Uccelli migratori volano a Sud

di Alessandro Cancian

Migrare a Sud per ritrovare l’amore perduto

Mi scuso se i ricordi non sono nitidi.
Mi scuso se le parole a volte scivolano via ripetitive; ma è nel mio cuore che risiede questa voce, e vuole parlare solo di emozioni, sensazioni, tracce di memoria seppellite tra terra e cielo, tra nuvole e mare, tra paesaggi spogliati con gli occhi o rarefatti e solo immaginati.
Perchè me la ricordo bene quella sensazione. Vero?!
Sì. La ricordo bene, stampata sul retro di un’altra memoria. Lo senti il vento che scivola via veloce dagli occhi, quasi a farli lacrimare. Ah, e tenere vigile lo sguardo in uno sforzo di concentrazione naturale: quando la sobrietà del volare s’inzuppa di libertà, leggerezza d’animo, un respiro sospeso, e meglio di così non riesco a dire. Ma che t’importa … solo le cose che s’aggrappano all’anima rimangono anche dopo la morte.
E’ una verità, ma è troppo presto per svelarla.
L’aria che taglia il respiro a far librare il cuore; e te lo ricordi il sole che inciampa nella sua luce brillante, galoppando sopra altre nuvole, solcandole con l’armonia di una canzone e modellando forme nuove, mai viste?!
E poi che dire della vorticosa speranza aggrovigliata in testa e vedere cosa mai si celasse oltre quell’orizzonte disegnato a mano libera. Ho ragione a scusarmi, perchè spesso si dimenticano le origini, la nostra impronta, la nascita di quel piccolo nucleo che pulsa oltre il tempo. Le mille voci che ho in testa, mi scuso se non riesco a mettere  ordine ai miei pensieri, a dargli una fila regolare, una fila che sa aspettare la notte, il calare della luce, in un altra forma di tranquillità, un altra forma di silenzio.
Lo so … Lo so…
Poiché volare è sempre stato un esercizio a cui non servivano molte parole, ed ogni rumore s’arrendeva prima ancora di nascere, nascondendo con timidezza tutto il suo impeto, abbassando il capo, rispettoso del solenne silenzio che aleggiava negli strati più alti del cielo. Noi volavamo in alto, sì, più in alto di tutti, e sotto a noi stava il mondo ed i sospiri degli altri esseri viventi … ma sopra solo altri centimetri di cielo, uno dopo l’altro fino a giungere all’infinito o quello che più gli si avvicinava.
Non saprei descriverlo meglio, lo ammetto!


Quei giorni. Le mie ali danzavano ad un ritmo costante, tenevano la rotta giusta, il ritmo costante, l’armonia perfetta. E davanti a me, in testa allo stormo in una coda tutta nera di piume se ne distingueva una al centro, bianca, solo una, che smorzava l’aria impavida di quella giornata di mezzo sole d’autunno. Penna Bianca puntava avanti a sé in un espressione di calma e pacatezza, ascoltando cosa il cielo andasse a reclamare. A quella quota nessuno otre noi poteva volare, nessun predatore a fremere i nervi.
Già, era proprio in quei momenti che volare diventava il piacere migliore.
Puoi dirlo forte!
E poi te lo ricordi  come ogni autunno le nostre ali s’aprivano per andare verso sud, verso i mari caldi, verso un gioco di speranze che faceva brillare i nostri cuori?!
Ma ecco che ad ogni desiderio si contrapponeva quella perenne solitudine tutta mia, quel passato gravido di lacrime, di adii, di incomprensioni. Come ogni anno i miei pensieri si mescolavano con la malinconia di ciò che prima ero stato, perchè io me lo ricordavo bene da dove venivo, ne portavo i segni, nonostante tutto, nonostante le ali, le piume, il becco, tutto il resto.
Lo so, mi ripeto. Lo so.
Le coste fredde del Pacifico gettavano in mare ricordi sgualciti, ricordi di altre partenze, di altre sciagure; quando, giovane pilota di un Nakajima B5N, lasciai la terra natia per non toccarla mai più con i piedi, solcando un cielo cobalto per finire contro qualche sconosciuta portaerei nemica. Fiamme, oblio, morte.
Ingiuria! Ingiuria!
E nel petto tanto onore, tanta gloria, tanto odio, ed il tutto che si gonfiava nell’inutilità del tempo. Dannazione! Come hai potuto, mi dicevo! Come hai potuto!
Ogni prospettiva poggiava stanca sull’altra e come tante piccole diapositive vicine, rivedevo gli anni vissuti in discesa, le mie giornate pascolate nell’egoismo di un uomo distante dalla vita e dall’amore: quegli stessi valori che oggi riconoscevo come indissolubili. Poi tutto passava, un baleno di panna cancellava quelle immagini e mi ritrovavo a volare alla destra dello stormo, accanto a Penna Bianca, ala contro ala, con gli uccelli variopinti dell’iride, in uno stesso esercito ordinato, ma diverso in fondo; senza divisa o medaglie, senza armi o nemici, ma non per questo un esercito meno valoroso.
Penna Bianca volava in testa a tutti, mirando al sole che nel frattempo nasceva venendoci incontro. Oh, oh che bellezza!


