L’odore della terra

di Francesco Longo

Il ritrovamento di un diario di viaggio fa vivere ad un adolescente dei magnifici sogni in posti lontani fino a che, 10 anni dopo, è finalmente pronto a partire per il suo viaggio

 

Aprile 2022, Aeroporto di Malpensa

Erano dieci anni che aspettavo questo momento. In realtà non la credevo nemmeno possibile come eventualità.
Un brivido leggero mi pervase, mentre lanciavo uno sguardo oltre il grande finestrone che si affacciava sulla pista dell’aeroporto.
Diedi una veloce occhiata al grosso orologio della sala d’aspetto vuota, ancora buia e illuminata solo da alcuni lampadari al neon. «Le sei e quaranta» pensai tra me. «Tra poco sarà qui.»
Mi chiedevo se non fossi un matto a fare quello che stavo facendo. Ma ormai il meccanismo era in moto, e niente avrebbe potuto fermarlo.
Tutto quello che avevo pensato nei precedenti dieci anni era condensato lì, in quel momento, agli arrivi dell’aeroporto di Malpensa.
L’appuntamento era per le sette del mattino, ero arrivato in anticipo per la paura di arrivare tardi e per il piacere di gustarmi il dolce, elettrizzante momento dell’attesa.
Molte volte, avevo notato, si era più contenti per l’attesa che non per l’evento in questione. Come quando si ha un appuntamento con una ragazza la sera e per tutto il giorni si è felici, a prescindere da come andrà la serata.
Iniziavo ad avere caldo e così mi tolsi il grosso giubbotto, il maglione legato in vita e quasi li scaraventai sul sedile di fianco al mio.
Il movimento brusco fece svuotare le tasche interne del giubbotto e decine di monetine si riversarono a terra.
Mentre ero chinato, intento a raccogliere le monetine cadute, una voce richiamò la mia attenzione. «Luigi?»


Settembre 2012, Stazione Centrale di Milano

Era tardi, le nostre gambe correvano lungo la grande stazione di Milano. Zia Luisa ci aveva accompagnati ed eravamo scesi di fretta senza nemmeno il tempo di salutarci con calma.
«Ciao Laura, ti chiamo quando arriviamo. E grazie ancora.»
«Non vi preoccupate. Ciao sorellona! E ciao Luigino! Dai, andate ora!»
Mia mamma correva tirando dietro sé un grosso trolley e con la mano cercava di incoraggiarmi ad affrettare il passo lungo le scale che portavano al binario.
«Dai, Luigi, corri che perdiamo il treno! Dobbiamo ancora fare i biglietti!»
Mentre mia mamma era in biglietteria io l’attendevo nella sala d’aspetto. C’era molta confusione attorno a me, alcuni poliziotti e vari medici parlavano tra loro insieme al capostazione.
Notai un grosso quaderno a terra, sotto le poltroncine. Ero molto gonfio, di pelle, con una cinghia blu che gli conferiva una certa autorità. Aveva attirato la mia attenzione e avrei voluto raccoglierlo. Ma c’era troppa gente.
L’immagine del quaderno si era fissata nella mia mente, fino a che lasciai mia madre, ormai arrivata al binario e corsi verso la sala d’aspetto per raccoglierlo, infilandolo sotto al giubbetto.
Avevamo così perso il treno.
«Hai visto? Adesso dobbiamo tornare dalla zia e prendere il treno di domani! Ma perché sei tornato indietro? Adesso chi lo sente tuo padre? Perché non ti comporti da adulto ogni tanto, eh?»
Le parole di mia mamma mi mortificavano, ma il tesoro che avevo trovato attenuava un po’  il mio senso di colpa.
Camminavo vicino a mia madre verso l’uscita della stazione trascinando il mio bagaglio con una mano, mentre con l’altra custodivo gelosamente il mio nuovo giocattolo.
«Speriamo che zia Luisa sia ancora in città, altrimenti ci tocca aspettare un’ora qui! Ma cosa hai nelle mani, cosa avevi perso di così importante? Che libro è?»
«No, mamma, non l’avevo perso io, l’ho trovato per terra.»
«Cosa? Che razza di tredicenne raccoglie ancora le cose da terra? Luigi, sei peggio un bambino.»
Il tono della sua voce era deciso e molto arrabbiato, sapevo che in qualche modo mi avrebbe punito ma, stranamente, non mi interessava. Sapevo che avevo per le mani qualcosa di importante, di unico.
Lo avevo capito subito, come d’istinto. E quella volta il mio istinto non mi tradì.
La sera, dopo cena, la zia mi preparò il letto usando una vecchia brandina sistemata in soggiorno. Mi diede anche una piccola lampada per poter leggere prima di addormentarmi.


