Un viaggio dentro al cuore

di Alessio Grasso

Un biglietto di sola andata per l’Asia

 

Dire che l’Oriente affascina tutti coloro che hanno bisogno di un recupero emotivo, quella tanto famosa “fuga spirituale” capace di salvare l’anima dal disordine interiore , è come dire che l’acqua sia trasparente, che il colore giallo rossastro delle foglie appena morte riporta alla dolce malinconia dell’autunno, che quando un cane ci assale al ritorno dal lavoro significa che ci stia dicendo “Quanto mi sei mancato…!!”

Tutti, o quasi tutti, rincorrono lunghi viaggi per cercare di rincorrere se stessi. La società occidentale, l’obbligo di ricoprire la figura della sagoma dello schiavo presso il sistema porta chiunque, prima o poi, a fare i conti con il debito d’ossigeno che porta il volto della libertà.

“Oh come sarebbe bello mollare tutto per un po’ di pace…” oppure “Ma se mi concedessi il privilegio di assaporare il coraggio di esplorare un luogo dove l’assenza del tutto regna sovrana, potrei capire come fare a meno del mio i-Phone e della necessità di relazionarmi attraverso i social network…”. Insomma, ad ognuno una scelta per cercare di capire qualcosa! Si chiama condizione umana, Kundera sottolineava questa inclinazione come “Insostenibile leggerezza dell’essere”, tutto ciò che prima o poi ci porta a ricercare qualcosa rispetto a quello che si ha, soprattutto oggi dove l’isolamento emotivo rinchiuso dentro telefonini e social networks appende l’uomo al filo dell’equilibrio precario: nessuno sguardo filtrato tra le frequenze che si lanciano libere nell’etere, nessun sorriso regalato ad uno sconosciuto, nessuna voglia di andare oltre un’apparenza, uno stile, un linguaggio… Cerchiamo somiglianze per apparire più belli, quanto basta forse per sentire che il mondo non è lontano e, soprattutto, non è perfetto!
Una piccola caratteristica che non mi ha mai rappresentato completamente: ovvero, sono nato e cresciuto in un’Italia telematica e costruita sui modelli pre-impostati, ma ciò nonostante ho sempre cercato di allontanare gli stereotipi dei linguaggi comuni per tentare almeno di comprendere meglio il fenomeno della “ricchezza nella diversità”. Così ho cominciato lentamente ad esplorare cuori, emozioni, culture e filosofie, e di quest’ultime ho da subito evidenziato quelle più ambite, le più cliccate, le più famose, le più spirituali, tanto da ritrovarmi presto sopraffatto dalle motivazioni che spingevano molti individui ad aggrapparsi al buddhismo, alla cura del karma, a cercare di essere perfetti per affrontare al meglio il fenomeno della reincarnazione… Non posso negare che il fascino delle storie che riguardano in particolar modo l’Asia ha colorato la mia spinta a saperne sempre di più, ma con un piccolo appunto nel cuore: esplorare parte di quelle perle sparse nell’Oceano Indiano solamente quando il mio spirito non sentiva la necessità di chiedere di più! Praticamente l’opposto di ciò che spinge gran parte dei viaggiatori zaino in spalla per la Grande Esplorazione. Ma ciò non per snobbare la banalità, ma perché volevo vedere con occhi lucidi e ben spolverati ciò che incorniciava una vita che sicuramente sarebbe stata l’opposto della mia, senza dover ricorrere alla vista di un bambino che mangiava in un secchione d’un mercato di Mumbai per sentirmi fortunato del mio piatto di spaghetti alla carbonara!
Così, colmo di un amore appena ritrovato, una schiera di sorelle che ci sono ormai da anni, e pieno di un orgoglio che rappresentava quella che la mia vita era stata fino a quel momento, decisi di preparare un grosso zaino ed avventurarmi…

India del Sud

Destinazione: India del Sud! Precisamente Goa, e da lì qualsiasi slancio emotivo mi avrebbe condotto dappertutto, visto che il mio biglietto era di sola andata! Da qualche parte lessi “La parte più difficile d’un viaggio è decidere di partire, il resto viene da se…” e sinceramente non posso dare torto a chi scrisse ciò, perché quando vogliamo intraprendere un viaggio temporeggiamo, ingrandiamo di giorno in giorno la volontà di partire, ma il momento sembra essere sempre inadeguato, o per motivi tecnici, od economici, o di pura fantasia… Io avevo appena ritrovato un sentimento molto grande che aveva, precedentemente, incontrato degli ostacoli molto grandi, ma dentro di me ho pensato “ Se è vero amore, questo saprà aspettare…” Insieme a questo aspetto che racchiudeva milioni di sensazioni, ce ne stavano altri a farmi compagnia: le emozioni belle di un grande viaggio partono prima dell’intrapresa del viaggio stesso, e a me tenevano caldo nei momenti in cui sentivo freddo per la paura di ciò che stavo affrontando.

Ma la data arrivò, e su quell’aereo ci salì stracolmo d’incertezza proprio perché non ero spinto da motivazioni ben precise, ma solo da un aspetto alla “Alice in Wonderland”… Curiosità e tanta confusione.
Il viaggio fu lungo: 27 ore di travaglio prima di raggiungere la destinazione, tra un lungo scalo negli Emirati Arabi ( dove già si poteva avvertire la consapevolezza di un continente assai diverso non solo per i costumi, ma soprattutto per la diversificazione dei sessi: check-in per gli uomini a destra, check-in per le donne a sinistra! ) ed un altro nello Sri Lanka, arrivai a destinazione. Appena mi trovai fuori dall’aeroporto di Dabolim, rimasi fermo per alcuni interminabili secondi, fino a quando mi resi conto che, addirittura, stavo lentamente indietreggiando verso la porta scorrevole… Rumori, clacson, grida, un insieme di fracasso che, a primo impatto, mi spaventò a non finire, ma sapevo che dovevo prendere in mano la situazione solo con me stesso, quindi adocchiai il taxi-driver che mi ispirava più fiducia e salì sopra un furgoncino sgangherato assuefatto dal disordine e, già da li, da una visione sociale assai degradata!

