Il viaggio della vita

di Daniela Cerchiari

Superare i momenti di difficoltà fantasticando su viaggi e mondi lontani: Pechino, Via della Seta, Sidney e Patagonia

21 febbraio 2006. Non è stato l’inizio di un’avventura attraverso i continenti ma il giorno del mio arresto e del viaggio, lungo, lunghissimo, verso il carcere e il giudizio in tribunale.

Colpevole certamente. Una ragazza di 22 anni, tossicodipendente, sconfortata da quelle solite situazioni famigliari cosi complicate. Un padre e una madre alcolisti che, dopo tanti anni vissuti assieme ai nonni, decidono di fare i genitori, ma non funziona, un papà violento con un giorno si e due no i Carabinieri a casa.

Trovavo conforto nel vivere l’emozione dello sballo per rendere la mia vita piena, per coprire quel vuoto e quell’abbandono che affligge in modo incondizionato la vita di un adolescente.

Fino al giorno del mio arresto, qualcosa scattò nella mia testa, qualcosa che già era presente nella mia vita da sempre ma vissuta in modo poco chiaro, solo istintivo, senza una guida che mi aiutasse a credere in me stessa e nei miei sogni. Ricordo una frase, scritta su un diario, “I sogni non esistono, sono solo desideri inutili”.

Viaggiare, creare, riempire il cuore di sensazioni ed emozioni sempre nuove, trasformarle e renderle utili per gli altri.

Ricordo da piccola, i ritagli di giornale delle fotografie di paesi, delle mappe, di ogni cosa che era al di fuori della solita visione quotidiana, ho sempre saputo di non volere una vita come quella di tante altre persone, ho sempre voluto vivere nell’avventura e nel rischio,ma senza una guida è stata dura trovare la strada giusta.

Il percorso che iniziò appena uscita dal carcere, studiando architettura, appassionandomi alla fotografia e alla pittura e iniziando a guardare il mondo, le persone, la vita, i meccanismi che corrono nella mente delle persone quando si emozionano, provano sentimenti, forti, inutili. Una ricerca infrenabile d’idee e stimoli per riempire quel vuoto. Una corsa senza freni verso lo stare bene, il sentirsi viva, l’avere sempre qualcosa da raccontare e trasmettere a chi mi sta vicino.

È cosi che messi da parte lo sballo della droga per trovarne un altro che è quello della creatività.


Sydney

Il mio primo viaggio fu breve e intenso, interminabili ore di aereo verso Sydney. Da sempre gli aerei mi appassionano, un mezzo affascinante per recarsi in tutti gli angoli del mondo. Appena più convinta di me stessa, iniziavo a vedere il mondo nella sua grandezza.

All’arrivo seguii i consigli turistici, nel tragitto in macchina verso Sydney mi fermai ad ammirare la vallata katoomba, situata nel centro turistico e culturale delle Blue Mountains. A un’altitudine di 1030 m il suo nome è dovuto a una cascata situata nella Valle Jaminson.

Arrivata a Sydney e passata la prima notte, decisi di visitare il simbolo cittadino dell’Opera House, circondato dalla splendida baia dove si staglia imponente l’Harbour Bridge, un via vai di traghetti sovrastati da grattacieli altissimi.

Mi misi a disegnare il landsape, la sensazione di benessere è unica, la libertà che respiri è impagabile.

Darei tutto per rendere ogni giorno come quel giorno, spensierato, libero da ogni peso.

Nei giorni successivi mi recai al quartiere The Gap, bellissima vista mozzafiato sulle alte scogliere che danno sull’Oceano Indiano. Mai vista prima d’ora una spiaggia sull’Oceano, Bondi Beach, frequentata da turisti e surfisti di ogni genere.

Il centro cittadino lo attraversai da Hyde Park fino alla cattedrale St.Mary, dove vi si recò anche il papa. La cattedrale è il centro cattolico più importante, sede vescovile dell’omonima arcidiocesi metropolitana.

Persi diverse ore a schizzare il notes con le sue linee neogotiche. Il mio scopo è allenare la mano al disegno, cosa che nessuno t’insegna, se non la pazienza di provare e riprovare.

