Smuovere il moai

di Guergana Radeva

Rincorrere una tazza, rincorrere un amore, rincorrere la vita – Giappone, Sud America, Australia

 

Tirare fuori il libro dal bagaglio a mano si rivela subito uno sbaglio. Personalmente acquisto solo saggistica e manuali da adoperare sul lavoro, ma questo volume fa parte dei regali che mia sorella usa farmi a sorpresa ovvero senza una ragione apparente. Perché mi vuole un mondo di bene, dice, ma più probabilmente trasportata dalle montagne russe dei propri sbalzi ormonali. Imparate a conoscere il ciclo di una donna e andrete d’amore e d’accordo, la filosofia è tutta lì. Personalmente sono un single incallito, ma tengo accuratamente conto del fatto che la metà della popolazione umana è di sesso femminile, quindi detesto sprecare energie psichiche in vane discussioni in famiglia oppure sul lavoro.

Insegno matematica in un liceo e ogni giorno sono costretto a guadare un oceano di ormoni femminili. Tornando al discorso dei libri, ben conscia del mio essere immune ad ogni forma di curiosità romantica, Laura tende a scartare le lunghe storie melodrammatiche, optando per l’arte minore dei racconti, raccolte che sceglie con estrema cura e poco comprensibile diletto personale nei negozietti di edizione rare che solo lei conosce. Solidi volumi di qualità, doverosamente rilegati in pelle, destinati a durare. Forse crede che vista la mia avversione ai legami affettivi di coppia, un giorno saranno i miei nipoti ad ereditare questa piccola, ma pesante biblioteca in odor di antichità.

In ogni caso il volume che sto sfogliando infonde una sensazione di compatta e rassicurante certezza e, sinceramente, più che leggere mi sento tentato a concedermi un sonnellino, cullato dal tocco di un oggetto familiare sulle ginocchia indolenzite da quasi dodici ore di volo. Durante la tratta Roma – Hong Kong non ero riuscito a chiudere occhio, per non parlare dello scomodo girarsi e rigirasi, steso sulle seggiole della sala transiti di Chek Lap Kok Airport. Ed eccomi qui, intontito e bisognoso di una doccia, bloccato dalla cintura di sicurezza e dalla vicina di posto, una biondona abbondantemente abbondante in ogni senso, che, rimasta zitta per quasi tre ore, alla vista del mio libro improvvisamente sguinzaglia le mascelle. ”La delicata preda” annuncia il titolo e alla signora non pare vero di aver scovato qualcosa da mettere sotto i denti.
«Ma tu guarda, siamo connazionali io e lei, chi l’avrebbe mai detto! Averlo saputo prima, potevamo intrattenerci a vicenda, perché, capisce, io con le lingue straniere non c’ho dimestichezza, non le mastico, come dice il mi’ figliolo, e il solo pensiero di dover chiedere qualche cosa in inglese a me m’intimidisce assai. Comunque, io sono Strimpelli Lisetta, con   piacere.»
«Marzi» rispondo seccato, mentre stringo la mano molliccia, grassottella e sudata.
«Mi chiami pure Lisetta, su, bando alle formalità» la signora mi fissa in attesa del mio nome di battesimo, poi, incassato il silenzio, non perde tempo e riprende logorroica: «Insomma, eccoci qui, signor Marzi, in viaggio verso il lontano Giappone, chi l’avrebbe mai immaginato, vero? Io, personalmente, sto andando a trovare mio figlio che ha avuto la fortuna di questo prestigioso stage ad Osaka… non è che anche lei sia diretto ad Osaka per caso?»
«No.»

«Ah, no? Peccato davvero, avremmo potuto scambiarci i numeri e vederci per una tazza di tè verde» ride deliziata della propria perspicacia, scoprendo gli incisivi macchiati di rossetto. «Ma   mi dica, su, qual’è allora la sua destinazione?»
«Kyoto.»
«Ma tu pensa! E ci va in viaggio di lavoro o di piacere?»
«Nessuno dei due.»
Vedo la sua espressione farsi dubbiosa e le labbra arrotondarsi cercando l’esclamazione appropriata che, non mi illudo, sarà seguita da un’altra raffica di domande. Per fortuna il pilota annuncia la discesa e in lontananza si profila la silhouette rettangolare dell’aeroporto collegato alla terraferma con un sottile filo di lucine. Sogghigno perché è il mio turno di essere loquace.
«Lo sapeva, signora, che il terminal dell’Aeroporto del Kanzai è stato progettato da un architetto nostrano, il grande Renzo Piano? Costruito su un’isola artificiale, poggia su 900 colonne regolabili in altezza e dotati di giunti telescopici?»
«Oh, davvero! Un capolavoro futuristico, è così che si dice, nevvero? Futuristico!»
Magnanimo, la lascio gongolare per qualche secondo, poi, mentre le luci si fanno sempre più splendenti sotto di noi, concludo: «Il problema è che dall’anno della sua costruzione l’isola è affondata già di 8 metri e continua ad inabissarsi ad ogni atterraggio… speriamo solo di non finire in pasto ai pesci e da lì dritti nei rotolini di sushi.»
Naturalmente quest’ultima è una frottola bella e buona. Mi sono informato doverosamente, come al mio solito, perché la più importante fra le mie virtù è quella di non lasciare nulla al caso, e infatti è vero che l’isola che si sta materializzando con una velocità da capogiro sotto di noi, cede di circa 17 cm l’anno, però questo non comporta nessun pericolo se non per i costi gestionali che fanno da Kansai Kokusai Kuko uno degli scali aeroportuali più cari del mondo. Nonostante ciò la battuta del sushi ha fatto centro, vedo la mia interlocutrice sbiancare e aggrapparsi ai braccioli del sedile. Per un po’ se ne starà zitta e buona, poi, smaltita la paura, avrà una nuova avventura da raccontare un giorno ad amici e nipoti.

Quanto a me, se le storie inventate non sono di mio gradimento, non lo sono neppure quelle realmente avvenute perché anche loro vengono ornate da una sorta di aplomb posticcio nel patetico tentativo del narratore di convincersi della straordinarietà della propria esistenza.

A dire di Laura, mia sorella e mancata redentrice, sono un  autentico insensibile, mentre stando a mia madre, sarei uno talmente sensibile da chiudersi a riccio e risultare insensibile, da tenere quindi al riparo da ogni tipo di avversità, il che spiega i maglioni e le sciarpe di lana con i quali mi sommerge ad ogni Natale nonché i brodini che mi fornisce regolarmente durante il resto dell’anno attraversando il pianerottolo con il pentolino fumante stretto fra due presine amorevolmente ricamate. Con la speranza di invogliarmi a mettere su famiglia, i miei genitori mi hanno aiutato ad acquistare l’appartamento di fronte al loro.  Al piano mediano di un anonimo palazzo nel cuore o forse meglio dire negli intestini incasinati e inquinati di una città mediocre del centro Italia, dove conduco una esistenza relativamente sensata.  Anche se a questo punto il passato imperfetto sarebbe d’ordine.
Ma torniamo ai regali perché se non fosse a causa dell’ultima passione dei miei nipoti adolescenti, quella per il trekking, non sarei mai entrato in quel negozio di articoli sportivi. Il fatto che fossero gemelli e compissero insieme gli anni da un lato facilitava la caccia al regalo, però d’altra parte la complicava in quanto necessitavo di due articoli distinti, ma ugualmente desiderabili nonché costosi. Dopo essermi scrupolosamente consultato con il commesso – in queste occasioni apprezzo maggiormente l’opinione maschile in quanto più diretta, schietta e razionale – scelsi un binocolo di ottima qualità e un  paio di occhiali da alta montagna dal design accattivante e protezione UVA e UVB garantita.

Fu la signorina alla cassa ad invitarmi gentilmente a compilare un tagliando riferito ad una specie di lotteria promozionale in loco. Lo feci per pura educazione, senza badare particolarmente al contenuto, non avevo mai vinto nulla in vita mia e di certo non avrei iniziato ora, a trentotto anni suonati. Tutto quello che possedevo era stato il lecito e consequenziale frutto di diligente applicazione e duro lavoro. Così quando un paio di mesi dopo ricevetti una raccomandata che mi notificava la vincita di un viaggio a Kyoto,  pensai che si trattasse di un tentativo occulto a costringermi ad acquistare qualcosa di cui non avevo nessun bisogno effettivo. Cosa potesse essere quel ”qualcosa” non risultava chiaro, così dopo aver riletto la comunicazione, la buttai nel cestino della carta straccia e non ci pensai più fino al pranzo domenicale in casa dei miei quando uno dei miei nipoti si piazzò a tavola con indosso gli occhiali da sole che gli avevo regalato, anche se non eravamo in cima al K2 ed era solo una grigia giornata di fine inverno.
«Lascialo perdere» sussurrò mia sorella, notando il mio disappunto. «E’ solo nel bel mezzo di una crisi adolescenziale. Ti ricordi come eravamo alla sua età, vero?»
Mi ricordavo benissimo che ero troppo occupato a studiare e ad aiutare i miei nella panetteria per avere il tempo di deprimermi  e nascondermi dietro lenti firmate ad alta protezione.
Per non rovinare l’idillio familiare, cambiai discorso e raccontai del tagliando che avevo compilato e della successiva comunicazione nebulosa che parlava della città dei templi.
«Ma dai! Hai vinto un viaggio in Giappone, non ci posso credere!» esclamò entusiasta mia sorella e gli occhi di tutti, compresi quegli dietro le lenti scure mi puntarono in attesa.
«C’è sempre una fregatura insita in questo tipo di iniziative» replicai, inforcando un pezzo di ananas, come dire ”a me di esotico basta e avanza quello che ho nel piatto”.
«Me la fai vedere questa lettera?» Mia sorella non voleva sapere di mollare l’osso.
«L’ho buttata.»
«L’hai buttata!» stavolta l’esclamazione fu corale.
«Bè… insomma… forse sta ancora nel cestino della carta straccia sotto la scrivania.»
Nella gara di velocità fra i miei nipoti vinse quello senza gli occhiali.  Affannato e deluso, porse la pagina stropicciata a sua madre: «Noi non possiamo andarci, il viaggio è a nominativo, guarda, c’è scritto qui ”non trasferibile”. Che sfiga, però!»
Vidi Laura inforcare un paio di occhiali da lettura, aveva  solo sei anni più di me e stava già diventando presbite. Fra non molto sarebbe toccata pure a me, non mi illudevo, ma non mi preoccupavo nemmeno. Invecchiare non mi dispiaceva, mi dava la sensazione di solidità sia materiale che spirituale.
«Qui dice che devi usufruire del premio entro l’inizio dell’alta stagione» stava puntualizzando mia sorella. «Allora, mi stai ascoltando?»
«Ma se non ci penso nemmeno ad andare in Giappone! Farmi più di diecimila chilometri, roba da matti. E a che scopo poi? Lo sai che non sono uno patito di monumenti e roba simile… »
«Non si viaggia solo per vedere i monumenti, ma perché confrontarsi con le diversità aiuta a vedere meglio dentro se stessi.»
Stavolta anche i gemelli fissarono la madre un tantino perplessi.
«Ho avuto quasi quarant’anni per imparare a conoscermi, saprò come sono fatto dentro, che ne dici?»
Laura si tolse gli occhiali e mi guardò con calma. «Non conta l’età, bensì l’esperienza accumulata. Viaggiare sempre sullo stesso binario ”casa – lavoro” non aiuta a crescere bensì a mummificarsi. Anche le mummie vantano un’età veneranda, ma questo non le rende sagge…»
I gemelli ridacchiarono.
«In ogni caso, sono libero solo durante l’estate, l’alta stagione appunto, quindi niente da fare.»
«E le vacanze di Pasqua? Qui parla di un soggiorno di una settimana, ci rientri a puntino.»
«Che invidia, zio! Ci porti dei manga originali?»