Tutti noi che uscivamo da li avevamo perso la tipica fisionomia dell’essere umano ed avevamo assunto quella del dollaro, dell’euro e così via. Soldi con le gambe! Ed i loro occhi, già grandi per natura, si spalancavano sempre di più, arrivando a fare “la lotta” per accaparrarsi un cliente che, a sua volta, poteva essere aggredito con la più totale benevolenza per garantirsi una corsa in automobile!
Beh, io avevo scelto il mio, e non appena ci siamo allontanati dal contesto aeroportuale, cominciammo a parlare, e nel contempo venivo assalito da un’altra atmosfera, quella fatta degli odori della terra, dei colori della vegetazione, della pace disordinata, del sole forte ma tiepido, ma soprattutto del mio sorriso stampato sul viso! Una sorta di benessere che sto provando esattamente ora che questi ricordi stanno prendendo luogo! Lui mi chiese se avessi un luogo dove pernottare, e quando scossi la testa per esprimergli la mia totale assenza di tutto, mi chiese che se mi fossi affidato a lui, mi avrebbe condotto in un posto semplice ma pieno d’energia!

Non so spiegarlo bene a parole, ma è come se qualsiasi struttura di raccomandazione che mi era stata data prima di partire avrebbe preso il volo per ritornare indietro… La mia anima si sentiva completamente protetta, assuefatta da sensazioni di calma, come se fossi già stato li senza ricordarlo! Mi ritrovai così a Candolim, un piccolo villaggio di quarantotto Indiani dove esiste ancora il baratto, dove per entrare devi conoscere tutti gli abitanti, dove veramente la semplicità prendeva il posto dello sfarzo di qualsiasi guest-house sparsa in Occidente! Conobbi la famiglia che mi avrebbe garantito una stanza per tutto il soggiorno, e circondato da palme da cocco, da famiglie del posto, da cani e bambini, decisi di rimanere! E qui arriva il bello, una cosa che non mi era mai capitato di fare prima in nessun altro posto: svuotare lo zaino e riporre tutto in quel piccolo armadio, senza titubare, senza avvertire la necessità di capire prima se il luogo o l’atmosfera mi sarebbero piaciuti! La mia anima si era fatta leggera, capace di respirare quell’aria nuova fatta di quei bei volti, di quegli occhi che mi hanno da subito fatto sentire a casa.
La scelta del Sud dell’India non fu casuale: mi piaceva l’idea di vedere una parte di quell’enorme terra dove il turismo ancora non era arrivato con l’intento di demolire l’aspetto rurale e vero del luogo, dove un resort per i Russi era più importante di centinaia di ettari che portava la ricchezza del patrimonio di una Perla secolare. Goa, il Kerala ed il Karnantaka conservano ancora molto delle loro caratteristiche vergini, anche se l’impronta del consumismo sta arrivando a mostrare quello che, non troppo a breve, devasterà la luce che abbaglia la Madre Terra che, almeno fino ad ora, si fa sentire, viva e calda come lei sa essere. E’ prepotente, ti mette con le spalle al muro, e non puoi fare altro che arrenderti, sia alla potenza dei sapori e dei colori, e sia agli enormi cuori che la rendono colma di vita. Io ci misi alcuni giorni prima di capire che l’unico modo di
vivere la mia India era di lasciarmi andare completamente a loro, perché le voci che girano sulla sicurezza del luogo sono infinite.

Nessuna violenza, nessun timore per alcun viaggiatore solitario ! L’unico aspetto è questo: il commercio! Loro cercano in tutti i modi di smerciare ogni cosa, da un sari ad un manufatto in pietra, da una corsa i taxi ad un “massaggio con extra” e, a parte per quest’ultimo ovviamente, la cosa più giusta è saper contrattare… E una volta capito il gioco, il tutto comincia ad essere anche divertente! I miei primi tre giorni li trascorsi da tipico turista, quello che senza planning non sa andare da nessuna parte, ma poi capì che dovevo lasciare che le gambe si muovessero attraverso le percezioni del cuore, perché in India incontri gente ad ogni angolo, e se non hai preconcetti, puoi fare in modo che un semplice viaggio diventi una grande esperienza che, per diventare tale, dev’essere condivisa con le persone del posto!

Con accanto un “mentore” che conobbi sulla spiaggia, cominciai a dedicarmi a ciò che non pensavo nemmeno lontanamente di fare, e cioè il volontariato. Come detto forse già molte volte, la mia anima si è subito aperta non appena ha avvertito certe sensazioni, ed il vedere di quanto possano fare due braccia (e anche una manciata di euro) per loro mi ha subito fatto capire del perché ero li! Le mie lunghe passeggiate per le spiagge di Siquerim, Forte Aguarda, Masher, Anjuna non solo mi facevano sentire l’ebbrezza della bella sinergia fatta dei sorrisi spontanei ,della forza impetuosa del mare, degli odori inconfondibili delle spezie nei tipici mercati addobbati sui marciapiedi e sui margini di grandi costiere ( come la scenografia del più importante di Goa che si trova ad Anjuna), delle grandi piantagioni di spazio, della libera espressione e degli abbracci improvvisi di fratelli sconosciuti, ma anche della necessità di entrare nei villaggi e fare qualcosa, dalla più semplice come aiutarli a sbarazzarsi dell’immondizia all’aiuto umano come il cucinare od aiutarli economicamente!