Proseguo a piedi verso il Royal Botanic Gardens, uno dei tre giardini botanici più importanti aperto ai visitatori di Sydney, la pedonale Martin Place, via circondata da imponenti palazzi e un giro con la monorotaia di City Center che attraversa i quartieri di China Town, Town Hall e il centro commerciale Queen Victoria Building con un frenetico via vai di uomini d’affari.

Arrivò presto il giorno del rientro a casa, sempre cosi pesante e difficile da accettare. Ciò che conservo sono gli schizzi degli edifici e dei panorami mozzafiato che ho visto, nella speranza di ripartire al più presto possibile per seguire e crescere la mia strada.


Ed ecco che arrivò la malattia di mio padre, carcinoma epatico. Malattia che nonostante il rapporto affettivo seguii fino alla fine.

È li che inizio il mio primo vero viaggio, nei corridoi e nelle stanze dell’ospedale, la sera a fine giornata mi sedevo vicino al letto di mio padre leggendo libri di viaggio, lo guardavo dormire, ricordo la sua espressione sofferente, lo sconforto di una persona che non voleva andasse cosi e forse avrebbe voluto avere ancora del tempo per rimediare ai suoi sbagli. Tutto questo mi diede la creatività per creare e programmare un viaggio da sempre aspirato e sognato.

Il primo libro che lessi fu “Oasi Proibite” di Ella Maillart, viaggio verso l’Estremo e Medio Oriente attraverso le vie della seta, quelle terre cosi affascinanti, diverse, piene di contraddizioni e difficoltà sociali.

Lasciare questo posto, quella sedia comoda, quei servizi sanitari cosi efficienti e tante altre comodità per prendere uno zaino, un sacco a pelo, dei ricambi, macchina fotografica e notes per documentare e partire per queste terre.

Lo scopo è nutrirsi di ambienti, persone incontrate, avvenimenti, panorami, antiche usanze, vie percorse e storie culturali millenarie. Ricomporre il tutto in modo creativo, tramite l’arte, la fotografia, i suoni e i video in un’esperienza emozionante e accessibile a tutti,per riempire, anche solo per poco, quel vuoto che tante altre persone provano.


Pechino

Tutto inizia a Pechino, l’arrivo in aereo nel nuovo aeroporto costruito in occasione delle Olimpiadi del 2008, e il trasferimento in pullman all’ostello, l’impatto immediato con i mezzi di comunicazione che spaccano il minuto, con le file ordinate mentre si aspetta di salire nella metro. La sua atmosfera, la sua grandiosità, i suoi giardini, parchi e palazzi classici, il suo traffico intenso ma ordinato, è tutto cosi affascinante che mi lascia a bocca aperta, mi fa sentire viva, mi riempie il cuore di emozioni, apre la mia mente verso nuovi orizzonti.

Per un attimo la mia mente ritorna al presente, a quella stanza di ospedale e ragiona su ciò che dettiamo nelle nostre case, nelle nostre città, ciò che a volte ci sembra ragione, ma invece è consuetudine di ciò che abbiamo imparato. Aprendo la mente verso nuovi orizzonti cambiano molte cose.

In quel momento entra l’infermiera ed esco nel corridoio guardando la cartina del libro.


Pechino è una città con una planimetria fatta a scacchiera, strade larghe e pulite, piste ciclabili, e a fianco dei parchi e giardini tante nuove costruzioni erette in seguito alla demolizione della Pechino antica, la culla dell’Impero Cinese e delle sue dinastie, creando cosi una città moderna e all’avanguardia.

Lasciato lo zaino in ostello, esco subito, anche se stanchissima del viaggio, voglio recarmi a piazza Tien An-men, la Porta della Pace, la piazza più grande del mondo, 400.000 mq è stata presente alle più importanti manifestazioni della storia moderna della Cina, manifestazioni di protesta contro la firma del Trattato di Versailles, contro le vicissitudini della guerra e la rigidità di questo paese.