Arrivo a Kyoto

Ed eccomi qui, preceduto da un autista in divisa che innalza la tabellina con il mio nome come una specie di vessillo nell’aria rarefatta e luminosa del terminal a forma di gigantesca ala d’areo. A parte la targa incomprensibile, l’auto è simile ad ogni altra auto, l’autostrada che scorre interminabile sotto le palpebre pesanti come i pneumatici di un Jeep, è un’autostrada qualunque, e quando finalmente, lavata via la sporcizia nel minuscolo bagno, sprofondo sotto le lenzuola dell’albergo dal nome impronunciabile, a dispetto delle previsioni di mia sorella non mi sento affatto cresciuto spiritualmente, ma solo infinitamente stanco e insonnolito.
L’oro che il mattino porta in bocca si materializza sotto la forma della mia giuda personale, una gentilissima e sorridente signora dai tratti somatici misti che risponde al nome di Youko-san e parla un italiano perfetto con lieve inflessione piemontese. Mi confida sorridente che sua madre è  di Kyoto, ma suo padre è originario di Cuneo, e questo la rende subito meno orientale e in qualche modo più familiare e affidabile ai miei occhi.
Montiamo nella sua utilitaria e, mentre si destreggia nel traffico cittadino, Youko-san mi chiede cosa sapessi della città, come se fossi io la guida turistica. In fondo, però, la domanda non mi dispiace, sono uno che ama tenersi aggiornato e non mi dispiace mostrarlo. So, quindi, che stiamo attraversando un agglomerato di quasi 1,5 milioni di abitanti che per mille anni è stato la capitale del Giappone e infatti, per quanto possa essere prosaico, Kyoto-shi  non significa che quello, da Kyo – capoluogo, anche se circa 1200 anni fa l’Imperatore che aveva fondato la città, l’aveva nominata poeticamente Heian Kyo, Capitale di tranquillità e pace.
«Ora dimentichi tutto quello che ha letto, si rilassi e si lasci guidare dai sensi» fa Yuoko. «Dedicheremo i primi giorni ai templi e ai loro giardini e per riuscire ad apprezzare e concepire appieno la loro particolarissima bellezza e indispensabile ammirarli con mente vuota, aperta e purificata da preconcetti e pregiudizi.»
Quante chiacchiere per niente, penso, un giardino è un giardino, offrigli nutrimento, acqua e luce e ti ripagherà con frutta, fiori e colori, tutta qui la filosofia.
Ignara del mio scetticismo, Youko sta già elencando gli elementi che caratterizzano l’estetica zen, parla del fukinsei – l’asimmetria, kanso – la semplicità, koko – l’austerità, shizen – la naturalezza, yugen – la sottile profondità, datsu zoku – la libertà dall’attaccamento mondano e infine, seijaki – la quiete. Spiegazioni che ascolto per pura educazione e senza la minima voglia di approfondire.


Nel frattempo giungiamo al Tenryu-ji che, come spiega sollecita la mia guida significa Palazzo del Drago Celeste. Dietro questo nome si cela una storia incasinata di imperatori, shogun e lotte intestine anche se è difficile credere che il candore di questa facciata bianca decorata con griglie di legno scuro, che se non fosse per il tetto a pagoda, sarebbe più simile ad uno chalet svizzero che ad un tempio orientale, nasconda sanguinarie storie di samurai e colpi di stato. Un punto della vicenda, però, urta la mia mentalità occidentale, suppongo di non aver capito bene, ma Yuoko-san conferma che è stato proprio lo shogun vincente a dare vita a al progetto di questo maestoso tempio per ottenere il perdono postumo dell’imperatore da lui sconfitto.
Ci incamminiamo lungo il sentiero e ad un certo punto, mentre alzo lo sguardo verso il lago verde smeraldo, ho la nitida sensazione di trovarmi di fronte ad un quadro vivente composto da spazi retrocedenti: in primo piano si stende una striscia di sabbia, a metà distanza brilla l’acqua e lo sfondo è saturato dal morbidamente arruffato manto della montagna.
«Questo è l’effetto Shakkei» spiega Youko, «ovvero ”scenario preso in prestito”. Un giardino creato dall’uomo inserito nel paesaggio circostante in modo di ottenere un insieme dalla straordinaria potenza espressiva e accattivante profondità spaziale. Ha presente le opere pittoriche della dinastia Sung?»
Naturalmente non ho presente, ma per fortuna lei non insiste perché siamo giunti ad un piccolo ponte dietro il quale gorgoglia la cascata detta La Porta Drago. La pietra–carpa, simbolo della perseveranza, si erge nell’eterno tentativo del salto estremo che, come narra la leggenda, la trasformerebbe in autentico Drago.
Non disdegno la tenacia della carpa di roccia né la raffinata suggestione delle sette minuscole isole della Beatitudine, però mi diverte di più una fontana profanata da manciate di monetine e popolata da statuine di ranocchie sorridenti senza particolare pretese di estetica zen. A questo punto sorride pure la mia seria e onnisciente guida, mentre spiega che riuscire nell’ardua impresa di far atterrare la moneta sulla schiena della rana più grande, farebbe esaudire anche il più impossibile dei desideri.
Yuoko-san non immagina che nulla mi stimola più delle sfide di precisione.

Calcolo mentalmente la distanza, soppeso il soldino che tengo già in mano, lascio cadere una foglia per studiare la potenza del vento, purifico la mente e mi concentro sul dorso della rana-madre, cercando di non farmi distrarre dalle due piccole ranocchie di pietra grigio-marrone che vi si inerpicano spavalde. Piego leggermente le ginocchia, socchiudo gli occhi, tagliando fuori gli scorci brillanti di cielo riflesso, trattengo il fiato e lancio la mia moneta. Yuoko esulta raggiante come se il tiro fosse stato opera sua.
«Spero che abbia espresso un desiderio davvero importante!» esclama.
Solo ora mi rendo conto che, preso dall’esecuzione del lancio perfetto, mi sono scordato del desiderio.
Lasciamo il Palazzo del Drago Celeste e, visto che si è fatto mezzogiorno, Yuoko propone di pranzare in un shinise nel Nishijin, il caratteristico quartiere noto per la produzione di pregiatissimi tessuti e kimono. Ancora sotto l’effetto del jet lag, non sono certo di avere fame ma nemmeno di non averla, quindi mi lascio condurre lungo una stradina di antichi machiya, bassi edifici tradizionali, stretti vicinissimi uno all’altro e seminascosti dietro alte grate di legno scuro.

Vengo a sapere che queste ”case a forma d’anguilla”, che in realtà oltre che da abitazioni fungono anche da negozi, ristoranti e altre molteplici attività, sono strutturate in maniera da estendersi in lunghezza e profondità dietro la modestissima facciata, un accorgimento per rimediare all’alta densità demografica di questa città stretta da tre latti da pendii montuosi.
Dietro la porta scorrevole della trattoria scopro sorpreso un pittoresco cortiletto ravviato da pante verdeggianti, rocce addolcite da un fitto tappeto di muschio e alcune statue ornamentali di pietra grigia, corrosa dal tempo. Attraversiamo il giardinetto camminando su strette passerelle di bambù e, giunti nella sala principale, ci accomodiamo sui grandi cuscini disposti direttamente sui tatami che ricoprono il pavimento in legno. ”Accomodarsi” si rivela un eufemismo, i tavoli sono bassissimi e il pensiero di dover pranzare in questa posizione inizia già ad innervosirmi. Mi guardo intorno in attesa, ma pochi minuti dopo, invece della classica lista, arriva direttamente il cibo: una specie di densa zuppa giallognola in cima alla quale galleggia un tuorlo d’uovo, il tutto accompagnato da una coppa di brodo fumante.
«Siamo certi di aver ordinato questo?» chiedo diffidente.
«Questa pietanza si chiama oyakodon che tradotto significa ”ciotola con genitori e figlio” ed è una specie di donburi con pollo, uovo, cipolle e riso, ma ha ragione, non l’abbiamo ordinato, è semplicemente la specialità della casa il che vuol dire che qui non cucinano altro.»
«Davvero non si può ordinare nient’altro?» chiedo perplesso.
«No. In compenso assaggeremo il donburi esattamente come veniva preparato due secoli fa. Ora se permette, devo fare una brevissima telefonata.»
Annuisco rassegnato e mentre Yuoko si tuffa in una fitta conversazione in giapponese, io mi concentro sulla zuppa centenaria in cerca di qualcosa di facilmente agguantabile, vista la mia scarsa familiarità con le bacchette.
Poco dopo la mia commensale rimette il cellulare nella borsetta e si scusa di nuovo, spiegandomi che quella mattina suo figlio di quattro anni non era andato all’asilo a causa di un forte mal di gola e le premeva sentire come stava. Nonostante le proprie preoccupazioni mi chiede con squisita gentilezza come trovo il cibo e poi, accontentandosi solo di un po’ di brodo caldo, annuncia che in serata abbiamo in programma uno spettacolo del teatro Bunkaku che certamente avrei trovato di mio gradimento.

Si tratta di un’arte antica nonché particolarmente difficile e laboriosa, le marionette fatte di legno e argilla pesano più di 10 kg e ognuna viene manovrata da tre persone, completamente coperte da kurogo nero in modo da risultare quasi invisibili. Dicono che siano necessari sette anni di esercizi per imparare a controllare le gambe dei burattini, quanto alle mani e alla testa, non si finisce mai di perfezionare la tecnica. Ma vedrà da sé, conclude Yuoko-san e si affretta a chiedere il conto, impaziente di tornare dal suo bambino. Mi offro per pagare, però lei educatamente rifiuta. Non insisto, probabilmente fa parte del programma e le sarà rimborsato e anche se così non fosse, l’equivalente di otto euro a testa non la manderà comunque in rovina.
La zuppa calda e nutriente ha fatto il suo dovere e appena tocco il letto rifatto di fresco, mi addormento come un sasso.
Arrivo all’appuntamento davanti a Yasaka Kaikan Hall in perfetto orario. Mi sono fatto una bella doccia, indosso una camicia pulita e mi sento piacevolmente rilassato e riposato, pronto per una tranquilla serata nell’erudita compagnia della mia guida. Poi il cellulare squilla e i miei programmi saltano. Una trafelata Yuoko non la smette di scusarsi per non essere in grado di accompagnarmi durante lo spettacolo teatrale, causa la febbre alta del figlioletto, in compenso è in arrivo sua sorella con i biglietti, una guida più che esperta anche lei, quindi non c’è da preoccuparsi, in ogni caso mi manderà subito un SMS con il numero di cellulare di Mizuki casomai ci mancassimo nella folla e ancora scuse profuse a tutto spiano. Inutile dire che mi sento seccato, faccio fatica ad entrare in confidenza con gli sconosciuti e i cambiamenti imprevisti mi innervosiscono, ma in casi come questo la buona educazione esige dichiarazioni di comprensione e partecipazione emotiva, quindi è questo che faccio rassicurando la madre e augurando pronta guarigione al bambino.