Mi sentivo di avere un surplus con me, perché la vita lì non costa nulla, ed io mi ero provvisto di ciò che non mi sarebbe mai servito, così portavo ogni giorno con me ciò che sarebbe servito a qualcuno: noi siamo abituati ad entrare nei negozi per acquistare un capo d’abbigliamento e sentirci apparentemente soddisfatti, mentre io mi dicevo “ Non compro vestiti, ma sorrisi…!” Così è stato per un mese, con le storie di quelle anime che non possono fare altro che aprirti l’anima, che portano un sorriso nelle cicatrici, che ti regalano il tempo per chiederti chi sei e da dove vieni senza avere pregiudizi, che ti fanno salire su un motorino per accompagnarti da qualche parte, che ti ricambiano due euro regalati con una forma di protezione quasi filiale. Un insieme di emozioni che mi facevano sentire a casa, tanto che Candolim era diventata una sorta di residenza ( così dicevano i miei amici Javid e Shabir che non volevano affatto che il giorno del ritorno in patria fosse mai arrivato…).


Come poter trascrivere gli odori ed i suoni tra le righe inesistenti di uno spazio bianco ed immacolato? La mia prima, meravigliosa esperienza con la tipica situazione indiana rinomata in tutto il mondo, ossia quella del mercato, è arrivata improvvisamente! La parola ”improvvisamente” credo che sia come una melodia per i viaggiatori che si trovano ad esplorarla: improvvisamente racchiude una serie d’immagini di bellezza che non ti aspetti, un contatto con la verità che non conosce preparazione, che non ti permette di sapere come sarà un gusto o una sensazione, perché tutto arriva estemporaneamente, e tutto ciò che puoi fare è arrenderti alla dura forza del colpo della protezione!

Ero diretto ad Arambol, una località che negli anni ’60 era la tipica meta degli hippy, che chiunque si trovava a visitare ne rimaneva affascinato, tanto che molti non hanno saputo abbandonare la sinergia che colorava il suo nome ( non posso assolutamente screditare tale leggenda, perché è un luogo pieno di carattere e di costumi ed usi locali, che ti dà la possibilità di evadere dalla confusione attraverso alcuni chilometri percorribili a piedi per raggiungere la costa di altre due piccole perle, Mandrem o Morjim…).

Era anche la mia prima esperienza con i mezzi di trasporto locale! In India non esistono fermate degli autobus, passano alla rinfusa stracolmi di gente che si appende addirittura fuori dalle porte, e tu per prenotare una fermata non devi fare altro che buttarti per strada e pregare il proprio Dio di non lasciarci la pelle: la guida per gli indiani è un momento di pura ebrezza ed un modo per fare chiasso, tanto chiasso!! Ne presi uno, e non ebbi nemmeno il tempo di chiedergli se era diretto verso la destinazione che io avevo prescelto di visitare: quando il conducente si è fermato, il “controllore” mi ha afferrato per il braccio e… mi sono trovato in una specie di furgoncino Volkswagen con dentro un centinaio di persone ammassate. Dentro di me, una vocina bianca e positiva mi diceva: “Non preoccuparti, magari non arriverai a destinazione, ma sarai sempre in India e non in Pakistan…” L’ autobus arrivò, dopo circa un’oretta di strada sterrata, ad un capolinea, scesi e… mi trovai assediato nei paraggi di un mercato gigante, talmente grande che sembrava un piccolo paese in una grande città! Era il famosissimo mercato di Mapusa, città più grande della parte settentrionale di Goa.

Un trionfo di colori, tessuti, lenzuola ricamate e spezie che mi conducevano nel mezzo della confusione come un sonnambulo si ritrova a fare di notte in preda al tormento che un Morfeo dispettoso gli regala durante sogni d’incanto!

Un’ esperienza indimenticabile, soprattutto con le venditrici che ti tirano per le braccia per cercare di abbattere la concorrenza vicina, e con la consapevolezza che, di fronte ad ogni commerciante, nella maggior parte delle volte, ne esci sconfitto ( o vincente, dipende dai punti di vista ovviamente…) perché non puoi andartene a mani vuote… guardare è lecito, non comprare incredibilmente illecito! Ma ricordo tante risate, tanti scorci di miseria, e l’aiuto di un ragazzo del posto che mi condusse in un luogo per cercare di cambiare una banconota troppo alta per la compravendita di un oggetto. Quando si è diretti verso un mercato (cosa che assolutamente non sapevo io…) bisogna sempre essere provvisti di tagli piccoli di rupie, altrimenti non solo le lancette del tempo scorrono per “ l’atto di compravendita”, ma anche per il cambio. Lui risolse il mio “problema” in cambio di una birra, quattro chiacchiere e lo scatto di un ricordo fotografico a 32 denti.


Sfinito per tutta l’energia consumata in quella lunga ed assolata mattinata, decisi di trascorrere il resto del pomeriggio e di godermi un tramonto a cinque stelle a Calangute, una lunga spiaggia anch’essa un tempo meta dei pellegrini hippy alla spudorata ricerca della libertà. Se si vuole stare a contatto con il turismo indiano, questo posto è il luogo che fa per tutti! Una lunga distesa di sari sulla sabbia e dentro l’acqua, una sorta di rave naturistico dove l’unica droga sono le risate, i saluti, le fotografie e la gioia di condividere l’ilarità del mare insieme! Devo confidare che proprio li partirono le mie prime lacrime, perché credo di non avere mai visto prima di quel momento tanta gioia per il semplice fatto di stare liberi all’aria aperta, per un popolo che la parola “libertà” acquista un valore assai particolare e più restrittivo del nostro significato.