Decido di non concentrarmi a scattare la solita foto del Mausoleo del Presidente Mao Zedong, del Palazzo dell’Assemblea Nazionale del Popolo o del Monumento Commemorativo agli Eroi Popolari. Mi siedo a osservare le persone, in questa piazza considerata sacra, un vero e proprio simbolo della Nuova Cina. Fotografo il loro passaggio indicando a chi è più propenso di sorridere, non tutti parlano inglese mi arrangio con la tipica gestualità italiana. Disegno qualche schizzo sul notes e riprendo questa piazza cosi imponente. Ascolto il suo suono, pieno di vitalità, erede di scontri e di un orgoglio patriottico non indifferente.

Ed è su queste note che mi si avvicina un’infermiera dicendomi che si è fatto tardi e il reparto deve chiudere.


Il giorno successivo il mio viaggio continua dal risveglio, una colazione abbondante e il ritorno alla piazza, ogni mattina vi è la cerimonia della Bandiera Nazionale alle prime luci dell’alba, riprendo questo evento, testimone di varie vicissitudini politiche.

Proseguo a piedi per visitare la Città Proibita, detta anche Città Imperiale, una vera e propria città interna a Pechino. Vi accedo attraverso la Porta del Mezzogiorno con sopra l’effige di Mao Zedong, mi travolge l’emozione di attraversare una soglia, un tempo cosi ambita e proibita al popolo. La Città Imperiale è la perfezione e la totalità dell’architettura cinese, costruita sotto le dinastie Ming e Qing,ricca di giardini e templi, con la parte anteriore dedicata alle cerimonie e festeggiamenti e la parte posteriore riservata alle abitazioni dell’Imperatore e suoi addetti.

Colpiscono i colori, il giallo dei tetti e il rosso, scatto poche foto lasciandomi prendere dalle sensazioni nel visitare un posto mai visto, ma sono disturbata dai tanti turisti che come formicai si addentrano nei padiglioni e giardini.

Decido di visitare il Tempio Del Cielo (Tian Tan), alto 38 metri, costruito in legno senza nemmeno un chiodo, come da tradizione cinese. Ogni anno, per tre volte, l’imperatore si recava in questo luogo per pregare il Cielo di concedere un buon raccolto con giuste piogge, per offrire sacrifici e ringraziamenti. Fu bruciato da un fulmine e ricostruito nel 1889 sulla base di vecchi progetti. Nemmeno in questo luogo i sudditi potevano assistere, dovevano chiudersi in casa mentre passava la cerimonia dalla Città Proibita al Tempio.

Le condizioni di mio padre si aggravano nella notte, è arrivato il primo scompenso cardiaco.

Due anni fa, Aminto, perché questo è il suo nome, ha subito un intervento al cuore di cinque bypass e fino ad ora questo è stato l’organo più resistente.

Le infermiere m’informano sulle sue condizioni, mi devo preparare al peggio.


La via della seta

Decido di fare le valigie, e proseguire nel mio viaggio, spostandomi in treno o in bus, ho bisogno di muovermi, di uscire dalle mete turistiche e ripercorrere vecchie strade, sulle quali molti mercanti vi hanno camminato o marciato con cavallo e carretto.

Le emozioni che voglio raccogliere con la mia macchina fotografica sono cambiate, la rabbia di non controllarle e la paura di non saperle gestire mi fanno avventurare in territori meno metropolitani e più storici.

Decido di spostarmi a Dunhuang, situato nella provincia del Gansu, sul bordo del deserto di Taklamaka. Dopo parecchie ore di volo mi ritrovo in una delle innumerevoli tappe sul reticolato delle Vie della Seta, conosciuto come un importante centro sacro buddista e per le famose Grotte di Mogao.

Anche Marco Polo vi fece tappa essendo uno dei centri carovanieri più antichi.

Sapendo dell’esistenza di due rotte,una a nord e una a sud nel deserto di Taklamaka, immagino quanta difficoltà e sacrificio abbiano dovuto sopportare le carovane.

Trovo sollievo e con un respiro mi ritrovo nel corridoio dell’ospedale, con un bicchiere di caffè in mano.

Forse avrei dovuto prendere una camomilla ma le macchinette della distribuzione automatica non ci hanno ancora pensato. Credo dovrebbero aggiungerla negli ospedali.