«Ehilà, eccoci qua, finalmente!» L’inflessione piemontese si rivela l’unica cosa che accomuna le due sorelle, per tutto il resto la ragazza che mi si piazza davanti è un mondo a parte, distante anni luce non solo da Yuoko e da me, ma anche da qualsiasi moda o cliché, un miscuglio multietnico di stili e tendenze. A prima vista sembra essere uscita di corsa da casa, vestendosi a casaccio, ma in realtà questo suo look stravagante sotto sotto è stato curato con attenzione e tutto, dai lunghi capelli sfilati agli stivaletti di lacca stringati, risplende in tonalità contrastanti, sgargianti e provocatorie.
«A proposito, io sono Mizuki, piacere!» riprende lei e, prima che io riesca da aprire bocca, mi abbraccia con slancio, schioccandomi due bacetti sulle guance. «Che bello, adoro salutare all’italiana! I nostri infiniti inchini sono così formali e noiosi, vero! Allora, che facciamo?»
«Credevo che avessimo uno spettacolo in programma» balbetto frastornato da tanta esuberanza.
«Ma sei proprio sicuro di voler perdere il tuo tempo con quel teatrino per turisti? Il senso del viaggio sta nel contatto con la vita autentica e io sono in grado di mostrartela… che ne dici?»
«Ma abbiamo già i biglietti…» replica la mia parte oculata e razionale.
«Nessun problema!»
Nessun problema davvero, almeno per lei. In pochi minuti Mizuki riesce a piazzare i biglietti ad una coppia di turisti svedesi e a sospingermi concitata sul sedile posteriore di un taxi che ci sta portando verso una direzione, almeno per me totalmente ignota.
«Dove stiamo andando?» chiedo, cercando di non tradire l’irritazione di fronte a questa mia guida così irrequieta e imprevedibile.
«A prenderci una tazza di tè.»
Non ho mai avuto una predilezione per il tè, ma naturalmente non lo dico per non provocare altri paradossali e incontrollabili sviluppi.
Per un po’ la mia accompagnatrice tace, impegnata a spalmarsi sulle labbra del rossetto color prugna. Poi accortasi del mio sguardo mi fissa con espressione interrogativa, costringendomi a volgere impacciato gli occhi verso il traffico fuori dal finestrino. Erano anni che non mi sentivo così a disagio e me la prendo con me stesso per il fatto che una ragazzotta dalle meches viola e palpebre ricoperte di brillantini riesce a imbarazzarmi senza nemmeno aprire bocca. Sento salire un’ondata di calore, ma per fortuna siamo arrivati. Mizuki scende come se niente fosse e io mi trovo costretto a pagare il tassista, mentre irritato mi chiedo dove siano finiti i soldi dei biglietti teatrali.


Mi guardo attorno e l’aspetto del quartiere mi rassicura. Ampie abitazioni sorgono nel verde abbraccio di curatissimi giardini, una modernissima telecamera sposta il suo occhio sbarrato per inquadrarci meglio e finalmente l’imponente cancello elettrico si apre con una certa solennità, concedendoci l’accesso alla ghiaia bianchissima del viale. Un uomo talmente vecchio e incartapecorito che pare oscillasse ad ogni alito di vento, ci viene incontro. Per via del kimono blu scuro, ornato da alcuni kamon, la barba rada e lunga e il comportamento formale, sembra  uscito da un’antica incisione zen. La realtà naturalmente è molto più prosaica, anche perché invece che in direzione della villa di notevoli proporzioni che non mi dispiacerebbe affatto ammirare anche dall’interno, il nostro ospite di cui non sono riuscito ad afferrare bene il nome, si incammina lungo un tortuoso e scomodo sentiero che conduce ad una specie di capanna seminascosta fra gli alberi. Strada facendo si sofferma per sciacquarsi le mani e la bocca con l’acqua di una conca di pietra. Mizuki lo imita e accortasi della mia espressione perplessa, sussurra perentoria: «Fa quello che faccio io e lascia le domande per dopo!»
Obbedisco, anche se fatico a mantenere il silenzio quando mi trovo costretto a mettermi quasi in ginocchia per riuscire a passare attraverso la minuscola porticina. E tutto questo per trovarmi in una stanzetta semibuia, decorata unicamente da un palo di legno scorticato al quale è appeso un vasetto contenente un solitario ramoscello di ciliegio fiorito. Noto inoltre una pergamena con alcuni ideogrammi e, infine, una nicchia vuota ricavata direttamente nel muro. Cerco la posizione giusta sul tatami, emulando goffamente Mizuki sedutasi con una grazia preclusa ai comuni mortali come me. Solo ora faccio caso al braciere posto al centro della stanza e alle laboriose faccende che assorbono totalmente l’attenzione del nostro ospite. Lo osservo prelevare alcuni cucchiai di tè che versa in una ciotola, con il mestolo aggiunge acqua calda dal bollitore, poi sbatte energicamente la bevanda con un frullino di bambù. Posa la ciotola vicino al focolare e vedo Mizuki avvicinarsi in ginocchia, inchinarsi e prelevarla con estrema attenzione come se fosse un tesoro e non una semplice tazza di tè. La poggia sul palmo della mano sinistra e sorreggendola con la destra beve un sorso, poi dice qualcosa in giapponese. Il nostro ospite sembra soddisfatto. Mizuki beve ancora, poi pulisce il bordo della tazza con un tovagliolo e me la porge con fare invitante. Non sono del tutto ignorante in materia, so quanto valore danno i giapponesi alla cerimonia del tè anche se non mi era mai capitato di vederne una, nemmeno in televisione. In ogni caso cerco di ripetere diligentemente i gesti della mia accompagnatrice, sono contento di me stesso, mi sento in qualche modo onorato e importante, poi percepisco in bocca qualcosa che non ha nulla a che fare con la mia concezione del tè. Un sorso denso, pastoso e amarognolo, piccolo per mia fortuna, che con estrema forza di volontà riesco a buttare giù. Mizuki mi porge un tovagliolo e faccio giusto in tempo a ricordare che non serve per pulirmi le labbra, bensì il bordo di questa tazza dall’aspetto grezzo e disadorno.
Quando il rituale finisce, Mizuki si avvicina alla nicchia vuota e vi poggia il palmo della mano con espressione assorta. Rimane così per un po’, quindi la imito e ci metto la mano pure io.
«Ma che stai facendo?» chiede sorpresa.
«Mi hai detto di fare quello che fai tu, no?»
«Lascia perdere, poi ti spiego…»
Allontano la mano come se la nicchia bruciasse e per distogliere l’attenzione dalla mia figuraccia, faccio un cenno verso la pergamena. «Cosa c’è scritto?» chiedo, come se mi importasse davvero.
«Yuku haru wa
tori naki yo to
me wa namida.
La primavera parte:
pianto fra gli uccelli e lacrime
negli occhi dei pesci.»
«E’ uno haiku?» chiedo, stupito dall’impatto emotivo di questi semplici versi. Non sono mai stato un amante della poesia, eppure sento un insolito languore, la voglia di restare ancora nella calda penombra di questa stanzetta, protetto dal trambusto del mondo esterno.
«E’ uno haiku di Matsuo Minefusa, detto Basho, banano.»
«Banano?»
«Già… per via di un albero del suo giardino che a causa del clima troppo freddo non riusciva a dare frutto.»
«Lo trovo assai poco poetico come pseudonimo, tu no?»
Mizuki alza le spalle. «Forse considerava i propri versi troppo effimeri e privi di utilità come un albero sterile o forse semplicemente gli piacevano le banane» ride e sulle sue guance si formano due fossette. «Andiamo, il tè mi ha fatto venire una fame da lupi!»
«Magari tuo nonno ci invita a cena» sussurro, anche se il nostro ospite è già uscito e poi anche se mi sentisse, di certo non capirebbe l’italiano.
«Il mio che?» Mizuki strabuzza incredula gli occhi e la sua risata esplode fragorosa.
Lasciamo la capanna attraverso la piccola porticina ed è il mio turno a sgranare gli occhi di stupore. Nonno o meno, l’anziano signore di certo non fa parte della servitù della villa come supponevo, perché dopo averci salutato con una serie di cerimoniosi inchini, ci lascia a disposizione una limousine nera con tanto di autista in divisa a nostra completa disposizione.


Mizuki aveva promesso di mostrarmi il volto autentico della città, quindi dopo il tè servito per terra, mi aspetto un locale tradizionale come quelli che affollano le caratteristiche palafitte kawayuka sul fiume Kamogawa. Scendiamo, invece, nel cuore eclettico del quartiere dello shopping Shijo-dori e ci inoltriamo sotto una grande insegna dalla quale sembra saltare fuori un furioso e variopinto samurai dalla la spada sguainata. Rassicurato dall’aspetto moderno del locale, lascio la scelta a Mizuki e poco dopo ci troviamo davanti un vassoio di spiedini dorati che diffondono un aroma assolutamente stuzzicante. Solo ora mi accorgo di avere una fame mostruosa e, senza nemmeno chiedere cosa fossero ne addento uno che accompagnato dalla salsa di mele e sorsi di birra ghiacciata si rivela una festa per il palato. I sapori spaziano dal pollo al pesce, ma anche svariati tipi di verdure, ogni boccone impanato in uova e pan grattato e fritto con sapienza orientale. Vengo a sapere che i cosiddetti kushikatsu, da kushi – spiedino di bambù e katsu – cotoletta, nascono solo nel fine ‘800 con l’abolizione dei divieti buddista riguardanti il consumo della carne. Mi diverte osservare Mizuki mangiare, l’impaziente golosità infantile con la quale afferra e morde il suo spiedino contrasta con con le movenze castigate ed educate con le quali, una volta sazia, porta il tovagliolo alle labbra. Contraddizioni che segnano tutto in lei, dall’abbigliamento spaiato agli imprevedibili sbalzi di umore. Particolarità sconcertanti che avrei trovato irritanti in qualsiasi altra persona, in lei mi fanno sorridere con una dolce condiscendenza dalle origini ignote.
«Karikari» mormora lei, masticando.
«Come, scusa?»
Mizuki smette di mangiare e mi guarda perplessa: «Non ho detto nulla.»
Poi, però, mentre alza il boccale di birra, emette un suono tipo gokungokun.
«Cosa vuol dire?» domando incuriosito.
«Cosa vuol dire cosa?»
«Gokungokun»
«Ah, questo…» Mizuko ride, leccando il delizioso baffo di schiuma. «In Giappone amiamo usare dei suoni onomatopeici per esprimere le sensazioni gustative, per esempio torotoro o nechanecha quando abbiamo in bocca qualcosa di appiccicoso o elastico, nukunuku per i cibi caldi e shakishaki per quelli freddi e duri…»
«Slurp» rispondo, facendo gorgogliare la birra, ridiamo entrambi e chissà perché stavolta il fatto che il conto spetti di nuovo a me, non mi infastidisce, ma anzi, mi provoca un sottile moto di piacere. Ma non ho tempo di districare queste nuove emozioni, perché Mizuki, impaziente, mi sta già trascinando altrove.


Un taxi ci scarica dritti nelle viscere popolose, rumorose e lampeggianti di un locale notturno. Senza nemmeno chiedermi cosa volessi da bere, Mizuki mi mette in mano un bicchiere di liquido freddo e scintillante e, sorseggiando il proprio, si tuffa nella calca. Perderla di vista mi innervosisce, ma poi la vedo riapparire in mezzo ad un gruppetto di ragazze dalle labbra tinte di bianco che spiccano grottesche sui volti abbronzatissimi, color arancione tostato come dei tortini di carote dimenticati nel forno. Le osservo agitarsi, confabulare e scuotere le chiome fluorescenti che mischiano inverosimili ciocche di colori acidi, dal giallo limone al verde smeraldo e rosa shocking, poi una di loro indica qualcosa agitando il braccio ricoperto di braccialetti luccicanti e Mizuki viene di nuovo inghiottita dalla folla ebbra e oscillante. Per ingannare il tempo assaggio il mio drink che si rivela semplice gin tonic e contemplo le gambe fittamente tatuate della ragazza seduta sullo sgabello accanto. Mentre mi chiedo quanto doloroso dovesse essere sottoporsi ad un suplizio del genere, la tipa si passa la mano sulla coscia e vedo i disegni spostarsi, rivelandosi semplici collant decorati ad arte. Sollevato alzo lo sguardo, ma quando mi trovo davanti la sua faccia, rimpiango i demoni contorti delle calze. Tutti quei draghi e mostri marini risultano piacevolmente armonici e graziosi confrontati con la protuberanza a forma di ciambella che le spunta proprio in mezzo alla fronte.