Ma loro se ne stanno li, coinvolgendoti per fare un bagno insieme, offrendoti un sorso di birra direttamente dalla loro bottiglia, salutandoti e sorridendoti. Tutto quello che per me è stato “il sorso in più”, quello che avrei conservato e condiviso con la mia vita una volta giunto di nuovo in patria. Fu esattamente dopo quella giornata che misi in borsa il taccuino del planning e mi sono lasciato andare per i luoghi, consigliato anche dal loro spirito libero di vivere alla giornata. Decisi così che, la mattina dopo che i miei occhi avrebbero filtrato il primo raggio di sole che penetrava tra i ricami verdi della mia tenda , avrei fatto colazione con uno dei favolosi lassi (frullati di frutta con latte e yoghurt), avrei scritto le emozioni ed avrei scelto dove, e con chi, avrei proseguito il resto del dono del giorno. Ed ogni volta che avevo bisogno di un po’ d’intimità lontano dalla curiosità del popolo, raggiungevo la punta di Fort Aguarda, un forte costruito dai portoghesi le cui rovine sono circondate da un fossato e da dove, sulla sua estremità, si può godere di un panorama sorprendente: la forza inebriante del mare arabico, la melodia policroma del vento e la possibilità di un’apparente solitudine mi concedevano la possibilità di sentire nostalgie, emozioni e ricordi, da scrivere e da ricordare solamente. Mi sedevo e cominciavo ad ascoltare ogni meravigliosa forma di silenzio, il meticoloso silenzio che racchiude il senso del tutto! Proprio una sera, in stanza, stavo leggendo un libro che m’era stato regalato prima della partenza “Un giorno questo dolore ti sarà utile”, mentre all’improvviso alzai la testa dolcemente scosso: erano lunghi minuti che mi trovavo in silenzio! Dio mio il vero silenzio nella notte, e chi l’aveva mai sentito così fino in fondo senza avere il bisogno di ricorrere ad un mp3 o chissà a cos’altro!! Li mi alzai inebriato, e feci una cosa: ruppi le cuffiette del mio apparecchio melodico tascabile, le gettai nel cestino e scattai una foto di quell’azione, per dimostrare a me e chiunque che la vera melodia dell’India è conservata nello spirito movimentato della società, ed anche in molti momenti in cui il silenzio
prende il sopravvento.

Un’ emozione che spero chiunque riesca a vivere prima o poi, dappertutto! A seguire di una grande emozione, quando ti accorgi di capirne il senso e da dove e come può nascere, chiunque può essere certo che dopo ne arriverà un’altra, ed un’altra ancora… una dietro l’altra, perché l’essenza di un’emozione nasce dall’essenziale, dal rumore della pioggia quando cade ad una foglia che decide di farsi morire per librarsi libera al vento, da un passante che gratuitamente ti regala un sorriso ad una melodia senza tempo. E così sono arrivati tutti i “personaggi principali” del mio viaggio, e soprattutto Artemisia, un’anziana donna con un marito a carico che soffriva di Alzheimer, cattolica doc con un grande spirito di forza. La incontrai quando dovetti presentarmi a tutti gli abitanti di Candolim, e quando arrivò il suo turno, lei mi strinse le mani, chiuse gli occhi e, riaprendoli, mi disse che sentiva la mia bontà e la mia energia solidale, e mi fece entrare a casa sua. Lì conobbi il degrado economico e sanitario, e non posso nascondere che, a primo impatto, credetti di aver preso ogni forma di malattia infettiva facilmente trasmissibile! Ma la sua energia era più grande, tanto che il giorno dopo passai a salutarla, e scoprimmo presto una cosa: la nostra affinità elettiva! Perché Artemisia, nonostante anziana e disperata, conservava un sarcasmo ed una potenza nell’anima ineguagliabili, talmente grandi che sopraffacevano anche me!

E’ lei la mia punta di diamante indiano. Quella luce che porto dentro giorno dopo giorno, alla quale ho lasciato tutto quello che avevo, che non era nemmeno un centesimo di quello che lei aveva lasciato a me!

Come posso scordare gli occhi negli occhi, ridenti e lucidi, di quando strizzavamo insieme nel secchio gli stracci per fare le pulizie domestiche, e di quando cenammo con la famiglia al completo dove le risate rappresentavano il ringraziamento alla vita, nonostante questa ha fatto il possibile per fargli credere il contrario, privandoli della salute e di ciò che può portare alla gemma della serenità. Ma loro sorridevano, loro andavano avanti… loro sapevano che vivere era alla lunga più difficile del semplice respirare! E’ a loro, a Lei che devo di più!


Un viaggio che non aspettavo assolutamente di vivere, tanto che non lo sentivo strettamente un viaggio, ma più come una possibilità di vedere un mio ulteriore alter-ego, ciò che potevo essere e ciò che potevo portare soprattutto con me! E per questo devo dire grazie a tutti quei sorrisi che mi hanno fatto sentire protetto, per il coraggio attribuitomi da Stefan ( quello che chiamavo precedentemente mentore…) per affrontare certi tipi di situazioni, dal vedere un orfanotrofio malridotto ad un bambino che mangiava ad un angolo un po’ di spazzatura insieme ad alcuni cani randagi ed un bue, dalle storie delle donne che portano cicatrici indelebili di maltrattamenti lontani dal pudore ai bambini costretti a fare viaggi chilometrici per affrontare la pena della prostituzione, dalla lussureggiante ricchezza di alcuni angoli di Mumbai che contornano la bassa società di milioni di famiglie rinchiuse in baraccopoli, e da noi stessi viaggiatori che ci apprestiamo a fare i “pellegrini del mondo” e che ci rinchiudiamo in ristoranti colmi di charme per vedere fuori individui piegati in due dalla fame… e che diciamo “Mi dispiace…”