Non appena le donne di casa furono andate a letto mi precipitai a prendere il libro così faticosamente guadagnato.
Mi sdraiai sul mio letto, tolsi la grossa fibbia colorata e lessi sulla prima pagina: Pietro Marialo, via Fermucci 7, Roma.
Sfogliai velocemente le pagine del quaderno e subito un miliardo di parole, frasi, appunti e scarabocchi mi apparvero davanti.
Si trattava di un diario di viaggio, scritto nei minimi particolari da un certo Pietro, che aveva viaggiato per molto tempo in tutto il mondo.
Quella sera scoprii la passione per la lettura, il piacere di fantasticare e di giocare con la mente facendomi trasportare in mondi nuovi e sconosciuti. Non avevo mai letto libri, se non i piccoli brani letti a scuola, e comunque nessuno mi era sembrato tanto interessante come quello che stavo leggendo ora.
Il mio amico Pietro era stato dovunque e per ogni luogo visitato aveva scritto i suoi pensieri e commenti.
Ben presto quel libro divenne il mio compagno quotidiano, lo leggevo nei momenti di noia e di malinconia, cercando di immaginare di essere lui, o come lui, e di avere visto quelle cose, di aver scritto quelle frasi.
Avrei voluto tanto anche io aver conosciuto Ying-a-Su e mangiato con la sua famiglia ad Hanoi. Il sole quel pomeriggio stava scendendo piano e la nebbiolina che tanto odiava aveva risvegliato in lui una dolce malinconia. Non sapeva ancora dove avrebbe dormito e vagando per le strade alla ricerca di un alloggio aveva conosciuto questo ragazzo. Gli chiese dove avesse potuto mangiare qualcosa e lui lo aveva accompagnato in motorino a casa sua, sotto una pioggia torrenziale di maggio.
Mi meravigliava molto la sua fiducia per il prossimo, il suo accettare ogni proposta che gli si prospettava davanti.
La casa di Ying era in pessime condizioni, fabbricata in legno ormai marcio dalla troppa acqua e maleodorante per via della muffa.
In casa l’umidità era a livelli altissimi, e sembrava assurdo sudare così tanto in una giornata piovosa.
Ma la famiglia di Ying era felice, non si curava di tutto ciò, perché era tutto quello che avevano, e ne erano felici.
Immaginavo Pietro, con i capelli lunghi e una folta barba intento ad ascoltare i racconti della famiglia e poi a fumare una sigaretta di hashish insieme ai suoi compagni di avventura, tra odori nuovi e la consapevolezza di vivere delle sensazioni mai provate prima.
Molto spesso si paragonava ad un bambino, ad una persona che per la prima volta imparava a parlare e a muovere le mani per comunicare qualcosa. Parlava spesso di comunicazione, Pietro. Sembrava che per lui fosse la cosa fondamentale della sua vita.
Ogni tanto, a fondo pagina, Pietro inseriva della parole locali con la dovuta traduzione. Molto spesso si trattava di cose da mangiare, come il Bánh xèo, che dovevano essere delle frittelle piene di carne di maiale e pesce.
Sorrisi quando notai sulla pagina delle macchioline chiare: forse aveva scritto quelle frasi mentre l’olio della sua frittella stava sgocciolando sul quaderno.


Conservai il quaderno per molto tempo leggendo ogni tanto qualche pagina prima di addormentarmi. Volevo sognare i posti in cui Pietro era stato, cercavo di immaginare i colori delle grandi e verdi vallate vietnamite all’alba, i fiumi verdi e le piccole imbarcazioni che lo percorrevano come fossero degli autobus, le urla dei pescatori che Pietro non riusciva a comprendere, nemmeno dal tono, se fossero urla di gioia o di imprecazione.
Gli anni della scuola passavano, i miei interessi diventavano sempre più vari e mi rendevo conto di star applicando alla mia vita le regole e gli insegnamenti che Pietro scriveva nel suo diario.
Prima di aver trovato il libro non ero molto interessato alla gente, non provavo particolari emozioni nel condividere passioni e momenti con gli altri.
Semplicemente le davo per scontato, come se ogni cosa, positiva o negativa che fosse, mi appartenesse di diritto. Fino ad allora il mondo era un qualcosa di astratto che si subiva: mi resi poi conto che il mondo non si subisce affatto, ma lo si vive.
Ho iniziato a guardare con altri occhi le differenti culture e quando mi capitava di incontrare uno straniero immaginavo il suo lungo viaggio per arrivare fin qui, magari a mangiare un panino in un fast-food di fianco a me. Stava nascendo in me la consapevolezza di vivere in un mondo immenso e allo stesso tempo così piccolo da potere essere racchiuso in un libro.
Pietro scriveva sempre che “era un onore” poter partecipare a questo o a quella cosa.
Era felice e considerava la gentilezza un regalo degli altri, cosa in effetti non scontata.