Uno sguardo al babbo, da oggi nemmeno una parola, solo qualche verso assottigliato dal rumore incessante del ribollire dell’acqua per l’ossigeno.

Ritornando al mio viaggio, decido di fare la visita all’ ntico caravanserraglio; appena oltre l’oasi di Dunhuang si estende il deserto, con le sue dune di sabbia e lo sfondo della catena montuosa.

Ricostruito come nei tempi antichi m’immagino antichi viaggiatori e commercianti mentre riposano prima di intraprendere il viaggio.

Il campo dei cammelli della Battriana si trova più in la e, nonostante non avessi voglia di esperienze turistiche, decido di provare a salire sul dorso del cammello. Riprendo questa camminata tra il deserto e le dune.

Riapro gli occhi con il vento del ventilconvettore dell’ospedale sul viso.

Anche oggi l’infermiera mi manda a casa, nel mio letto confortevole, al sicuro tra le quattro mura.

Una strana sensazione, quella di essere nel posto sbagliato, quella di una mancanza che ancora non riesco a decifrare.

Una telefonata alle sei del mattino, il cellulare tra le lenzuola, sempre al mio fianco in questi mesi.

Ed ecco la corsa all’ospedale, non ho fatto in tempo a salutarlo che se ne era già andato.

Lo guardavo e sembrava mi strizzasse l’occhio per dirmi, come spesso faceva, di trovare la giusta forza, la grinta per andare avanti e realizzare questi sogni. Come se sapesse già tutto e avesse già fatto questo viaggio insieme con me.

Ci volle un po’ di tempo, per continuare gli studi e proseguire il mio percorso.

Ciò a cui mi sono sempre dedicata è la lettura di viaggio, il giusto mezzo per la giusta spinta, per mantenere vivo un sogno e una mente non incastrata dalla quotidianità.

La lettura del libro di Bruce Chatwin “Anatomia dell’irrequietezza” segnò un passaggio importante nella mia vita, diede la conferma ai miei principi e la sicurezza nel percorso che stavo facendo, sia artistico che architettonico.

Questo fino all’arrivo della malattia di mia madre.


Dopo un anno e mezzo mi ritrovo di nuovo tra ospedale e casa.

Di nuovo emozioni molto forti, non volute e ancora una volta il viaggio mi accompagna. I libri, le immagini, internet e le esperienze di un viaggio reale e allo stesso tempo immaginario.

Il rapporto con mia madre è stato sempre freddo e distaccato, credo che lei non sapesse nemmeno quanto fosse importante per me tutto questo, il mio mestiere, i miei studi.

Ma una mamma è sempre una mamma e nonostante tutto la malattia avvicina, non è passato più un giorno senza vederci, senza che io seguissi il suo decorso, la aiutassi in tutte le cose.

Già dalla mattina mi preparavo a fare di tutto per rendere il più normale possibile le giornate, nonostante il carattere forte di mia madre i vizi l’hanno ammaliata per numerosi anni, abbandonando le sue passioni, il disegno, i viaggi, per una monotonia distruttiva che l’ha portata fino alla malattia.

Ed eccomi qui, seduta su una sedia della cucina di fronte e mia madre, raccontandole e organizzando un viaggio insieme dopo aver sconfitto la malattia.

Prendemmo l’atlante e insieme alle letture di Chatwin decidemmo per la Patagonia.


Patagonia

Mi ritrovo in aereo, assieme a mia madre, ci attendono diverse ore di volo ed è l’occasione giusta per convincerla a non fumare.

All’arrivo a Buenos Aires è la prima cosa che fa.

Ma subito siamo distratte da questa Capitale, nonché città più grande dell’Argentina, con un porto tra i più importanti del continente. Famosa per il tango ma anche per il disagio sociale, la povertà, gli argentini che si lamentano dei peruviani e viceversa, la forte immigrazione Spagnola e Italiana.

Sentiamo di essere arrivate in una città tipica del Sud, ma se noi ci lamentiamo dei rumori, qui c è di peggio. Clacson a tutta forza, poliziotti e persone che gridano a gran voce, ambulanze e via vai incessante.