Direzione sud-est irregolare, e noi uccelli migratori sembravamo una flotta di aerei da combattimento, come quelli nell’alba del 7 dicembre. Avevamo trapassato i primi strati di nuvole, sentendo la carica umida sulle nostre piume, una coltre acida ci avvolgeva come un abbraccio scomodo. In quegli istanti la vista lasciava spazio ad un senso dell’orientamento più naturale, basato su una fiducia del tutto nuova, la fiducia del compagno che avevamo accanto, la fiducia del fratello d’armi, del fratello di volo.
Sì, ti sento compagno mio, ti sento e mi fido!
Volavamo ad occhi chiusi, sentendo solamente il sibilo dell’aria mossa dall’ala accanto, compatti, vicini, sembravamo una cosa sola che danzava tra le nuvole.
La baia di Hiroshima si presentava spettrale in quella coltre indefinita di fumi, d’un aria qualche grammo più pesante. La città dormiva ancora, si tirava su le coperte, non voleva proprio saperne di respirare la prima boccata del mattino. La sentivamo nei polmoni quella macchia color pece, come se tutti i peccati dell’uomo gravassero solo sul paesaggio circostante, anziché sulla memoria piegata di ciò che era stato prima di tutto quel caos atomico. Erano passati tanti anni, in fondo. E nonostante la testa si fosse rialzata incontrando ancora lo sguardo del sole, il tempo rallentava, frenava la sua esuberanza scottato dentro dalla follia di chi non conosceva vergogna.
Già. io non me lo ricordavo mica, sai … forse ancora troppo perso negli strati più rarefatti del karma o della vita, eppure mi chiedevo se mai gli altri compagni uccelli potessero avere dentro il loro cuore i miei stessi presentimenti. Dubito, chissà.
Ripeto, erano passati anni, eppure quella normalità di chi come me conosceva la baia prima del big-bang, era svanita. Un paesaggio troppo lontano dai ricordi, il tutto sfumato male dalla mano d’un pittore inesperto, opaco nel centro sbagliato, sfocato nei dettagli più importanti: dentro di me ero ormai conscio che non avrei mai più lambito quelle coste nostalgiche e melanconiche. Né a piedi, né volando sopra i cieli.


