io mi chiedo chi, fra noi tre, viva sul cucuzzolo più elevato della spiritualità e chi nel più profondo abisso dell’egoismo, chi fra noi tre sia incamminato sul sentiero dell’essere e chi invece sia immerso nel non-essere, chi fra noi tre resterà vuoto in questa o nell’altra vita o in qualsiasi altra vita ci tocchi per malagrazia di sfangare e chi sia ricoperto di polvere, di errori, di mancanze… ma almeno sia vivo.

 

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