Distolgo frettolosamente gli occhi, finisco d’un fiato il drink e mi lancio alla disperata ricerca di Mizuki. La trovo a discutere con un giovane strizzato in una giacchetta a quadri scozzesi, abbinata con chissà quale improbabile criterio ad una larga e appariscente cravatta a pallini. Mizuki me lo presenta con il nome di Tameyoshi e in risposta il ragazzo sorride come un’automa scoprendo i denti luminosi… solo che stavolta non si affatto di un eufemismo perché la sua bocca risplende di una fortissima, quanto surreale, tanto reale, luce violacea. Per fortuna quella specie di smorfia si spegne velocemente, a quanto pare il tipo, intimorito dalla predica inflittagli dalla mia amica, non vede l’ora di salutare e svignarsela.
«Cosa aveva ai denti?» chiedo, appena ci gira le spalle.
«Ai denti? In che senso? Con i soldi che ha, avrà a disposizione i migliori dentisti di Kyoto.»
«Però aveva una specie di luce in bocca!»
«Ah, quello… è solo un’illuminazione a LED molto in voga ultimamente, pensa che si può addirittura cambiare il colore via wireless, una figata, anche se il nonno di Tameyoshi di certo non  approverebbe.»
«Cosa c’entra suo nonno?»
«Ma sì, il signore che ci ha offerto il tè e che tu credevi fosse il mio di nonno, invece è il suo» ride Mizuki.
«Davvero non capisco come uomini così fortemente legati alle tradizioni, formali e inflessibili sia nel comportamento che nell’abbigliamento, abbiano potuto generare dei nipoti così  frivoli e pacchiani» polemizzo, senza rendermi conto che con queste parole avrei potuto offendere anche la stessa Mizuki. Per fortuna lei non sembra prendersela.
«Quello di Tameyoshi non è affatto un look pacchiano» ribatte. «Si tratta del cosiddetto layered style cioè la moda ”a strati”, ogni capo è firmato ed è di eccellente qualità, l’originalità sta nel riuscire a creare un mix unico di stili e tendenze diverse. E comunque non bisogna lasciarsi  confondere dalle apparenze, sia Tameyoshi che suo nonno non fanno che indossare delle ”divise”. Avvolgersi nei dodici metri di seta che compongono il kimono tradizionale oppure agghindarsi in pizzi rosa come le sweet lolita che vedi laggiù, mettersi la luce in bocca, iniettarsi della soluzione salina sottopelle per per formare il gonfiore a ciambella bagel head o essere costretti a dormire con una tavoletta di legno sotto la nuca per non rovinare la elaboratissima pettinatura geisha, quanto improbabile possa sembrarti, il significato di tutto questo nei secoli è stato sempre lo stesso, ovvero che nessuno può fare a meno del rassicurante senso di appartenenza tribale.»
«Io posso!» esclamo, accettando di buon grado il secondo drink che Mizuki ordina senza chiedermi niente.
«Soshokukei danshi» mormora lei, mentre alza il bicchiere.
«Soshokukei danshi» ripeto sorridendo.
«Non dirmi che sai cosa significa?»
Alzo le spalle: «Sarà un altro dei vostri suoni onomatopeici o forse vuol dire solo cin cin…»
«Significa ”uomo erbivoro” e si riferisce ad una categoria di uomini privi di ambizione, mammoni e poco inclini ad avventure sessuali… è il tuo gruppo di appartenenza.»
Avvampo indignato: «Ma cosa dici? Tu non mi conosci nemmeno! Per tua informazione esercito una professione di tutto rispetto e da anni non vivo con i miei! E quanto al sesso… »
Per fortuna Mizuki mi impedisce di completare la frase, trascinandomi nel vortice di corpi danzanti. Non amo ballare, anzi, non ballo mai, però davanti alla prospettiva di fare la figura di un ”mangia-erba”, mi scateno, saltarello, piroetto e muovo braccia e gambe al ritmo sincopato, e per quanto improbabile possa suonare, alla fine lo trovo persino spassoso.


Il mattino seguente mi sveglio con la testa dolente e la gola impastata e sotto lo scroscio bollente della doccia cerco di ricostruire le ultime nebulose ore della serata, ma tutto quello che ricordo è che dopo svariati drink di colori diversi, abbiamo lasciato il locale e in preda ad una crisi di fame Mizuki mi aveva portato in un can-bar dove su barili verniciati che fungevano da tavoli venivano serviti solo cibi e bevande in lattina. Le mensole che correvano lungo le pareti erano ricoperte di conserve d’ogni dove con sgargianti etichette in ogni lingua e alfabeto possibili e immaginabili e probabilmente mi sarei concesso un assaggino di paté francese o qualche wursellino tedesco se Mizuki non avesse scoperchiato trionfante proprio davanti a me una lattina di larve di bachi da seta di provenienza coreana, lucide e grasse crisalidi marroncine in una specie di salamoia maleodorante.

Cercando di cancellarne il ricordo sia visivo che olfattivo, scendo nel bar dell’albergo per un caffè doppio fortemente zuccherato e rimango piuttosto soddisfatto del riflesso sbarbato di fresco che mi rimanda lo specchio dell’ascensore. Salvo poi sgonfiarmi di botto alla vista della elegantemente sobria e sorridente Youko. Ero stato talmente preso dal pensiero di Mizuki da non considerare nemmeno la possibilità di trovarmi di nuovo sotto l’ala istruttiva ma così poco emozionante della sua sorella maggiore.
Non mi resta che seguire Youko sulla via del Ryohan-ji, il Tempio del Drago Addormentato che, come mi viene spiegato, custodisce un enigmatico giardino kare sansui, ovvero ”paesaggio secco”. Quello che vedo è un semplice rettangolo di sabbia bianca e accuratamente pettinata dalla quale sporgono alcune piccole rocce, quindici in tutto, precisa la mia guida, ma disposti in modo tale da riuscire a vedere al massimo quattordici da ogni prospettiva.
«L’invito di questa particolare composizione non è di entrare nel giardino, come siamo abituati a fare, bensì di svuotare la mente, lasciando che il giardino entri in noi» si limita ad osservare Yuoko-san.
La trovo molto più spenta e taciturna rispetto al giorno precedente, così mi informo sulle condizioni di suo figlio. Sta meglio, risponde, anche se ha ancora qualche linea di febbre.
«Ma allora poteva restare con lui e affidarmi a Mizuki, sua sorella è una guida eccezionale!» esclamo.
Yuoko mi squadra dubbiosa, poi, accertatasi della sincerità del mio impeto, si scioglie in piccole confidenze: «Mia sorella sa essere un’ottima guida, conosce Kyoto anche meglio di me se possibile, ha un rapporto viscerale con la città, però manca di costanza, è lunatica, proprio come vuole il suo nome.»
«Il suo nome?»
«Mizuki, da mi – bello e zuki – luna, mentre il mio nome ha una simbologia solare, i nostri genitori avevano visto bene, noi due siamo proprio come il sole e la luna.» Yuoko sorride intenerita. «Se devo essere sincera, vista la situazione, le avrei chiesto di sostituirmi anche oggi,  però è partita senza preavviso.»
«Partita? Per dove?»
«Non ho idea» Yuoko alza le spalle. «Mia sorella è sempre stata piuttosto irrequieta.»
«Ma… perché così d’improvviso?»
Yuoko si strofina le tempie, esitante. Contempla il mare di sabbia ai nostri piedi, poi si decide. «Va bene, le devo senz’altro una spiegazione visto che sono stata io a coinvolgerla in questa faccenda, mandandole Mizuki. Le avevo dato i biglietti, doveva limitarsi ad accompagnarla allo spettacolo teatrale, un compito semplicissimo, e invece lei l’ha condotta altrove senza nemmeno consultarmi!»
«Guardi che io non mi lamento affatto, Yuoko-san, abbiamo passato una serata dilettevole  e interessante, ho avuto addirittura la possibilità di assistere ad una vera cerimonia del tè.»
«La cerimonia, appunto… non vorrei deluderla, ma non era stata allestita in suo onore. Lei ha mai sentito parlare della ceramica raku? Si tratta di una tecnica antica per creare le ciotole usate nella cerimonia del tè. Il termine raku ha il significato di ”piacevole” e deriva dal nome del quartiere di Kyoto dove nel sedicesimo secolo veniva estratta l’argilla. In sintonia con lo spirito zen l’arte della creazione delle tazze raku è un processo libero ed istintivo che produce oggetti unici e irripetibili dalle forme spontanee e colori naturali. Si racconta che cinque secoli fa il monaco zen Takeno Joo, secondo successore del Chado, La Via del tè, possedeva sette preziose tazze raku che a sua volta aveva ricevuto in regalo dal proprio maestro Murata Shuko.

Una di loro era la famosa Kimamori dalle sfumature rosate, inserita in seguito fra le reliquie del maestro Sen no Rikyu, ma si sussurra che un’altra di queste inestimabili ciotole veniva custodita da generazioni dal clan Ashikaga che ieri ha accolto la vostra visita. Deve sapere che un invito del genere è rarissimo e se siete entrati in quella casa è stato a solo a causa del fatto che la tazza raku in questione è stata trafugata dalla nicchia dove era stata esposta da secoli. Ora lei naturalmente ribatterà che avrebbero dovuto chiamare la polizia, però il consiglio familiare ha deciso di seguire una via alternativa, evitando lo scalpore mediatico e affidando il caso a mia sorella che possiede alcune peculiari facoltà in questo campo, insomma, con parole povere, è sempre stata molto brava nella ricerca di oggetti scomparsi.»
«Mizuki è una sensitiva?»
«La ritengo una definizione speculativa, diciamo semplicemente che mia sorella è una persona empatica, percettiva e intuitiva oltre la media.»
«Quindi Mizuki è dovuta partire all’inseguimento di una reliquia rubata, questo posso comprenderlo, ma come si fa a non lasciare ai famigliari almeno un punto di riferimento?»
Il mio tono lamentoso ed infantile a quanto pare impietosisce Yuoko che sfida l’etichetta,  sfiorandomi con delicatezza. «E’ gentile da parte sua preoccuparsi per mia sorella,» dice, fraintendendo il mio turbamento «comunque non deve stare in pensiero, anche se a volte gioca  a fare la ragazzina, Mizuki ha 29 anni e sa arrangiarsi benissimo da sola. Viaggiare, lasciandosi guidare non dalla logica ma dalle emozioni, è sempre stata una sua peculiarità.»
In questo momento non sono in vena di sottigliezze poetiche, l’unica cosa che voglio è restare da solo per riflettere, mi illudo, ma forse sopratutto per leccarmi le ferite, così, facendo leva sulle preoccupazioni materne, riesco a congedare la mia guida, che mi ringrazia un tantino imbarazzata ma al contempo immensamente sollevata di poter rientrare a casa al cospetto del figlioletto influenzato.