Le isole del pacifico ci attendevano, il lesto pellegrinaggio iniziava sempre come un rito celebrativo. Le inclinazioni della luna, gli umori dei venti, i cicli delle piogge.
Il più anziano dello stormo chiamava in adunata tutti i presenti. Quello lì con l’aria imponente, ma allo stesso tempo stanca, lo vedi?! Ah, già eccolo. Inconfondibile.
Il molo di Hiroshima era ancora deserto e il solo verso stridente degli altri uccelli bastava per capire che quello sarebbe stato un giorno solenne. L’anziano osservava tutti con attenzione muovendo passi incerti, lenti, ciondolanti di un pennuto che non gradisce troppo camminare. Di tanto in tanto planava su un gruppetto, raschiava via ogni indecisione trasformandola in rispetto assoluto, ed i più giovani abbassavano il capo tenendosi in disparte, ai margini del gruppo.
Un generale d’armata. Un pluridecorato.
Le battaglie correvano lungo i suoi occhi. Battaglie di vita senza sangue.
Il rito durava qualche minuto, eppure sembravano attimi interminabili, nel quale il tempo si prendeva una pausa da tutti noi, lasciandoci smarriti nel pathos e in un attesa livida di solennità, di sospensione. Alcuni muovevano il becco in cerca dell’ultimo pasto prima della partenza, indagando se su una roccia ci fossero alghe o molluschi commestibili. Il sole sbadigliava la sua preghiera, apriva le braccia schiarendo piano piano le forme, e noi viaggiatori senza valigia ci guardavamo attorno senza muoverci, in attesa di un segnale, in attesa di spiccare il volo e lasciare, alcuni forse per sempre, quelle coste tanto care e tanto maledette.

Perché in fondo quella partenza non significava per forza che ci sarebbe stato un ritorno, chi troppo inesperto o troppo vecchio non avrebbe resistito alla fatica del viaggio; si sarebbe fermato prima, o sarebbe spirato in volo, tuffandosi come un sasso ceruleo dal paradiso dei cieli dentro il gelido oceano del Pacifico.
Era come in battaglia, in fondo ed io la conoscevo bene. La conoscevo bene…
L’uccello anziano aprì le ali, le sventolò per bene. Come un urlo straziante che li usciva dal petto. Rese omaggio alla sua terra, ne calpestò gli ultimi istanti e spiccò il volo con un maestoso salto. Elegante come un principe. Delizioso! Sarebbe stato il suo ultimo viaggio, lui lo sapeva e non ne aveva alcuna paura. Prese il volo e di lì, con un grande balzo, lo seguirono tutti quanti in fila religiosa ognuno lasciando un pensiero diverso sulla terraferma.


Esitai! Già, il cuore non mentiva mai. Esitai un istante, uno solo.
Non per timore o codardia, ma perché sapevo pure io che quelle coste non le avrei mai più riviste. Mica ne ero affranto. Attendevo un cenno dal sole, dall’aria cristallina che mescolava il sale alla brezza marina, aprii pure io le ali deciso a non guardare mai giù, a lasciarmi tutto alle spalle, senza ricordi che potessero farmi esitare una volta di più. Sapevo bene che il mio passato sarebbe tornato, come un flash acrilico che mi saettava per la testa, lo senti, eh?! Una sensazione e basta. Un brivido agrodolce.
Aspettavo solo il momento, quel momento, quello che si riconosce.
Sapevo che sarebbe arrivato. Salimmo verso il cielo, lo cavalcammo con tutte le nostre forze, il vecchio dopo un centinaio di metri si fece da parte rispetto la testa dello stormo, lasciando l’attrito e la resistenza dell’aria a qualcuno con le ali più robuste. Penna Bianca, Sciabola d’Argento, Fischietto, o i giovani temerari al loro primo comando. Scambiavamo spesso le posizioni quando stavamo in salita, e così toccò pure a me, tirare per qualche decina di metri, aggrappandomi al vento ed alle prime pallide nuvole. Raggiunto una certa quota, ci stabilizzammo in una formazione a zig-zag, e sono convinto dal basso, dalla terraferma, potesse sembrare un’onda scura che galleggiava nel cielo. Se in quella baia ci fosse stata ancora Shinoki, avrebbe sorriso.
Sì, lei avrebbe sorriso.