Un mix di sensazioni che facevo trapelare in emozioni di lacrime durante le notti solitarie, dove alcuni cani, l’immensità del cielo e le navi mercantili che trasformavano l’infinito del mare in una linea che sembrava facesse galleggiare le stelle cadenti mi tenevano compagnia fino a quando, ogni volta, la mia anima appagata si alzava dalla spiaggia per rivolgere un “Grazie astratto” al caldo vento che, magari, sarebbe stato in grado di trasportare il semplice messaggio a tutti, a tutti quelli che mi stavano insegnando che dal nulla, dal fango, dall’assenza e dal sacrificio nascevano i doni interiori più belli, le forme di bellezza che l’aspetto della materia non può avere, che nessuno può toccare, perché semplicemente invisibili agli occhi! E credo che tutto questo lo devo alla mia scelta di vedere questa realtà con occhi puliti, senza pregare il bisogno che tale consapevolezza avrebbe saputo portare un senso di spessore e profondità ad una vita apparentemente spezzata dallo sfarzo moderno! Un consiglio che do tutt’ora a chiunque mi chiede dei consigli sul come apprezzare l’India.

Lezione principale: imparare dapprima ad amare ed essere grati di quello che si ha già, perché l’Asia è un insieme d’insegnamenti meravigliosi, ma ricordiamoci che il nostro aspetto Occidentale ci da la possibilità di conoscere quello Orientale, e poche volte accade il contrario, quindi… un buon bagaglio di umiltà prima di partire, e l’esperienza umana sicuramente vedrà una luce fatta di tanti colori da poter rivivere sempre, per sempre!
Per la mia grande “Big Mama” Artemisia, una vecchia donna che era diventata una mamma per me, con la quale adoravo pregare, piangere e ridere delle galline, a Javid e il suo grande spirito d’amore immenso, e a Kletta, una ragazza che, attraverso il sacrificio delle ambizioni adolescenziali, è saputa diventare una giovane donna piena di saggezza… e con il sorriso più bello del mondo! E a qualcuno che scalda le mie giornate, e che se sto amando così passionalmente, è anche grazie a tutti loro! È per l’ amore che volevamo continuare a condividere che ci siamo poi spinti in Indonesia per tre lunghi mesi, mesi in cui ho continuato a vedere la forma della verità più bella, la forma d’amore più grande che possa esistere nei confronti di Tutto…
Ero ancora in India quando, d’improvviso ( credo la parola più bella che esista…), un trillo del telefonino mi fece danzare intorno alla più bella forma di felicità: Anthony, quella che nello Stivale chiamiamo dolce metà, era a Dabolim. Insomma, dire che la morsa del cuore può essere sentita attraverso l’esplosione di una felicità è dire l’essenziale!

Corsi subito con un Shabir a prenderlo all’aeroporto, luogo da dove non siamo subito andati via… Esattamente perché dovevamo prendere un volo per Delhi, fare un lungo viaggio con scalo a Singapore e…liberi verso la scoperta dell’arcipelago indonesiano. La sorpresa fu immensa. Ineguagliabile. Straordinaria. Sapeva quanto l’India rappresentasse per me un qualcosa di intimo, come alcuni segreti che ognuno tiene per se, perché prestarli significherebbe annientare un po’ della loro unicità. Così decise che la cosa migliore sarebbe stata che io continuassi a condividere goccia per goccia di quell’esperienza con me stesso, senza contaminare la privatezza di tale spessore nella condivisione che, col suo arrivo estemporaneo, avrebbe portato un po’ di disequilibrio nella bellezza di un vortice di pura serenità. Mi accompagnò però a salutare le mie piccole perle sparse a Candolim che brillavano attraverso delle lacrime d’incredibile gioia, quelle che stanno alla base delle emozioni che non potrebbero fare altro che prendere il sapore dell’immortalità. Perché immortale significa ciò che non verrà mai dimenticato, e che attraverso la condivisione di quegli attimi, ognuno potrebbe vivere dappertutto, in ogni parte, nel fascino del mondo.
Misi subito così, alla rinfusa, quel piccolo armadio nel mio zaino con lo sguardo vigile e sereno di Anthony, mentre le lacrime scorrevano sul volto mischiandosi per formare un gusto lisergico che racchiudeva le più sfumate e policrome sensazioni dell’anima: Oh Visnu, ma che diamine stava accadendo nella mia vita!! Corremmo subito verso il luogo da dove tutto ebbe inizio, e da dove pensavo che tutto avrebbe trovato il suo epilogo, ma mi rendevo lentamente conto che, invece di tornare indietro, stavo per percorrere alcune migliaia di chilometri per proseguire avanti, rincorrendo l’infinito dello spazio che non ha mai fine. E soprattutto, al mio fianco c’era l’Amore.

Sono esattamente quegli attimi dove ti rendi conto di fare dei viaggi non solo fisici, ma spirituali, perché li fai dentro al cuore che riconosci perché senti il sapore del sangue che, per ebollizione dei fermenti di elettricità, ti arriva dritto in gola e non puoi fare a meno riconoscerti, di vederti, di sentirti.

Il sapore dell’India non mi abbandonava, ce l’avevo addosso e questo mi dava la spinta di credere che lì avrei trovato un prosieguo di quello che io chiamavo “romanzo” fatto di un susseguirsi di occasioni che mi avevano solamente fatto conoscere il più alto senso della protezione, quella che ero certo di trovare anche in Indonesia. Ero reduce dalla lettura del best seller “Eat, pray, love”, dove le immagini di Bali non facevano altro che rievocare una serie d’immagini di bellezza, diapositive di vergine ed austera femminilità racchiuso in uno stile di vita tropicale. Esattamente una specie di possibilità che chiunque poteva darsi per credere che l’Eden potrebbe essere un’opportunità per chiunque. Il fascino rievocato dall’autrice aveva fatto si che quel luogo sarebbe stato un meta, un giorno, che avrei voluto visitare con qualcuno d’importante. Beh, a quanto pare qualcun altro aveva pensato a trasformare un sogno in una possibile realtà.