Decidiamo di recarci alla Plaza de Mayo, ovvero Piazza di Maggio, il cuore pulsante della città. Assunse questo nome nel 1810, quando la dominazione Spagnola venne sconfitta e si dichiarò l’indipendenza Argentina.

Con la guida in mano spiego a mia madre l’architettura dei due edifici situati nella piazza, la casa Rosada, eclettica sede centrale del potere esecutivo e del Presidente della Repubblica Argentina, chiamata cosi per il suo colore rosato in facciata, e la catedral metropolitana, costruita in forma conica nel 1979 e dedicata a San Sebastiano.

Ci metto tutto il mio impegno a trasmettere e far capire il mio Amore per l’architettura.

Ci ritroviamo sul tavolo della cucina a parlare come mai abbiamo fatto, il mio desiderio è di farle capire che la ragazza tossicodipendente che le ha tolto la fiducia ha lasciato lo spazio a una donna piena di ambizione e decisa nella sua strada.

Ma mentre guardiamo le foto della guida, ci ritroviamo nei quartieri poveri, nei racconti dei desaparecidos, un fenomeno, dove molti giovani venivano torturati e fatti sparire con l’accusa infondata di simpatizzare per la sinistra, considerata terrorismo.

C’è molta sofferenza, repressione militare, poca igiene, sopratutto nelle perrillas, ristoranti, dove puoi vedere le vacche appese al muro con schizzi di sangue ovunque, furti e frodi dovuti alla povertà.

Eppure il sorriso e l’accoglienza lo trovi sempre, anche nell’autista della jeep che ci porterà in Patagonia.

Complice di averci raccontato numerosi aneddoti su questa terra, stiamo per affrontare molte ore di viaggio, intense e stancanti.

Ma è arrivata l’ora di riposarsi, metto a letto mia mamma e vado a dormire, oggi abbiamo passato una bellissima giornata, stava bene e siamo riuscite a fare una passeggiata in centro, ci siamo fermate su una panchina e per un attimo abbiamo visto tutto questo realizzabile in tempi brevi.


Ma mi sbagliavo, forse stavo solo sognando, quando alle due di notte mi ritrovo in pronto soccorso in codice rosso. Infezione polmonare e con il tumore all’esofago non è uno scherzo.

La mattina successiva il cortisone ha fatto effetto, decido di comprare il giornale e le parole crociate in modo che la permanenza in ospedale si accorci il più possibile.

Il nostro viaggio continua da El Calafate, cittadina della Patagonia Meridionale, provincia di Santa Cruz, si affaccia sull’immenso lago Argentino e su un territorio ancora pianeggiante.

Questo territorio è pieno di desolate steppe, dove la fauna è costituita da struzzi, aquile e guanachi. Addentrandosi rimangono gli unici esseri che riempiono spazi solitari e a volte malinconici, ma lasciano spazio a una sensazione unica di libertà e appagamento con la natura.

Ci dirigiamo verso il Parco Naturale los Glaciares, Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO per le sue caratteristiche naturali, il nome deriva dalla gigantesca calotta glaciale della Cordigliera delle Ande, comprende il lago Argentino e include l’unico ghiacciaio in fase di espansione, il Perito Moreno.

Ci fermiamo in un punto panoramico per osservare il ghiacciaio che ci lascia stupefatte, decidiamo quindi di entrare nel parco pagando 100 pesos a testa, avvicinandoci ai punti panoramici sottostanti. Camminiamo su una passerella lunghissima e ci sentiamo cosi libere, un tutt’uno con la natura, un silenzio che fa bene e non più male.

Quel silenzio che si ripresenta nella stanza dell’ospedale, in quella stessa stanza dove avevano messo mio padre nell’ultima settimana.

Cosa che mia madre notò e fece scendere in caduta libera le condizioni, l’umore e le speranze.

Sono passati tre giorni da quel momento, tre giorni interminabili in cui ti senti preparato a tutto, ma nello stesso momento speri che la morte arrivi il più tardi possibile.

Quando si presentò io ero lì, al suo fianco, a salutarla per l’ultima volta, promettendole che un giorno realizzerò tutto questo.

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