Shinoki accarezzava la piccola testa di un neonato. No, non era il suo. Lei non poteva averne più oramai. Che bella donna era ancora Shinoki, anche con quelle ciocche di capelli bianchi che le scendevano fino alle spalle, fermandosi sfinite a metà schiena. Anche se gli anni le avevano trucidato il viso in segni profondi e marcati, erano gli occhi a brillare, vivaci, ancora giovani; la reggevano dalla memoria dei giorni buoni e di quelli meno buoni. Le mani erano sempre dolci come un tempo; ed il maschietto ancora con le palpebre abbassate si abbandonava quieto alle carezze, come se fossero state quelle di sua madre. Le sottane lunghe le conferivano un aria smunta, stanca, ma era nei movimenti che Shinoki mostrava tutta la sua vitalità. Quella vita era l’unica che poteva ancora vivere, perché lei aveva visto tutto e nella sua mente nemmeno una parola era stata persa o gettata via o dimenticata. Guardava ancora il mare, in quell’autunno che come ogni stagione le richiamava dentro strane impressioni. Sì, ne aveva visti di autunni così, forse era passata più di una vita da quel giorno triste che, io Ishido, persi per sempre lei, la mia Shinoki.
Mai un giorno più senza di lei, mi promisi. Mai più. Eppure lo sapevo, i suoi occhi avevano sempre lo stesso colore, il colore del mare piatto e denso, quello che rigurgita al centro del Pacifico, quello che dorme cullandosi nella propria onda, quello che nessuno può vedere, perchè se solcato da una nave questo si risveglia e ruggisce di ferocia.

Ad ognuno il suo lato segreto, ad ognuno la propria intima solitudine.
Shinoki accudiva i bambini, quei bambini che senza una ragione si ritrovavano soli a vagare nel mondo, a combattere senza guanti, a grattarsi le nocche ad ogni battaglia, a sanguinare lentamente in una piccola pozza di desolazione. Eppure quell’orfanotrofio era una mecca di gioia e di tranquillità, perchè Shinoki era buona, semplice nei modi, il suo cuore sapeva amare meglio di un abbraccio materno, Shinoki era grande, Shinoki era una donna sa sposare.
L’imponenza delle Ande schiacciava un sottile lembo di terra sabbioso in pasto al mare; a vederlo non sembrava che un surreale paradiso, e forse lo era per davvero. Il richiamo della brezza dell’oceano era irresistibile per Shinoki che proprio non poteva star troppo lontano dalla canzone del mare.
A lei era sempre piaciuto il mare, la sabbia, i resti che la quatta corrente portava a riva, come se qualcuno volesse farci sapere quanto dolore l’uomo seminasse durante una vita.
A lei piaceva tutto questo, le passeggiate sulle dune solitarie, quando solo il vento poteva modellare il paesaggio sentendosi padrone della scena.
E quel pomeriggio del nostro ultimo giorno, il vento disegnava il suo umore, lo faceva con un aria fitta che ci trapassava i corpi. Io in divisa stringevo forte Shinoki, perché avevo paura che quel vento beffardo la potesse portar via da me. Sciocco giovane. Minuta e delicata Shinoki, in quel suo grazioso abito color smeraldo. Lo ricordo con la nostalgia dell’amante in lacrime.
Ci sedemmo sulla sabbia asciutta, non c’era nessuno intorno a noi, solo sparuti gabbiani che reclamavano la loro terra, i loro spazi. Il cielo si spezzava in un grido cobalto, le nuvole basse si sarebbero presto dileguate oltre l’orizzonte, il tramonto poggiava la testa su quel cuscino di nuvole. La notte di dicembre prometteva essere serena.