Mi siedo o meglio mi lascio andare sulle assi in legno usurato della veranda. Mi stordisce il fatto che una persona, fino al giorno prima completamente estranea, potesse mancarmi in maniera così atroce, come se mi avessero tagliato un pezzo di carne pulsante, come se avessi perso la parte più vitale di me. Mi sorprendo ad invidiare le immobili rocce grigie per la loro imperturbabilità. Assalito dalla sensazione che la vita mi stia sfuggendo come sabbia fra le dita,  fisso malinconico il mare secco di ghiaia candida e d’un tratto mi trovo a vedere oltre la sua apparente monotonia, l’andamento sinuoso e simmetrico delle orme del rastrello placa la mia ansia, l’austera sobrietà delle pietre rinsalda il mio animo disperato e titubante e quando prendo il cellulare dalla tasca so esattamente quello che devo fare. Contatterò Mizuki con la schietta naturalezza e l’elegante riserbo del karesansui. C’è sempre un lato della vita impossibile da prevedere e da controllare, sussurra invisibile la quindicesima roccia, ma ciò non significa doversi arrendere impotenti davanti al rischio, a volte basta semplicemente cambiare prospettiva. Le mie dita corrono veloci sui tasti, una chiamata diretta risulterebbe invadente, un SMS semplice e conciso rispetterebbe la libera scelta, rispondere oppure lasciar correre senza impegno…
Mizuki, dove sei?
Quando clicco ”invia” sento una mezza montagna rotolar via dal cuore. L’altra metà, quella del dubbio se sarò o meno preso in considerazione, resta in minaccioso bilico. Mi incammino preso di un urgente bisogno di movimento o forse di distrazione e i sentiero curvato a punto interrogativo aggira il tempio conducendomi davanti ad una bassa fontanella di pietra sulla quale sono scolpiti quattro ideogrammi.
«Ware tada taru shiru» legge a voce una giovane guida e attratto dalla sua vaga somiglianza con Mizuki, mi fermo per orecchiare la traduzione in inglese che però si rivela piuttosto confusa. A quanto pare i quattro segni acquistano senso solo letti insieme al foro squadrato in centro che ha il significato di kuchi – bocca, ma anche così i significati spaziano da ”ciò che ho è tutto ciò di cui necessito” che suona proprio come il nostrano ”chi si accontenta gode”… al molto differente ”sono l’unico a sapere di cosa ho bisogno”. Il bip del cellulare interrompe le mie  elucubrazioni filosofiche e sullo schermo appare inattesa, eppure attesissima, la risposta Mizuki: Sono in volo verso l’aeroporto più alto del mondo!
Per dar tregua al cuore impazzito, mi disseto con l’acqua del settecentesco tsukubai, la mia bocca stupita sopra la sua bocca quadrata e nell’acqua cristallina – la bocca dolcemente mutevole di Mizuki da cui bevo e bevo… e quando finalmente alzo la testa d’un tratto mi accorgo dei sakura fioriti. Non solo i giardini del Drago addormentato, ma tutta Kyoto e una nuvola rosa di ciliegi in boccio, come se fossero esplosi da un momento all’altro solo per me! Annego nella loro dolcissima magia per emergere dritto nell’ufficio variopinto della più vicina agenzia di viaggi.


Chiedere un biglietto per il primo volo da Osaka per l’aeroporto più alto del mondo si rivela un gioco di ragazzi, non tale, però, risulta la risposta. Il sorriso professionale dell’impiegata non sparisce ma in qualche modo si mummifica sul volto truccato con cura, mentre gli occhi mi studiano guardinghi per poi squadrare il resto del perimetro in cerca di una candid camera, suppongo, oppure di un paio di robusti inservienti del manicomio locale, sempre se ci siano i manicomi in Giappone. Estraggo la carta di credito con gesto che dovrebbe apparire elegante nonché autorevole. Parzialmente rassicurata la signorina batte velocemente sulla tastiera del computer.
«Aeropuerto Internacional El Alto, La Paz, Bolivia… 4061 metri sopra il livello del mare!» dichiara trionfante dopo una manciata di secondi.
In verità mi aspettavo qualcosa tipo Katmandu oppure Città del Messico, comunque annuisco impassibile come se effettuare voli di 30 ore attraverso tre continenti, sborsando sull’unghia l’equivalente di 3000 euro, fosse il mio passatempo preferito.
Nel tardo pomeriggio sono di nuovo all’Aeroporto di Kansai. Nulla è cambiato in questi tre giorni, eppure tutto sembra così diverso: le luci sono più scintillanti, il brusio multilingue più allegro, persino il solito hamburgher fast food si rivela più succoso e saporito che mai. Poco importa che questo non lo renda anche più digeribile. Durante il volo di Asiana Airlines che in meno di due ore mi porta da Osaka a Seul, cerco di distrarmi sfogliando le riviste a portata di mano. Manco di concentrazione per leggere davvero, mi limito a fissare le foto con sguardo vacuo nel vano tentativo di impedirmi di sbirciare in continuazione l’orologio. Il tempo che mi separa da Mizuki scorre con una lentezza davvero esasperante.
Dal vecchio aeroporto Gimpo Gonghang usato ormai solo per i voli nazionali e qualche collegamento con il Giappone, veniamo trasferiti a Incheon International.
Appena saliti a bordo della Korean Air, faccio ricorso ad un paio di sonniferi e passo le quattordici ore che separano Seul da Washington in un salvifico stato di semi incoscienza.
Anche l’ultima tratta di volo non è uno scherzo, quasi dieci ore da Dulles International di Washington a El Alto, La Paz. Accanto a me è seduto un giovane boliviano che si presenta subito con il nome di Ramon e mi sorprendo grato della sua gioviale compagnia. Dopo le convenevoli in inglese ci troviamo a conversare ognuno nella propria lingua madre e strano a dirsi, ci intendiamo senza particolari problemi linguistici. Dopo sette anni passati negli Stati Uniti, Ramon sta rientrando in patria per trovare la sua famiglia. Una grande famiglia tribale, dichiara con un lampo di fierezza negli occhi scurissimi, perché devo sapere che Ramon è un kallawaya di Upinhuaya. Nei suoi occhi scurissimi brilla un lampo di fierezza che si offusca in genuina incredulità: ma come, non conosco i kallawaya? Chiamati ”gli uomini – medicina”, gli avi di Ramon popolano la Cordigliera di Apolobamba dall’alba dei tempi e sono custodi dell’antichissima arte della medicina naturale. Non a caso si racconta che erano guaritori e sciamani alla corte dei re Inca e ancora oggi i curanderos kallawaya, come il nonno di Ramon, adoperano le proprietà curative di più di 600 erbe diverse.
«Il tuo nonno è in grado di curare il mal d’amore?» chiedo e Ramon ride, divertito come un bambino. Non può spegnere il fuoco dolce che mi brucia dentro, dice, ma in cambio saprebbe consigliarmi un regalo molto prezioso per la mia amata. Un regalo? Quale regalo? Una sciarpa, risponde raggiante. Una sciarpa? Esatto. Una sciarpa di lana di vigogna, il filato più pregiato al mondo, più fino addirittura del cashmere! Una lana così rara che solo ai re Inca era permesso di indossarla!
«E tu riusciresti a procurarmi un indumento del genere?» chiedo dubbioso.
Ramon alza le spalle. Nella sua famiglia, racconta, sono tutti esperti tosatori, il problema è che la vigogna, timida e delicata, non si riproduce in cattività, inoltre la sua lana si può raccogliere solo ogni due anni e da un animale si ricava appena duecento grammi di filato. Forse non potrà regalarmi una sciarpa per la mia morosa, però se salissi con lui al paese, potrebbe farmele accarezzare le vigogne allo stato brado, un vero spettacolo della natura. L’emozione del ritorno si sfoga in una pioggia incessante di parole, Ramon parla della vita sugli altipiani, delle usanze del piccolo villaggio, dei genitori anziani e dei ben quattordici nipoti e quando infine esausto si addormenta, tocca a me combattere l’improvvisa nostalgia di casa. Cosa sono i miei nemmeno sette giorni contro i sette anni di Ramon? Eppure la mia famiglia mi manca dentro, nel profondo e d’improvviso ho una voglia pazza di tortellini in brodo, ne sento quasi l’aroma che pur immaginario mi fa venire davvero l’acquolina in bocca. Scarto una caramella alla fragola, ma la sputo quasi subito. Forse Mizuki aveva ragione sul fatto che fossi un mammone. Non mentivo quando le ho detto che non vivevo più con i miei, ma ho tralasciato il particolare che il mio bilocale dava sullo stesso pianerottolo e che tutti i miei elettrodomestici, dai fornelli alla lavatrice sembravano nuovi, mai usati. La mamma è sempre la mamma e la mamma italiana, naturalmente, non la batte nessuno! E se presentassi Mizuki a mia madre? Il vuoto improvviso che sento nello stomaco è causato da questo pensiero o semplicemente dalla discesa in vista dell’atterraggio?
«Nuestra Señora de La Paz!» Eccitato Ramon sta indicando la città che si fa sempre più grande sotto di noi. Alti palazzi moderni si alternano a campanili barocchi e tradizionali tetti di tegole rosse. Ammaliato, immagino Mizuki da qualche parte in questo vasto e variegato agglomerato steso sul fondo di una specie di enorme cratere e cinto dal massiccio anello roccioso delle Ande.
«La Cordigliera Real» si affretta a spiegare il mio amico, poi indica le imponenti vette innevate a sud. «Quello è Illimani, che in lingua aymara significa ”aquila dorata”, anche se gli indios preferiscono chiamarlo Abuelo de poncho blanco.»
«Il nonno con il poncho bianco?»
Ramon annuisce sorridendo e continua a fornire spiegazioni che io non fingo nemmeno di ascoltare. Il carrello ha toccato la pista e anche se non è ancora permesso, accendo il cellulare e digito frettolosamente: Sono a La Paz!
Ora non mi resta che attendere ulteriori indicazioni.


Continuo a sbirciare impaziente il display del telefonino, mentre scendiamo, ritiriamo i bagagli e raggiungiamo l’uscita del terminal. Ramon mi saluta calorosamente e guardarlo  allontanarsi nell’aria azzurrina che taglia i polmoni, fredda e rarefatta, mi fa sentire ancora più solo e spaesato. Poi, improvviso e improvvisato, appare il SMS: L’isola più surreale del mondo ha la forma di un pesce!
Sbatto stordito le palpebre. L’isola? Quale isola? Non mi risulta che Bolivia avesse sbocchi sul mare! Un lago, forse? Il Titicaca? Ma sta qui oppure in Perù? E anche se così fosse, cosa ci sarebbe di surreale nelle sue isole? Mi guardo intorno nella disperata ricerca di Ramon, se non sbaglio doveva prendere un pullman. Cerco indicazioni, mi faccio strada fra la folla e alla fine intravedo la fermata.
«Ramon!» urlo, correndo. «Aspetta!»
«Guarda che manca più di mezz’ora alla partenza del mio autobus» dice tranquillo, quando lo raggiungo. «Hai cambiato idea? Vuoi venire con me al paese a vedere le vigogne?»
«Sto cercando un’isola a forma di pesce!»
Ramon si gratta la testa, pensieroso. «Scusa, amico, ma non sono mai stato bravo in geografia. Mia sorella Manuelita legge molti libri e insegna ai bambini, bisogna chiedere a lei. Cosa altro puoi dirmi di questa tua isola?»
Scoraggiato gli mostro il messaggio.
«Mai sentito di un’isola del genere, comunque ora chiamo.»
Il mio amico digita un numero e anche se non comprendo una sola parola del dialetto che usa, intuisco che la cornetta dall’altra parte sta passando di mano in mano e tutti sembrano contenti di salutare Ramon e lui non la smette più di chiacchierare e di ridere. Minuti interminabili di attesa snervante, ma finalmente giunge in linea Manuelita e con lei l’agognata risposta.
«Isla del Pescado! Sta nei pressi di Uyuni!» dichiara Ramon soddisfatto.
«Uyuni? Cosa c’è laggiù? Un lago?»
«C’è stato un lago, una volta. Tu vai e vedrai. Devi raggiungere Oruro e poi cambiare per Uyuni, una decina di ore in tutto.»
Le dieci ore in realtà si rivelano sedici ed è solo al mattino del giorno seguente che stanco, sporco, affamato e insonnolito scendo dal treno alla stazione di Uyuni, una cittadina in mezzo al nulla che sembra uscita da un vecchio film western. Le strade assolutamente dritte e perpendicolari mi portano nella piazza principale, ravviata da una pittoresca chiesa color crème caramel e da stormi variopinti di bambini vocianti. Scarico i bagagli in una spartana, ma in compenso vivacemente dipinta camera d’albergo e dopo una bella doccia, mi concedo una sostanziosa colazione a base delle tradizionali salteñas, gonfi e dorati involtini di pasta di pane, ripieni di pollo, piselli e altre verdure sminuzzate e fortemente speziate.