 


Un viaggio lungo che ci fece capire che era agli antipodi che ci stavamo dirigendo, un luogo ancora più lontano da quello che feci solitariamente a Goa. Prima tappa: Singapore, che potevamo conoscere velocemente dato che lo scalo prevedeva un’attesa lunga quasi due giorni. Ne approfittammo per dare un’occhiata alla plastica modernità di quel luogo. Sin dal principio io ero titubante nel ricevere un’enorme sberla da quella realtà, perché sapevo quanta finzione di vita c’era in quel luogo. E così fu! Una serie di grattacieli, di sfarzosità, di freddezza, di chiusura emotiva, di capriccio umano trasformato in lusso moderno non troppo lontano dalla verità che faceva luccicare la vita di altri atolli di terra sparsi intorno alla Malesia. Rimanemmo di stucco di fronte a tale realtà, che ovviamente descrivo in questo modo dopo il distacco che mi ritrovai a vivere dopo poche ore che avevo abbandonato il grembo dell’essenzialità! Nemmeno pernottammo in alcuna struttura ricettiva, tornammo all’aeroporto dove, giuro, mi sentivo molto meglio. Attendemmo alcune ore e… via dalla luce fasulla dei sogni di plastica!
Bali, aeroporto di Denpasar. Atmosfera più leggera dell’esperienza aeroportuale indiana, ma avvertivo delle similitudini attraverso l’attitudine dei taxi-driver di “aggredire” i turisti per un passaggio, attraverso il colore degli occhi e lo smalto vivo che facevano risplendere i sorrisi. Lì non indietreggiai verso le porte d’ uscita, ma mi diressi direttamente da qualcuno che, a colpo di empatia, avrei scelto per condurci verso un luogo che, questa volta, sapevamo raggiungere, perché Anthony è un pochino più pragmatico di me, e soprattutto è vittima del rinomato “tumore temporale” di alcuni viaggiatori: il jet-lag!

Ci ritrovammo così ad esplorare, già da dentro il taxi, gli effetti sonori ipnotizzatori delle foreste tropicali, il verde scuro degli alberi, il susseguirsi dei templi hindu sparsi ovunque, perché ogni famiglia, a Bali, ha il suo intimo altare dove pregare le proprie Divinità tre volte al giorno. Le teste erano fuori dai finestrini, vittime del dolce vento e della candida atmosfera che era la perfetta continuità di quel viaggio intimo che avevo fatto al rallentatore dentro i cuori indiani. Il taxi si fermò di fronte ad una struttura ricettiva alquanto particolare, perché non si vedevano luci di abitazioni, di stanze, di reception, di nulla.

Questo perché il tutto era immerso nella giungla, un vasto spazio dove erano sparse alcune stanze con entrata privata. Nonostante io odi lo sfarzo e la ricchezza e tutto ciò che lei ha da offrire, li mi resi conto che però, delle volte, essa racchiude anche l’aspetto della perfezione. Immersi in un concerto naturistico dove il gorgoglio dei rospi si alternava a quello delle cicale, e quando questi attaccavano a duettare insieme, tutto ciò che potevi fare era rimanere a bocca aperta, chiudere gli occhi, ed immaginare che il suono della pace dei sensi era racchiuso in quelle note melodiche. Rimanemmo in quel complesso di perfezione per tre giorni, esplorando le tipiche mete turistiche che non erano molto lontane da noi: Kuta, Kerobokan, Legian e Sanur, un insieme di disastro ambientale dove il fabbisogno di lusso proveniente dall’Australia ha degenerato la bellezza di un posto che ancora conservava alcune piccole fette di verginità, ma che la mania del surf (tipico sport della parte Sud di Bali) ha fatto prevalere sull’importanza della Madre Terra.

Un insieme di centri commerciali, McDonalds, BurgerKing e banche, tutte sparse per bendare chiunque dalla possibilità di vedere la bellezza nuda e cruda. Perché il turismo è fatto così, s’insedia e trasforma e distrugge e modifica ogni cosa, e rimane sempre nello stesso luogo perché un turista si sente meno lontano da casa solo quando ne vede altri nei paraggi, e così si ha la chance di non comunicare con la gente del posto, ma solo condividere il perché si è li, perché si ha scelto quella struttura ricettiva, e soprattutto perché l’abbronzatura di uno è più dorata dell’abbronzatura dell’altro!! Dato che a noi non piace essere vittime del consumismo di massa, decidemmo di disertare da quella mancata possibilità di vedere la vera Bali, e ci spingemmo così verso Ubud, quella descritta nel romanzo “Eat, pray, love”, e che volevo vivere per cercare quelle meravigliose similitudini di cui l’autrice decantava nella sua esperienza di vita. E qui, la delusione, non arrivò mai!
Arrivati ad Ubud respirammo subito un’aria diversa, fatta della natura, dell’arte e dei costumi del luogo. E scegliemmo come struttura ricettiva un piccolo complesso alberghiero fatto di quattro piccole guest house, dove il proprietario, Gusti, ci accolse con un calore incommensurabile. Appena arrivati eravamo stati travolti da una tempesta di fiori, di petali color rosa, d’odore d’incenso, di una musica costante emanata dalla picchiettatura di uno xilofono di bambù ( Gamelan music), da colori di abiti che spiccavano di vita ( loro indossano una specie di pareo chiamato “Sarong”, che considerano sacro ed obbligatorio per pregare all’interno dei templi induisti, obbligo ovviamente da seguire anche dai turisti!) e da continui saluti e sorrisi, un continuo spruzzo di vita e gioia regalata gratuitamente.