E man mano che il tempo passava io conoscevo sempre di più il protagonista del mio libro, i posti descritti e le persone incontrate, formandomi nella mente volti, colori e odori comunque creati dalla mia immaginazione. Più crescevo e più mi rendevo conto di capire meglio cose che in precedenza avevo capito poco, se non per nulla.
E, cosa più importante, capivo che nulla al mondo era dovuto, come invece siamo portati a credere.

Provai sensazioni che non avrei mai pensato di provare leggendo: mi commossi quando raccontò di aver visto bambini litigare per un tozzo di pane e sorrisi quando scrisse di come aveva perso stupidamente il pulmino che lo aveva portato alle cascate Ban Gioc e trascorso la notte insieme ad una guardia nazionale che aveva passato tutto il tempo a parlargli in una lingua sconosciuta. Pietro lo aveva lasciato fare, intuendo la solitudine del suo noioso lavoro di guardiano.
Mi ero preoccupato per lui, quando un giorno di gennaio si era ammalato nel bel mezzo del deserto australiano e aveva dovuto esser accompagnato di corsa all’ospedale di Alice Springs, nel Northern Territory.
Scriveva da Perth, dove era stato successivamente portato per delle complicazioni. Non riuscivo a capire cosa ci trovasse di divertente nelle sue disavventure, ma ogni volta che aveva un imprevisto lo affrontava sempre con una risata. Come quando gli avevano rubato un piccolo zaino negli USA al confine con il Messico: era divertito dal fatto che chiunque gli avesse rubato lo zaino aveva sicuramente una cattiva vista, dato l’aspetto pessimo del suo bagaglio.
Ora, come allora, rideva per tutta quella gente che gli dava tante attenzioni e che pronunciava il suo nome con un terribile accento inglese.


Quel giorno in Australia aveva camminato a lungo insieme a numerosi ragazzi provenienti da tutto il mondo lungo il King’s Canyon, splendente di un rosso così acceso che sembrava potesse prendere fuoco da un momento all’altro.
Il sole batteva sulle loro teste e le mosche andavano a poggiarsi su Pietro e i suoi compagni, come se avessero avuto bisogno di un appoggio a qualcosa di fresco, o meglio, di non rovente come erano le rocce quel giorno.
Il paesaggio che aveva di fronte era aridamente immenso: dall’alto del Canyon il deserto si estendeva a perdita d’occhio e Pietro poteva capire dove finisse l’orizzonte solo dalle macchie verdi dei piccoli arbusti che si estendevano all’infinito.
Durante il cammino sentiva decine di rumori differenti, dal vento che muoveva i piccoli wattarka, le piante tipiche del deserto, ai rumori di rocce mosse dai passi della gente fino ai fruscii causati forse da piccoli serpenti che cercavano riparo dal sole.
Anche qui, in fondo alla pagina, c’erano diversi appunti di parole in lingua aborigena: yakka, che vuol dire lavorare o billabong, lago. Non vi erano come al solito nomi di cose da mangiare, ma parlò comunque di un tipo di foglia sulla quale gli aborigeni scioglievano delle larve molto zuccherine, creando così una sorta di dolce rudimentale al quale Pietro non aveva dato un nome.
A caratteri più grossi, come a volerne sancire l’importanza rispetto al resto, Pietro aveva scritto “dreamtime”, parola dalla quale credo fosse affascinato, visto che l’aveva nominata anche in altre zone del mondo, come l’Africa.
Aveva affascinato anche me questa leggenda, ossia il pensiero di essere stati creati da entità superiori che poi, terminato il loro lavoro, si fossero fermati sulla terra sottoforma di montagne, fiumi, laghi e vegetazione.
Era una bellissima teoria che mi portai avanti per molto tempo e che feci mia. Mi diede modo di avere delle attenzioni particolari per la natura: il fiume che portava l’acqua non era una semplice fonte per dissetarsi, ma era la vita. Così come le piante e le montagne.
C’era sempre un piccolo filo conduttore in tutti i posti che aveva visto. Pietro riusciva a trovare spesso un elemento in comune fra tutti i luoghi visitati, come a ricordarci che il mondo in realtà è uno solo, per tutti, con le sue piccole e grandi differenze.
Quel giorno, dopo aver fatto cadere accidentalmente un po’ di acqua sul terreno sabbioso, aveva sentito lo stesso odore di terra bagnata che aveva sentito a Rosario, in Argentina. Un odore che lo riportava alla sua vera condizione di essere umano, una minuscola goccia d’acqua in un oceano immenso.