Dopo il primo morso, una buona dose del sugo bollente cola sul piatto e in parte sulla mia camicia, il ragazzino del tavolo accanto ride divertito della mia goffaggine, solleva la sua salteña e mi mostra come mordere l’angolo e lasciar collare il contenuto in bocca senza imbrattarsi. Sorrido pure io e assaggio il mio api morado, una bevanda dolce e pastosa di mais rosso aromatizzato con cannella e buccia d’arancia. Se solo una settima addietro qualcuno mi avesse detto che avrei sostituito la  classica accoppiata cornetto&cappuccino con carne piccante annaffiata da questa specie di zuppa color porpora di antica provenienza inca, be’, mi sarei persino adirato… e invece eccomi qua, a sorseggiare sazio e soddisfatto una tazza di mate amarognolo che mi tira su molto meglio del solito caffè.


Rigenerate le forze, esco in ricognizione e un paio di ore dopo, aggregato all’ultimo momento ad una esuberante famigliola dell’Arizona, sobbalzo sul sedile posteriore di un fuoristrada lanciato sulla distesa salata più grande del mondo, il bianchissimo e stupefacente Salar de Uyuni. Dodicimila chilometri quadrati di sale a vista d’occhio!
«Ogni anno ne vengono estratte circa 25 mila tonnellate, una briciola in confronto delle 10 miliardi che contiene la salina» spiega il nostro autista Evelio in un mix di inglese e spagnolo, almeno per me abbastanza comprensibile. «Per non parlare delle immense riserve di litio, potassio, boro e magnesio, una ricchezza immensa, ma difficilissima da sfruttare.»
La carrozzeria della Jeep è stata trattata appositamente per evitare la corrosione salina, inoltre la vettura è munita di speciale permesso per poter transitare sul lago ma tutto questo naturalmente non garantisce la sicurezza del nostro strano viaggio e così, quando la vettura sterza bruscamente fra i mucchi conici di sale pronto per il trasporto, la signora americana lancia un’esclamazione spaventata.
«Ojos de Salar!»  si giustifica l’autista. «Occhi del deserto di sale, così gli Inca chiamavano i buchi nella crosta che, difficili da indovinare nella luce accecante, spesso si trasformavano in trappole mortali che inghiottivano le carovane di passaggio.»
«Comunque dev’essere piuttosto spessa la superficie su cui ci muoviamo» fa l’americano, più per rassicurare la moglie che per autentico interesse scientifico.
«Piuttosto spessa?» Evelio ride divertito. «Sotto di noi ci sono ben undici strati di sale, ognuno spesso fino a dieci metri! Dovete sapere che un tempo qui c’era un mare preistorico che arrivava fino al lago Titicaca!»
E in mezzo di questo mare surreale sorge davvero un’isola dalla forma ricurva di un pesce. La Jeep si ferma, Evelio si stiracchia e accende una sigaretta, mentre noialtri ci lanciamo all’esplorazione delle rocce ricoperte di cactus giganteschi che svettano parecchi metri sopra le nostre teste. Mi stacco dagli altri, mi arrampico in alto e mi siedo al riparo di un masso. Siamo a più di 3000 metri di quota e fa davvero freddo, però durante la sosta a Oruro mi sono procurato cappello, sciarpa e guanti di lana variopinta, non è il delicato filato di vigogna, ma meglio così, anche se ruvidi, tengono caldo e rallegrano l’occhio, e sono certo che a Mizuki piacerebbero un sacco, infatti ho preso un’allegra sciarpa anche per lei. Mi sfugge un sospiro, non sono uno sprovveduto, sapevo che non l’avrei trovata in cima a questa inverosimile isola, ma per me era d’obbligo arrivare nel punto esatto che mi aveva indicato, questione d’onore, fiducia e di rispetto. Bene, perfetto, e dopo aver dimostrato di essere a tutti gli effetti un gentiluomo vecchio stile, ora che faccio? Potrei comporre l’ennesimo messaggio, però fatico a trovare le parole. Decido di scattare una foto come prova della mia impresa, ma dopo alcuni vani tentativi di inviarla, constatata l’assoluta assenza di rete, lascio cadere deluso il cellulare in tasca.
Pian piano il gelo e il silenzio placano l’ansia del cuore impaziente, attorno a me le dita spinose dei cactus carezzano a modo loro la sgargiante seta azzurra del cielo, in basso una baia bianca di onde addormentate sussurra storie di pace ed eternità.

Socchiudo gli occhi in preda ad un déjà vu, sono certo di aver già vissuto questo identico istante, ma c’è qualcosa di inesatto come una specie di ricordo rovesciato. Rivedo la distesa bianchissima del karesansui, ma non dall’esterno, stavolta sono dentro, seduto in cima alla roccia in contemplazione del mare secco; il paesaggio è in me e io sono nel paesaggio; perfetta, la fusione ha il sapore del satori.


Al rientro in città il cellulare si rianima, notificando un MMS di Mizuki. Come se avesse intuito il mio tentativo di inviare la foto, è stata lei a spedirmene una. Coincidenza, telepatia, sincronicità? Qualunque fosse la causa, il cuore riprende a galoppare e nemmeno la domanda del ragazzino americano che divertito mi chiede perché stessi ridendo da solo, riesce a riportarmi del tutto con i piedi per terra. Appena la Jeep si ferma, mi affretto a mostrare a Evelio la foto che rappresenta una solitaria e malandata costruzione rettangolare in mezzo ad una spoglia distesa di terra battuta dalle intemperie. Sembra più un capanno che un vero edificio, le mura di un celestino stinto si fondono quasi con la brulla montagna a forma di trapezio sullo sfondo. L’unica nota allegra è la bandiera boliviana, sventolante in cima ad un palo.
«Questa è la dogana di Hito Cajon» decreta l’autista. «Vuoi andare in Cile? A San Pedro de Atacama? Nessun problema, ti faccio conoscere mio cognato Cecilio!»
Con Cecilio, un omaccione dalla faccia larga, occhi vivaci e ispida capigliatura corvina, ci incontriamo in una osteria del posto e troviamo subito un linguaggio in comune che è quello del Singani e dei bolivianos, il liquore e la valuta nazionali. Una comitiva di francesi ha già prenotato la partenza per Hito Cajon fra quattro giorni e Cecilio mi propone di unirmi a loro e dividere la spesa, dopo tre bicchierini di brandy e una trattativa sul prezzo, ci accordiamo per il mattino successivo. Sono stordito dall’alcol, ma sopratutto dai cambiamenti che avvengono dentro di me, avvezzo a spendere il denaro in maniera più che oculata, mi sorprendo a sborsare sull’unghia una somma esagerata per un viaggio ai confini del mondo senza alcun turbamento né risentimento. Ci si aggrappa al denaro per tappare il vuoto che ci portiamo dentro, ma in questo momento il mio animo trasborda pieno come non mai di amore e fiducia, bellezza e frizzante curiosità. Erano anni che non mi sentivo così, al contempo uomo e bambino, avevo perso il gusto genuino della felicità.
Partiamo all’alba. La strada sale nell’ombra nera delle rocce, tesa verso il cielo di un rosso così intenso da lasciare senza fiato. Cecilio fuma, taciturno e infreddolito, mentre fuori si dipana un paesaggio crudo, spoglio e ostile, animato a tratti da qualche lama che alza incuriosito la testa, dimenticando per qualche istante i cespugli bassi e contorti. Il sole sorge maestoso, inondando d’oro le cime innevate, ma invece di riscaldarmi, sento ancora più freddo. Saliamo oltre i 4000 metri e costeggiamo una serie di argentee lagune sovrastate dal vulcano Ollague. Mi incantano, brillanti occhi spalancati nella ancestrale volto ocra del deserto. Hedionda, Ghiarkota, Honda, Ramadita – il suono esotico dei loro nomi fa trillare dei campanellini nelle mie orecchie improvvisamente troppo sensibili, spossato e spaesato sento girare la testa e quando nel tardo pomeriggio finalmente giungiamo all’hostal di Ojo de Perdiz, riesco appena a buttar giù qualche cucchiaiata di zuppa di quinoa.
«Non ti preoccupare, è solo il saroche, il mal di montagna» mi tranquillizza Cecilio. «Ecco, bevi un sorso di chicha de colla, ti aiuterà a tirarti su.»
Fiducioso accetto il bicchiere di liquido biancastro che mi porge, ma appena saggiato l’alcol mi fa tossire, mandando in fiamme la gola. «Cosa è?» chiedo.
«Una nostra bevanda tradizionale. Si masticano per bene i chicchi di mais, poi si sputano in un recipiente che si conserva ben chiuso al buio per qualche mese. I batteri della saliva fanno fermentare la miscela, trasformandola in alcol.»
Singhiozzo disgustato e rigetto nella ciotola mezza vuota della zuppa.
«Ma non dirmi che ci hai creduto! Stavo scherzando!» esclama Cecilio. «Gli inca preparavano davvero la chicha così, ma succedeva secoli fa! Per fortuna che non ti ho fatto assaggiare il cocoroco» Il mio compagno fa un cenno verso la fiaschetta di metallo che si stanno passando alcuni indios seduti al tavolo vicino.
«Perché? Cosa stanno bevendo?»
«Distillato illegale di canna da zucchero, può arrivare a 96% di gradazione alcolica.»
Gemo al solo pensiero. Cecilio mi prende sottobraccio, mi porta in camera, mi aiuta a infilarmi vestito per bene fra le lenzuola di pile e inizia ad avvolgermi in un’infinità di pesanti coperte di lana ruvida. Dormo poco e male, sono agitato, sento il polso accelerare sempre di più, mi manca l’aria e Cecilio va a prendere alla reception le bombole dell’ossigeno che mi danno un po’ di sollievo. L’oscurità è totale e non c’è nessun tipo di riscaldamento, l’elettricità generata dai pannelli solari tornerà solo al mattino. D’altronde siamo a 4600 metri di altitudine e dal più vicino centro abitato ci dividono 200 chilometri.