Come molti sanno Bali è l’unica isola dell’arcipelago a conservare l’aspetto della religione induista, che da la possibilità di vedere come loro, credendo che tutto abbia uno spirito, parlino con i fiori, con gli uccelli, alcuni addirittura con i fiumi, perché in ogni forma di vita c’è da dire e dare qualcosa, un lago può costudire un segreto che sta li per tutti da un tempo indeterminato, e l’Amore è la risposta per una vita fatta di sogni, sacrifici, stelle e cicatrici. Assai più positivista dell’India per l’aspetto politeistico della loro forma di vivere, ma anche assai più ricca e divertente per il turismo che gli ha dato una mano nel credere che il sorriso sia la miglior arma per guadagnarsi da vivere nella forma più innocua ed intelligente che ci sia: l’ospitalità! E’ imbarazzante vedere come la gente del luogo voglia quasi coccolarti e farti credere che i colori dei fiori possano spannare gli occhi occidentali colmi di umidità moderna, che un “Heeeeelllloooo…” regalato da uno sconosciuto sia l’arma migliore per combattere la solitudine e la lunaticheria, e che la preghiera debba essere fatta nei confronti di ogni cosa, liberamente e come si vuole, perché nel cibo è racchiusa la forza, nel sonno il riposo, e nei sorrisi la solidarietà del popolo che si riconosce nelle diversità fatte di similitudini quotidiane. E’ sempre stata questa caratteristica ad allontanarmi dalla preghiera a da ogni forma di congettura ecclesiastica, proprio per l’insegnamento che seguire un rosario sia il dovere di colui che crede, di colui che ambisce al Paradiso, di colui che, solamente attraverso la recita a memoria del Credo, si può definire Umile e Grato nei confronti di tutto.

Ed io mi chiedevo sempre: “Ma scusa, uno che si commuove di fronte ad un tramonto, uno che se ne sta di fronte al mare e segue il suono ed il movimento delle onde, uno che si trova a gemere per la bontà di un pezzo di pane appena sfornato, uno che si trova di fronte ad un fiore e lo accudisce per cercare di risanare la sua bellezza… è Ingrato della vita? “ Beh, le mie risposte le ho trovate proprio qui: mangiando, amando e pregando alla Madre Terra si ottiene ugualmente un posto, in prima o seconda fila, in Paradiso! Proprio lì scrissi una piccola “bibbia” (come in India), una sorta di diario dove annotavo tutte le sensazioni sotto forma di racconti narrativi e prose, tutti insieme a riempire il bianco confidenziale ed amicale d’un quaderno e dove, in un particolare momento ad Ubud, scrissi questo che condivido con voi:
“Fuori dalla linea del tempo, dal suo trambusto che ci rende lentamente sempre più indifferenti dal nucleo delle emozioni, ci ritroviamo in un piccolo bozzolo di terra, e con i nostri vestiti preferiti ce ne stiamo a cantare il silenzio che vogliamo condividere con il nostro Tutto. Annientati dai sensi della magnificenza naturale, Anthony è concentrato a scattare diapositive di ogni piccolo ritaglio capace di trasportarci, in un futuro qualunque, in quest’oasi di bellezza che non potremo mai finire di ringraziare: di terrazzamenti di riso che risplendono di verde cangiante, di aironi che sorvolano le nostre teste durante questo tramonto incantevole! Davanti a noi, la Terra nuda, cruda, viva, inerme, incontaminata, colma di speranza , fatta di se stessa e di coloro che hanno la fortuna di conquistare attraverso il quotidiano.

Uno dei tramonti dagli occhi più seducenti, uno degli abbracci Divini dalle mani più levigate, una sensazione indescrivibile, sublime, che conserva nel suo embrione il miracoloso dono dell’eterno! Un insieme di fascino e verginità da scavare nella Natura, nelle Donne e nei puerili ed infiniti sorrisi dei cani e dei bambini!”
E da Ubud è continuata l’esplorazione: Lovina, situata al nord dell’isola, dove la caratteristica principale è conservata nelle fattorie sulle spiagge. Grezza e vera, situata alle pendici di uno dei vulcani più grandi ed
attivi dell’Indonesia, il Monte Agung, fa si che l’acqua sembri una condensa di lava, e regala, a chi sa osservare col cuore, uno degli spettacoli vespertini più belli che si possano ammirare. Poi Amed, situata sulla punta della costa Est, è arida, completamente l’opposto dell’aspetto tropicale che rappresenta una grande fetta dell’isola. Desertica e lavica anch’essa, dona al mare un colore blu intenso che imbarazza la scala dei valori della policromia, dove si ha la possibilità di vedere la bellezza della fauna acquatica attraverso la pratica più diffusa del luogo, ossia il diving: templi nei fondali incontaminati resi vivi dai colori della moltitudine di specie di pesci che si divertono a rincorrersi gli uni dietro gli altri, dalle stelle marine celesti alla barriera corallina incantata.

Poi Munduk che ti riporta all’aspetto selvaggio delle foreste e delle cascate d’acqua cristallina. Le puoi raggiungere attraverso sentieri che si riempiono di carattere attraverso la coltivazione dei fiori di garofano, indispensabili per il commercio di tabacco, ed ovviamente attraverso l’amore del popolo e la loro voglia di salutare i passanti anche se arrampicati sugli alberi come scimmie operose. Che incantevole popolo!