In Argentina era arrivato a novembre, proprio all’inizio della primavera. Era la terza tappa del suo viaggio, dopo essere stato in Canada e aver attraversato per qualche giorno il nord degli Stati Uniti.
Aveva subito notato la grande somiglianza tra il grande continente del nord e del sud. Le città sembravano avere la stessa struttura anche se sviluppate in maniera diversa: grandi strade dritte, poche curve e migliaia di incroci facevano sembrare la città sempre uguale. Riusciva a orientarsi molto di più nella pampa sterminata piuttosto che nella città.
Il calore della gente però non aveva paragoni. Da un contatto fisico praticamente nullo con le persone nel nord, qui c’era un contatto per ogni piccola cosa: un’indicazione stradale, una battuta divertente, un incoraggiamento.
Proprio grazie a un’indicazione sbagliata sulla Calle de Leòn conobbe Anita, una ragazza che Pietro descriveva come la più latina delle latine, con occhi neri profondi e capelli lunghi fino alle natiche, ornata di gioielli che non capiva se fossero veri o finti. Lo aveva accompagnato alla locanda che cercava e, ridendo di lui per il suo aspetto spaesato e trasandato, era finita al suo stesso tavolo a mangiare e bere un buon vino cileno.
La poverina era stata abbandonata qualche anno prima dal marito, un pescatore di Montevideo e si sentiva sola. I due legarono subito anche per via della grande somiglianza di Pietro con suo marito. Lei gli chiese di restare per qualche giorno, per conoscersi meglio ed avere un po’ di compagnia e Pietro accettò. Doveva avere davvero una faccia da bravo ragazzo questo Pietro: riusciva a farsi tanti amici in ogni luogo in cui si fermava.
Sicuramente era molto simpatico, lo intuivo dal modo in cui descriveva le stranezze che incontrava lungo la strada e anche perché riusciva sempre a circondarsi da molte persone di tutti i tipi.
Si trovò a dormire in una bellissima casa coloniale spagnola, curata nei minimi particolari e arredata in maniera calda e accogliente.
Per la prima volta mangiò dei pasti cucinati come solo le donne sanno fare e dormì in un letto comodo e spesso lo scrisse durante altri pernottamenti meno confortevoli.
Salutò Anita dopo due giorni, dopo che lei lo aveva portato in visita della città. Partì per le grandi pianure argentine insieme ad un gruppo di turisti americani che, a dir suo, erano più interessati a fare fotografie che non ad osservare il paesaggio con i loro occhi.
Durante il suo viaggio aveva piovuto molto, e l’aria si era riempita di un piacevole odore di terra bagnata che lo aveva accompagnato fino alla sua partenza per l’Australia.


E proprio in Australia aveva potuto sentire di nuovo quell’odore e sentirsi parte del mondo senza bisogno di fotografie e video, ma solo grazie ai profumi immagazzinati nella sua mente.
L’odore della terra lo aveva continuamente accompagnato durante tutti gli spostamenti, come una musica ascoltata di mattino che non si riesce a togliere dalla testa e si continua a canticchiare.
E fu proprio con quell’ultimo ricordo di terra australiana che Pietro partì per fare ritorno in Italia, a Milano.
Non so perché non avessi mai restituito subito il libro al legittimo proprietario. A tredici anni non mi era nemmeno passato per la testa e anche dopo svariati anni non avevo mai avuto il coraggio di contattarlo.
Forse, in maniera egoistica, non volevo rinunciare ad una cosa così importante e quindi, solo dopo dieci anni ebbi il coraggio di fare quello che mi sembrava giusto fare.