All’alba l’emicrania persiste, ma la nausea si è placata e riesco a mangiare la sopa de mani, un calorico miscuglio di arachidi e patate. Dopo due tazze di tè che Cecilio mi convince a buttar giù, mi sento decisamente meglio. La testa è schiarita e le energie stanno tornando.
Il mio compagno finisce la colazione e schiocca contento le labbra. «Buono il mate de coca!» si complimenta.
«Come di coca? Ma non è fuori legge? E’ una droga!» esclamo scandalizzato.
«La coca raffinata è una droga, questo è solo infuso di foglie che gli indios usano da sempre per combattere la fatica e il mal di montagna. E comunque calmati, qui in Bolivia questo tipo di tè e del tutto legale.»
Annuisco rassicurato, mi sento in forma e non vedo l’ora di riprendere il viaggio.
Fuori il sole ha appena baciato il deserto di Siloli, regalando all’ocra morbide sfumature dorate. L’albergo basso e allungato, costruito interamente in pietra vulcanica e materiali naturali riprende alla perfezione i colori e le forme del paesaggio.
«Hotel del Desierto fa parte dei quattro hotel Tayka: Hotel de Sal, Hotel de Piedra e Hotel de los Volcanes» spiega orgoglioso Cecilio. «Hanno tutti la stessa struttura e accolgono i numerosi visitatori della zona. Inoltre in mezzo al Salar Uyuni c’è Playa Blanca, un albergo costruito interamente di sale.»
«Davvero? Tutto di sale?»
«In realtà gli indios usano da sempre dei blocchi di sale per i loro rifugi, anche se i chipaya del Salar de Coipasa vivono ancora in quelle loro vecchie capanne rotonde di fango. Il nostro è un deserto arido e inospitale, le escursioni termiche possono arrivare da meno 30°C di notte a 45°C di giorno, Dalla terra non nasce quasi nulla, in abbondanza abbiamo solo il sale, ma estrarlo è un lavoro durissimo che rende poco ed è solo grazie al turismo che riusciamo a sfamare le nostre famiglie. Andiamo, su, abbiamo parecchia strada da fare oggi.»
Partiamo e le piste sterrate ci conducono sempre più in alto verso un regno surreale di tinte brillanti e contrasti forti da togliere il fiato. La prima meraviglia che incontriamo è Laguna Colorada, un lago inverosimilmente rosa, animato da migliaia e migliaia di fenicotteri che passeggiano impettiti fra insoliti isolotti bianchissimi.
«Anche qui è pieno di sale» dichiaro saccente, convinto ormai di conoscere le particolarità della zona.
Cecilio scuote la testa. «Isole di borace» spiega laconico, impaziente di proseguire il viaggio.
Mi sembra impossibile, ma riprendiamo l’arrampicata lungo polverose piste desertiche che solo la mia guida riesce a distinguere e dopo altri cinquanta chilometri, a circa 5000 metri sopra il livello del mare ci addentriamo in un paesaggio preistorico di rocce lunari, pozze incandescenti di lava e fango, geyser che sparano fiotti d’acqua bollente alti decine di metri e infernali fumarole di gas puzzolenti. Siamo nell’area geotermale di Sol de Mañana e mi sento  risucchiato agli albori del tempo quando irruzioni vulcaniche plasmavano il manto terrestre e la vita era solo un’utopia che doveva aspettare ancora milioni di anni.
Finalmente inizia la discesa e costeggiamo di nuovo una laguna magica, due, in realtà, smeraldina la prima, perlacea la seconda. Laguna Verde e Laguna Blanca. E come un miracolo nel miracolo nelle acque colorate fluttua capovolto il riflesso imponente e magnifico del vulcano Licancabur. Sulla sua vetta si trova un’antica cripta, racconta Cecilio, giovani guerrieri Inca venivano mandati lassù, scalzi e nudi, per offrire la propria vita come sacrificio alle divinità.
Il cono perfetto ed innevato del vulcano mi ricorda la silhouette del Monte Fuji e mi fa tornare in mente il racconto di Yuoko riguardante i colori e i disegni dei kimono. L’etichetta impone che anticipino di poco le sfumature della stagione in arrivo, così in primavera vengono indossate tinte pallide e luminose, con motivi che raffigurano erbe verdi, foglie di bambù, boccioli di susino, rondini e farfalle; l’estate richiede colori freschi e sgargianti, peonie, gigli, pesci e onde marine; l’autunno, profondo e intenso, è rappresentato da crisantemi gialli, foglie d’acero scarlatte, uva e agrumi, mentre l’inverno porta il fiore di loto e le bacche rosse, l’anatra mandarina, i narcisi, le foglie di felce.
E’ solo ora, confrontando il ricordo di questa variegata abbondanza di sfumature e significati con il contrasti nitidi, puri e brillanti che offre questa terra ai confini non solo del mondo ma anche di tutto ciò che del mondo presumevo di sapere, incantato scopro l’autentica sorgente delle tinte e comprendo l’anima stilizzata delle stoffe andine, quell’alternarsi vivido e acceso dei colori primari, i fili rossi, blu e gialli, acqua, terra e cielo, stretti in un unico, indissolubile e vitale abbraccio.
Circa un ora dopo giungiamo alla meta del mio viaggio – l’edificio celeste della foto,  una baracca solitaria, spazzata dai venti in mezzo al deserto. Sotto la scritta a lettere cubitali  ”Migracion Bolivia” è parcheggiata una vecchia moto.


«Portezuelo del Cajón» annuncia Cecilio. «Io sono fin qui.»
«Come fin qui? E io che faccio?» chiedo subito preoccupato.
«Non posso attraversare la frontiera, però ho chiamato il mio amico cileno Javier che ti porterà a San Pedro de Atacama.»
Entriamo nell’ufficio piccolo e mal illuminato dove un assonnato doganiere aggiusta senza nessuna fretta la data del timbro prima di porlo sulla pagina del mio passaporto. Il pensiero che solo due giorni prima Mizuko è passata da qui avvolge in un alone romantico persino questa stanzetta spoglia e fredda.
Una volta fuori, saluto Cecilio e trascinando la valigia nella polvere marrone attraverso a piedi il confine segnalato da una simbolica barriera giallonera. Dall’altra parte mi attende il fuoristrada di Javier, un giovane smilzo, allegro e dotato di una parlantina veloce e poco comprensibile. Da San Pedro di Atacama ci dividono 45 chilometri e durante tutto il tragitto vengo generosamente inondato di nozioni e informazioni. Così vengo a sapere che il deserto di Atacama è il più arido e sterile del mondo, che prima del ’71 nella sua parte più secca chiamata ”la doppia ombra della pioggia” non cadeva una goccia d’acqua da ben 400 anni e che gli scienziati avevano riprodotto le prove effettuate dalle missioni spaziali Viking 1 e Viking 2 su Marte, non trovando alcuna presenza di vita nel terreno! Dopo questa dichiarazione ad effetto Javier si aspetta almeno un’esclamazione da parte mia e, in effetti, esulto, ma solo perché il cellulare da finalmente segni di vita notificandomi la presenza di un nuovo SMS.
«Visto che sei così ferrato in geografia, posso farti una domanda?» chiedo a Javier. «Sapresti dirmi qual’è la capitale più al sud del mondo?»
Javier fischietta. «Bella domanda. La capitale del Sudafrica, forse? Oppure dell’Australia? Mi arrendo, su, dimmi!»
«Sinceramente non ne ho idea.»
«Ma come! E allora perché me lo hai chiesto?»
«Perché ci sto andando e volevo sapere dove sta l’aeroporto più vicino?»
«Questa la so! Prima devi passare obbligatoriamente dalla dogana cilena a San Pedro e dopo, se vuoi ti porto all’aeroporto di Calama, sono circa due ore di viaggio, da lì in un paio di ore di volo sei a Santiago oppure prendi il Tur Bus, spendi molto meno, però ci metti 24 ore per arrivarci. Decidi tu, io sono completamente a tua disposizione.»
Lo è, naturalmente, solo vent’anni fa Sa Pedro era un anonimo paesino sperduto nella polvere del deserto. Anche se ai tempi Jaxier era solo un bambino, ricorda bene le pecore che si aggiravano tranquille per le strade sterrate, il generatore che la sera forniva elettricità per tre ore esatte e il miracolo dei due apparecchi telefonici privati, niente stazioni radio e tv, niente farmacia, panetterie e altre comodità commerciali e tecnologiche, incredibile a dirsi, ma correvano i primi anni novanta. Poi il boom turistico degli ultimi anni ha capovolto la situazione.

Mi guardo intorno e vedo una cittadina ridente punteggiata da alberghi a svariate stelle, decine di bar e ristoranti che espongono coloratissimi menù multilingue con prezzi ben segnati in dollari, da tre a quattro volte più cari rispetto al resto dell’entroterra cileno. Una miriade di agenzie turistiche, alcune gallerie d’arte e artigianato e un paio di lussuosi wineshops completano il quadro. Qui si vive solo ed esclusivamente di turismo e anche se la mia guida non fa eccezione, mi accudisce con gentilezza e comprensione che valgono fino all’ultimo centesimo dell’onorario pattuito. Così dopo avermi accompagnato all’ufficio immigrazione, Javier mi porta a casa sua dove finalmente posso farmi una doccia e togliermi la puzza di dosso ed è persino così gentile da offrirmi del burro di cacao per le labbra che a causa dell’altitudine e della mancanza di umidità si stanno screpolando in maniera pietosa. Sento insolitamente secca la pelle e persino i capelli, anche la gola e le narici sono irritate e prosciugate. Riguadagnato l’aspetto decente, Javier mi porta in una trattoria locale dove su un annerito tagliere di legno ci viene servita una ciotola di coccio piena di fumante cazuela. Imito il mio compagno che consuma prima il sugo saporitissimo e poi la carne e le verdure, pezzi di patate, zucca, carote, tutto cotto insieme e ben amalgamato. Il contorno consiste in riso bollito, ma secondo Javie è più gustosa la pannocchia abbrustolita che viene servita d’estate. Concludiamo con qualche fetta di chirimuya, un frutto autoctono dalla squamosa buccia verde e polpa dolce e biancastra punteggiata da grossi semi neri.


Un’ora e mezza dopo giungiamo all’Aeropuerto El Loa di Calama e per mia somma sorpresa l’impiegata delle LAN Airlines non batte ciglio quando le chiedo un ”sola andata” per la capitale più meridionale del mondo.
«Wellington, Nueva Zelanda, señor?»
Bene, almeno si torna alla civiltà! Ignoro felicemente che ci sono diecimila chilometri da percorre, ma saperlo mi avrebbe fermato?
Due ore dopo sono all’Aeropuerto Comodoro Arturo Merino Benitez di Santiago de Cile dove mi imbarco su un aereo dalla coda rossa con disegnato sopra uno stilizzato canguro bianco. Arrivo previsto ad Auckland fra quindici ore circa. Allaccio la cintura, sfoglio distrattamente una delle riviste infilate nel retino sopra il tavolino di plastica e vengo a sapere che la Qantas Airways ovvero la Queensland and Northern Territory Aerial Services, soprannominata ”Il canguro volante”, è la seconda più longeva compagnia aerea del mondo, fondata nel 1920, pochi mesi dopo la olandese KLM.
Mi sveglio tutto indolenzito. La rivista è scivolata sotto il sedile e dietro l’oblò, immenso e incredibilmente azzurro, brilla l’oceano. Una distesa infinita che per qualche istante mi fa sentire piccolo e sperduto e sapere di essere protetto e al sicuro non aiuta minimamente perché anche l’aereo non è che un puntino solitario in questo luminoso manto blu senza principio né fine. Poi in lontananza compare un’isola e la vista della terraferma anche se minuscola e irraggiungibile, mi rassicura.
«Dovrebbe essere Rapa Nui» commenta in italiano il mio vicino di viaggio, un signore rasato di fresco e deciso di affrontare le quindici ore di volo abbigliato in giacca e cravatta perfettamente stirate e intonate.
«Scusi?»
«Intendevo l’Isola di Pasqua, quella laggiù… lei lo sapeva che fosse cilena anche se dista quasi 4000 chilometri dal continente?» L’uomo mi mostra la rivista che tiene in mano. Vedo la foto di una collina brulla sulla quale si ergono alcune di quelle enormi teste monolitiche che hanno reso famosa l’isola. «Ci pensi solamente, su una roccia così ventosa che per far crescere qualche albero di banano si è costretti a nasconderlo nelle caldere vulcaniche, l’uomo si mette a scolpire delle pietre alte più 10 metri, che enorme spreco di tempo ed energie!» L’uomo fa una pausa eloquente in attesa del mio parere, poi insiste:

«Ecco, lei, per esempio, lo farebbe?»
«Che cosa?»
«Come cosa? Faticare anni e anni solo per erigere un moai di tufo su un isolotto sperduto in mezzo all’oceano?»
Io? Che c’entro io? Chissà perché mi tornano in mente  Abuelo de poncho blanco e Pachamama, il Monte Nonno e la Terra Madre, venerati dagli indios. Al cospetto della   primordiale e selvaggia bellezza delle vette andine mi sono sentito ragazzino, piccolo e fragile figlio della Natura, mentre davanti alla perfezione immacolata del paesaggio giapponese in miniatura ho percepito dentro di me la saggezza del vecchio Ryu, il Drago simbolo di eternità e immortalità. A meta strada fra loro, questa isola scarna e battuta dalle intemperie, spoglia di magnificenze naturali e di sapienze antiche, celebra ciò che sta fra la meraviglia del bambino e l’oculatezza dell’anziano, l’uomo nel pieno della propria fisicità.
Mi piacerebbe condividere le mie riflessioni con il vicino di posto, ma lui, dimentico della domanda, sta già parlando d’altro. Lo sapevo che esiste un moai pure in Italia? Sponsorizzati da una trasmissione della Rai, una quindicina d’anni fa undici indigeni di Rapa Nui arrivarono a Vitorchiano, nei pressi di Viterbo, per scolpire con asce e pietre taglienti un blocco di peperino alto 6 metri e pesante 30 tonnellate!
«Infine i nativi celebrarono il rito danzante detto ”dell’apertura degli occhi” e ripartirono» legge a voce il mio compagno, poi mi mette la pagina davanti. «Ecco, guardi qua! Cosa ne pensa?»
Osservo il monumentale faccione imbronciato dalle orecchie lunghissime e appena accennate manine stilizzate. Pietrificato nella propria ostentata autosufficienza, il colosso d’improvviso mi fa pena. E’ solo un manufatto inanimato, mi dico, tristemente consapevole che il problema non è il moai ma io che in lui mi riconosco fin troppo bene perché solo fino ad una settimana prima mi ergevo pure io con simile imperturbabile boria, centro assoluto e immobile del mio piccolo, protetto e sterile mondo. Poi qualcosa era successo e d’un tratto il mio cuore di pietra aveva iniziato a battere…
Deluso dalla mia scarsa partecipazione, il vicino di posto chiude la rivista e cambia argomento. «Allora cosa la porta ad Auckland? Affari? Vacanza?»
«Né l’uno né l’altro» Il problema delle risposte sincere è che spesso risultano poco educate. Da millenni pesci, uccelli e persino i grandi mammiferi migrano durante la stagione degli amori. Le rondini attraversano i mari, i salmoni risalgono le correnti, i beluga puntano l’estremo nord, migliaia e migliaia di chilometri, fame e fatica spronati da un unico scopo… e ora sto scoprendo che può capitare anche agli uomini.
«Sto migrando» dico.
«Sta emigrando? In Nuova Zelanda?»
«No. Sto migrando… se può farlo un moai di trenta tonnellate, figuriamoci io!»
A quanto pare il tipo non ha il senso dell’umorismo. Si schiarisce la gola con disappunto,   guardando l’isola farsi sempre più piccola dietro l’oblò. «Comunque non credo si tratti di Rapa Nui, più probabilmente è solo Tahiti» bofonchia, contento di aver rotto l’incantesimo.
«Spero che arrivi anche per lei la stagione della muta» mi congratulo, sorridendo tranquillo.
Di riflesso l’uomo raddrizza le spalle, stringe il nodo della cravatta come se gli abiti di sartoria fossero in grado di rinsaldare la sua identità, poi contrariato nasconde lo sguardo nel mondo artificioso della sua patinata rivista.


Quando atterriamo ho giusto il tempo di cambiare terminal e in meno di un’ora l’aereo della Jetstar Airways mi porta da Auckland a Wellington. Sfinito salto sul primo taxi a disposizione, lasciando la scelta dell’albergo all’autista. Chiamo il servizio in camera e ordino birra e sandwich che mangio sdraiato nella vasca, naturalmente non prima di aver affidato alle onde dell’etere il mio SOS: Wellington!
Mi sveglia il mio proprio starnuto. L’acqua della vasca è diventata fredda, la schiuma si è sciolta e sul fondo giace la bottiglia vuota della birra. L’etichetta si è staccata e galleggia da qualche parte sopra il mio ventre, esibendo la scritta ”Epic” in provocanti lettere rosse. Per qualche istanti mi trastullo con l’illusione romantica di una missiva, arrotolata stretta e spinta con amore in fondo al vetro ambrato. Il messaggio in effetti c’è, naturalmente non nella bottiglia, solo che stavolta la scintilla di gioia viene soffocata da un poco gradevole senso di sconcerto. Fisso perplesso l’incomprensibile garbuglio di lettere, chiedendomi se Mizuki avesse esagerato con i drink oppure qualche qualche tempesta elettromagnetica si fosse divertita a incasinare il mio cellulare.
Indosso l’ultimo cambio di vestiti puliti che scovo nella valigia ed esco per un caffè, ma sopratutto in cerca di illuminazione.
Il caffè non è quello a cui sono abituato, però la fetta del tradizionale dolce ”Pavlova” chiamato così in onore della ballerina russa Anna Pavlova e consigliatomi  vivamente dalla cameriera, mi fa tornare di buonumore. Mi gusto deliziato la meringa farcita di soffice crema e guarnita con polpa freschissima del frutto della passione, poi mi decido e quando la ragazza torna per sparecchiare il tavolo, le mostro l’assurdo SMS che recita esattamente:
Tetaumatawhakatangihangakoauaotamateaurehaeaturipukapihimaungahoronukupokaiwhenuaakitanarahu!
Involontariamente stringo i denti in attesa di una risata, ma la ragazza non si scompone affatto. «E’ una località nella Hawke’s bay, a circa duecento chilometri da qui. La chiamano semplicemente Taumata e in realtà è famosa solo per il fatto di essere entrata nei Giunness dei primati come il toponimo più lungo del mondo.»
Non ho nemmeno il tempo di dirle di tenere il resto che sono già in strada.


Sul pullman che attraversa l’isola in direzione nord-est, faccio amicizia con una giovane coppia in viaggio verso la penisola di Coromandel. Intendono passare qualche giorno di vacanza a Whitianga famosa per il vicino Hot water beach dove due ore prima e dopo la bassa marea, scavando un buco sulla spiaggia si può fare il bagno nelle caldissime acque termali che sgorgano direttamente dalla sabbia. Incuriositi mi fanno domande sulla vita in Italia ed Elis, una cordiale e sorridente biondina, con orgoglio mi racconta che la Nuova Zelanda, uno dei paesi più liberali del mondo, è stato il primo ad ottenere il diritto di voto femminile nonché ad avere le tre principali posizioni governative occupate da donne. Il suo compagno Hare, un ragazzo robusto e abbronzato, mi informa divertito che solo 5% della popolazione neozelandese è umana. E il resto? Il resto sono pecore, una cinquantina di milioni anche se un tempo erano quasi il doppio.  Hare mi consiglia di scendere nella cittadina agricola di Waipukurau e poi cercare di arrangiarmi in autostop. Così mi ritrovo ad alzare il pollice per strada per la prima volta nella mia vita e questa azione che pochi giorni prima avrei trovato rischiosa e deplorevole, ora non solo non mi disturba, ma persino mi diverte. Così mi trovo a percorrere il Porangahau Road a bordo di un camioncino carico di cassette di frutta e verdura e guidato da un’esuberante signora sessantenne che si presenta subito come missis Mitchell e prima si scaricarmi all’incrocio con Wimbledon Road riesce a fornirmi una traduzione piuttosto intricata del lunghissimo toponimo che significherebbe qualcosa come: la cima della collina, dove Tamatea, l’uomo con le grandi ginocchia, che scivolò giù, poi salì su e ingoiò le montagne, il mangiatore di terre, suonò il proprio flauto per la sua amata.
Trovo il secondo passaggio sul bordo di un furgone DHL e a sentire Tipene, l’autista coperto di tatuaggi tribali, il guerriero Tamatea non suonava affatto per la sua amata, bensì addolorato dalla morte del fratello caduto durante la battaglia sulla collina. Se c’è un punto in cui le versioni di missis Mitchell e Tipene concordano, quello è l’uso virtuoso del  koauau, il piccolo flauto maori cui magico suono agisce come potentissimo richiamo d’amore, non a caso la leggenda racconta che proprio con il suo koauau Tutanekai era riuscito a convincere Hinemoa ad attraversare a nuoto il lago Rotorua per congiungersi con lui. A questo punto Tipene si schiarisce la gola e intona un canto maori:

«Tuhi tuhi taku reta
tuku atu taku ringi
kia kite tou ivi
raru raru ana e
E hine e
hoku mai ra
ka mate ahau
i te aroha e…»

Poi s’impegna a tradurre per me:

«Ho scritto la mia lettera
ho inviato il mio anello
così le persone possono vedere
che sono turbato
Oh ragazza
ritorna da me
altrimenti morirò
a causa del mio amore per te…»

Il furgone mi lascia davanti ad un cartello stradale lungo svariati metri che riporta esattamente il testo dell’ultimo SMS di Mizuki. Sia missis Mitchell che Tipene mi hanno avvertito che Taumata Hill fa parte di una proprietà privata, ma scavalco lo stesso la malandata recinzione di filo spinato e mi incammino su per la collina. Giunto in cima, con un sospiro di sollievo mi lascio andare sull’erba.

L’odore di terra e foglie umide, il ronzio degli insetti e il cielo di un blu terso e fresco mi riportano al paese di mia nonna o forse è l’odore di sterco secco di pecora, non lo so, il fatto è che d’improvviso, a 20 000 chilometri dall’Italia mi sento a casa, spensierato e in pace come un bambino.

Mentre sto giocherellando con un fiorellino, quasi senza rendermene conto inizio a fischiettare la melodia sentita da Tipene:
«Ragazza, ragazza, ritorna da me…» canticchio e non sento nemmeno i passi, me la ritrovo semplicemente seduta accanto. Intravedo di sfuggita un lembo della sua maglietta azzurra e  le consunti scarpe da tennis sotto i jeans scampanati, ma timoroso non muovo un muscolo per non farla sparire come una visione.
«Ciao» dice Mizuki sorridendo. Stavolta non c’è traccia di trucco sul suo viso e i cappelli, neri e lucenti, sono raccolti in una semplice coda di cavallo.
«Ciao» rispondo. Ho una voglia pazza di prenderla fra le braccia, ma riesco a dire soltanto: «Sei riuscita a rintracciare la tazza?»
«La tazza?»
«La preziosa tazza raku degli Ashikaga, Youko me ne ha parlato.»
«Ah, ma certo, figurati! Ricordi Tameyoshi, il nipote? Era stato lui a prenderla. Non l’aveva rubato, voleva semplicemente attirare l’attenzione di suo nonno. Mi è bastato parlargli, l’ha restituita quella stessa notte.»

«Allora perché sei partita?»
«Perché tu ne avevi bisogno.»

Ha fatto il giro del mondo per me?
Ho attraversato la terra per lei!
Tendo il braccio e la stringo a me. Carezzata dal flauto del vento, l’erba sussurra dolcemente.

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