E da Bali è stata la volta di esplorare alcuni piccoli atolli sparsi nel mezzo di uno stretto che separa Bali da Lombok, altra perla dell’arcipelago. Di quegli atolli, il cui complesso è chiamato “Gili Islands”, noi decidemmo di esplorare la più piccola, quella che offriva uno stile di vita alla Robinson Crusoe: Gili Meno. E ci rendemmo subito conto che la parola esplorazione poteva prendere senso solo attraverso l’esplorazione fatta in noi stessi contornati dal nulla, solamente quaranta abitanti, anzi per la precisione quarantuno, visto che entro pochi mesi una piccola donzella avrebbe dato un colore ed un tocco in più a quella vita sedentaria fatta di amache, chitarre, canti sparsi e schiamazzi di galline. Siamo stati travolti dalla virtù dell’ozio, io immergendomi nelle riflessioni, Anthony nella lettura. Ma ogni giorno che passava ci portava davanti sempre la maestosità di Lombok che si presentava talmente gigante, potente, prepotente ed affascinante da trascinarci verso le sue coste. Un tragitto fatto su una barchetta di legno che faceva da sponda tra gli atolli e l’isola, colma di persone e che imbarcava acqua per il movimento irrequieto delle onde… ma raggiungemmo il piccolo porto di Bangsal accolti da qualcuno che, non appena la barca stava attraccando, salì repentinamente per prenderci i bagagli e portarli verso i loro cidomo ( carretti trasportati da piccoli pony, il loro tipico mezzo di trasporto).

Fu in quell’esatto momento che fui travolto dall’India, ma questa volta la sensazione non era di timore, ma di divertimento, perché sapevo del loro perfetto intento di garantirsi qualche rupia attraverso la necessità di trasportare qualche turista. Salutato il piccolo cavallo che avrebbe trasportato per alcuni metri il nostro peso (e quello non indifferente degli zaini, povere creature…), partimmo per una nuova esplorazione, quella fatta di un posto assai più vero, dove la povertà non viene di certo nascosta, sia dall’aspetto sociale, ma anche da loro che ti chiedono dalle magliette agli indumenti intimi! Un’ impatto molto crudo, ma che sapevo affrontare emotivamente visto che l’India non solo mi avere rafforzato, ma anche fatto crescere per trovare l’essenziale nell’assenza di qualcosa che possa darti il più piccolo e minuto aspetto del “benvenuto”!
Potrei dilungarmi (come credo di aver già fatto…) nel descrivere la moltitudine di sensazioni, di paesaggi, di emozioni vissute anche qui, in un’isola dove l’aspetto della policromia dell’Induismo lascia il posto al monoteismo dell’Islam che qui, però, appare più docile nei confronti delle rigide regole che prevedono l’Osservanza di tale inclinazione, in un luogo dove la purezza e la verginità è assai più grande proprio perché il turismo di massa non osa arrivare a decontaminare il carattere di un luogo che si conserva nel nome della verità (non ancora credo, visto la novella apertura di un aeroporto internazionale…).

Come non ringraziare l’aspetto grezzo ed immenso di Kuta Lombok, il carattere tropicale e cristallino di Tetebatu, lo scenario di potenza che offre Sengiggi dove l’Oceano ama infrangersi con violenza sulle coste dell’Isola, regalando allo spettatore quel senso d’invincibilità e potere alla quale tutti noi, spesso, ci aggrappiamo per sentire l’ebbrezza dell’immortalità, assai più grande della fama e della gloria. Un insieme di emozioni che si assemblano perfettamente con il diverso gusto che porta la gente che abita le isole indonesiane, dove passi da un colore all’altro, da una forma di preghiera all’altra, da un sapore ad un gusto nettamente diversi, dove il semplice trascorrere di poche ore ti porta in un luogo che credi sia dall’altre parte di quella fetta di mondo che ti trovi ad esplorare. Un suggerimento di viaggio per chi ama liquefarsi con la ricchezza delle diversità, per chi ama stringere la possibilità di poter cambiare colore per il calore di un cambiamento che, in questi luoghi, è sempre dietro l’angolo.

E noi, in questo pezzo di Vita, ci siamo trovati a condividere una grande forma di sentimento fatta nel rispetto, nell’aspetto dell’esplorazione, nell’umiltà di fermarsi a parlare con chiunque ci fermasse per colmare una propria curiosità (e confesso che delle volte è stremante, perché ad ogni venti passi qualcuno vuole richiamare una piccola attenzione per il piacere di condividere qualsiasi cosa, da un accessorio ad un colore che fa esaltare un indumento che s’indossa…) e nell’ardore che ci porta a stare nella stessa casa, nel colmare dei silenzi, degli sproloqui, delle discussioni… degli aspetti poliedrici che la stessa vita ci porta ad affrontare nel quotidiano e che non ci spaventano.

A volte ci atterranno, delle altre volte ci stimolano, perché vivere in due richiede un piccolo sforzo in più del semplice vivere di se stessi. È troppo semplice non mettersi in discussione con altri spazi ed altre forme di amare, la misantropia può portare a costruire imperi ma, come disse Mannarini, una giovane donna musulmana di Kuta Lombok “Nessuno è qualcuno senza aver bisogno di qualcuno…”, credo che la crescita arrivi nella condivisione di se stessi, nel proprio nido od altri presi in affitto, e il disarmare l’anima attraverso certi tipi d’esperienze ti fa capire quanto puoi dare in più rispetto a quello che già sai di poter dare. Ancora non sappiamo molto, ma sappiamo considerare le ipotesi che si librano leggere e pesanti nell’atmosfera, le differenze che danno il tocco della straordinarietà alla vita, e soprattutto so, sappiamo che quando ci sembrerà allontanarci dalla realtà e dalla verità, ci sono dei luoghi dove non è così difficile riafferrarla dal cuore, perché popoli e ideali come loro sono la verità, non noi… Per sapere che ogni forma di problema equivale al sapore della nostra più grande forma di libertà!

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