Aprile 2022, Aeroporto di Malpensa, ore 07:00

«Luigi?»
Mi alzai, lasciando a terra ancora alcuni centesimi. Mi trovai di fronte un uomo di mezza età, vestito in modo abbastanza elegante. Sotto il cappotto lungo potevo intravedere una cravatta grigio perla, intonata al colore dei suoi capelli. «Si, sono io. Tu sei Pietro?»
«No, sono il figlio, Marlon.»
Il mio viso assunse un’aria interrogativa. Mi aspettavo un ragazzo giovane e di certo non un uomo dell’età di mio padre. Marlon sicuramente notò la mia perplessità: intuendo la mia espressione, infatti, poggiò a terra la sua valigetta e proseguì a parlare senza lasciarmi nel dubbio.
«Quando ho letto la tua lettera in cui mi dicevi che avevi il quaderno di mio padre mi ero un po’ arrabbiato. Mi chiedevo perché non glielo avevi restituito subito. Però, ora che mio padre non c’è più sono contento di scoprire di avere qualcosa di suo che non conoscevo ancora.»
«Perché, Pietro è morto?» Chiesi in maniera diretta, sentendomi poi in colpa subito dopo per il modo. «E quando? E come? E poi… scusami, io credevo che il diario fosse stato scritto da ragazzo della mia età, non a un…»
«Un uomo anziano vuoi dire? Sai, mio padre era in là con gli anni, pieno di acciacchi e si portava dietro da tempo un brutto male. Ma comunque era un uomo energico e pieno di vigore, anche se da tempo la sua vita si era un po’ appiattita. Non gli restava molto tempo da vivere e il suo ultimo desiderio era di girare il mondo, cosa che ha sempre voluto fare e che non ha mai fatto.»
Nella mia testa molti tasselli di memoria si spostarono da un punto ad un altro, tutte le immagini che avevo di questa giovane Pietro, con i capelli lunghi, la barba e capace di ammaliare le donne solo con lo sguardo dovevano essere modificate.
Avevo letto i racconti di un uomo maturo che per la prima volta sperimentava nuove cose, o cose che pensava ormai di aver dimenticato.
Mi sentivo triste, deluso. Avrei voluto conoscere il mio eroe, colui che mi aveva insegnato a viaggiare con la mente, a capire che esistono migliaia di mondi diversi e che la mia immaginazione poteva portarmi dovunque io volessi. Ma soprattutto mi sentivo stordito da questa notizia che aveva scombussolato tutti i miei ricordi da adolescente.
Marlon mi osservava, in attesa che io dicessi qualcosa.
«Non sai quante volte ho desiderato di essere tuo padre.» Dissi. «Sdraiato nel mio letto leggevo le sue fantastiche avventure, i luoghi che aveva visitato e io mi sentivo così piccolo rispetto a tutto questo.»
«Si, lo so, me lo avevi scritto nella lettera. E la cosa strana è che io non so nulla di lui e del suo viaggio. Quando tornò in Italia arrivò a Milano e si sentì male in stazione, nella sala d’aspetto. Lo portarono a Roma d’urgenza ed entrò in coma quasi subito. Ebbe solo pochi momenti di lucidità, ma ormai era arrivato il suo tempo. Se ne andò dopo quattro giorni. E sia io che mia sorella non abbiamo mai saputo cosa avesse combinato in quei tre mesi di viaggio.» Dicendo questa ultima frase gli uscì un piccolo sorriso complice come se, pur non sapendo nulla del viaggio del padre, riuscisse a immaginare i disastri che poteva aver fatto.


Capii quella risata, immaginando mio padre in viaggio come Pietro. I genitori, si sa, non si riescono a immaginare in contesti diversi da quelli che conosciamo. Come quando vediamo delle foto di loro da giovani con i capelli lunghi e vestiti assurdi e non riusciamo a credere che anche loro siano stati giovani.
«Sono davvero contento che sia riuscito a fare questo viaggio.» Continuò Marlon. «Forse un giorno lo farò anche io.»
Pensai al mio eroe, trasformato dalla morte in una leggenda. Non sapevo nemmeno che volto avesse e non mi preoccupai di scoprirlo. Non aveva più importanza.
Marlon si abbassò, raccolse da terra la sua valigetta nera, mi porse la mano e mi guardò negli occhi: «Luigi, io devo partire. Il lavoro mi chiama. Devo essere a Barcellona per le dieci. Sono contento di averti conosciuto. Spero di poterti incontrare di nuovo, magari con più con calma.»
«Anche io, Marlon.»
«So che questo quaderno ti è piaciuto molto e ci sei affezionato. Vuoi che ti mandi delle fotocopie, magari rilegate?»
Ringraziai il bellissimo gesto di Marlon con un sorriso. Mi chinai per raccogliere la mia sacca, la poggiai sulla spalla e mostrandogli un grosso quaderno in pelle del tutto simile a quello di Pietro gli risposi: «no, grazie. Ora tocca a me scriverne uno.»

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