Maledetto me!
Shinoki mi prese la mano decantando il nostro amore, schiarendosi la voce nelle parole più importanti mai finora udite.
«Vorrei avere un bambino, Ishido! Lo sai, mi piacerebbe tanto…»
Ed io giovane cadetto annuii col cuore che mi pulsava dalla radiosa felicità.
La ricordo ancora oggi quella sensazione, come se nella pelle si cristallizzasse un’istante di magia, la magia che hanno solo due persone che si amano.
«E poi vorrei che crescesse forte e bello come te. E vorrei anche che vedesse il mare, questo mare!»
Non riuscivo a pronunciare alcuna parola quanto l’emozione mi soffocasse la gola.
Le lacrime silenziose, quelle invisibili alla vista, mi scendevano lungo il viso e poi giù per tutto il corpo. Un brivido di naturalezza copriva il volto di Shinoki, ma né io né lei potevamo sapere che in fondo in quella notte ogni nostro sogno sarebbe precipitato in mare. Nella cabina angusta di un Nakajima B5N.
La presi in braccio; lei non se l’aspettava mica. Saldo nella mia presa corsi, sicuro e coraggioso per quelle dune faticose da superare, sentendo nelle gambe l’acido che pulsava intermittente, sentendo nei piedi nudi la sabbia ruvida e nel cuore una gioia che solo un innamorato conosce.
E poi più nulla … un velo bianco imprigionava i miei ricordi; mi ritrovavo di nuovo nella mia modesta realtà, fatta di nuvole, di cieli talvolta tersi, talvolta pigri, di attraversate verso la calda terra del sud, di solitudine. Tanta solitudine.


Sì. Mi ci voleva un po’ per riprendermi, ed il vociare secco di Fischietto mi fece trasalire dai quei pensieri. fluorescenti Allora planavo con dolcezza, in una discesa svelta e disarmonica, in ritardo rispetto allo stormo, sempre qualche metro indietro.
A gruppetti, gli uccelli s’appartavano in gruppo, ai bordi di una piccola isola a sud della nostra città natia: si pulivano il becco strofinandoselo lungo il petto ancora leggermente umido, o chi come Sciabola d’Argento cercava del cibo nei sottili fili di terra insulare che coloravano quel mare timidamente bluastro.

Gli sguardi a volte si fermavano un attimo, l’uno dentro l’altro, come a scoprire l’immensa densità di quell’iride, ma nessun gesto d’intesa si delineava in quelle espressioni assenti. In fondo, altro non ero che un pensatore nel corpo di un uccello migratore, altro non mi restava che accettare quella mia natura, eppure man mano che la notte avanzava, i ricordi di ciò che ero stato si facevano più limpidi, più chiari, per poi svanire in un altro baleno, forse per sempre, trascinati via da quello stesso vento che ora mi accarezzava il piumaggio.
Avrebbero continuato verso sud, seguendo le rotte di altri navigatori esperti, di chi in passato aveva  piegato le onde dell’oceano in cerca di risposte, ricchezze o avventure.
Ma io, distante, oramai ripensavo come fosse simile la sorte di tutti gli esseri viventi, di come la cupidigia dei cuori non fosse solo un fatto puramente umano, ma che in realtà s’incuneasse nella natura selvaggia della vita. Vedevo la foga, il fervore col quale alcuni giovani dal sottile becco alabastro si azzuffassero per qualche pezzo di cibo, o la forza e l’impeto col quale portassero avanti una questione di onore, di fedeltà, d’orgoglio: emozioni che non avrei mai pensato di ritrovare ancora, di ritrovare fin su nei cieli d’argento, a qualche gradino dal paradiso.

E poi in fondo altro non ero che un solitario, uno dei tanti,  perché quando certi pensieri ti tagliano la mente non puoi essere altro che un dannato solitario che vola sopra le nuvole, la cui pancia ne lambisce gli strati più soffici, il cui sguardo punta l’azzurro vivace del cielo, e senza mai voltarsi indietro raggiunge il sole, la sua vera meta, la sua unica ragione.


A Shinoki piaceva giocare con i fiori, con i loro petali, con le loro forme. Decorava i suoi capelli all’epoca ancora di un bel corvino acceso, ne faceva dei piccoli mazzetti che poi infilava in quella chioma pece; e non c’era vento alcuno che potesse scompigliare la minuscola scultura. Mi chiamava con la sua voce allegra, ne sentivi ogni pezzetto di felicità, quella che viene dallo splendore degli occhi, da un cuore aperto, dalle mani che si spingono in avanti con impazienza fanciullesca, pronti per afferrare qualcosa e tenerselo per sempre.

Mi ricordo il suo bacio appassionato e quelle timide labbra rosa pallido, spesso senza espressione, se non per lanciarsi in uno dei suoi sorrisi a cuore aperto. E quell’indole forte e delicata che nascondeva ad intermittenza sotto uno sguardo ricurvo, che rimbalzava dal cielo alla terra.
Amava la vita Shinoki, ed anche dopo tutto questo aggrovigliarsi di ricordi, in quel villaggio sulle Ande assieme ai suoi figli preferiti, metteva in pratica le lezioni che dall’agrodolce della vita aveva imparato. No, Shinoki non si era sposata mai, perché non aveva mica senso fare una cosa così quando s’incontra e poi si prede l’amore di una vita. Shinoki era sempre stata troppo onesta verso i propri sentimenti, ed io giovane Ishido, ne ero il nucleo caldo, quella forza che la faceva andare avanti tra solitudine e ricordo, tra un mare d’inverno spoglio e il gracidare eccentrico degli uccelli a primavera.

Aveva lasciato Hiroshima subito dopo la notizia della mia morte, aveva abbandonato quelle coste senza nostalgia o sgomento, senza il groppo in gola del rimpianto; mai più il mio corpo vide, incastrato in una carcassa d’aereo, o perso nel mare tra cenere e metallo, sabbia e petrolio. Perchè quando perdi una parte di te stessa, il resto cade nel vuoto, ogni posto, ogni luogo smarrisce la propria identità, poiché non è mai dove si è o dove si va, ma con chi si vuole stare, per un istante solo per tutta una vita intera.
Le tenevo la mano, io giovane sciocco cadetto, innamorato tanto dell’amore quanto della spada; e quei pomeriggi di fine estate erano la nostra platonica luna di miele da amanti. Dovevo esser stato un bell’uomo, almeno in quella divisa verdastra zeppa di tasche, perchè nello sguardo di Shinoki scintillava un baleno di luce argentea, e mi ci rispecchiavo nei suoi occhi, rivedendo il mare nel quale abbandonarsi era una dolce estasi. Ho pochi altri ricordi di quei momenti, ricordi fisici intendo. In quel tragico mio trapasso, in questa metamorfosi dolorosa, la memoria si sofferma sulle sensazioni, e quelle sono forti da cancellare, graffiano il cuore, lo incidono come in una sadica maledizione sotto gli occhi di una rovesciata luna piena.
Ma io lo sapevo. Già.

La vedevo muoversi, Shinoki. E lei che adorava passare le giornate in una cucina povera di pentole ed ingredienti, di arnesi e di cose dolci, ma pur sempre ricolma d’amore. Cucinava tutto il giorno per i suoi bambini e quando non lo faceva la potevi vedere intenta a giocare con loro, a raccontare qualche antica favola sulle origini dell’Impero, e donare ogni sua goccia di vita a quei tanti piccoli occhi spauriti che la guardavano con adorazione e rispetto. A fatica si faceva dare una mano da qualche ragazza più giovane, quelle di solito più sfortunate, cresciute da sempre lì, senza una famiglia vera o in prestito. Dopotutto, quella era la loro famiglia, una di quelle numerose, ove ci sono tanti fratelli e sorelle, maggiori, minori, dispettosi, adorabili, giocherelloni o timidi. Una famiglia pur sempre speciale, poiché lo sapevano tutti bene: andarsene da quel posto incantato poteva lasciare cicatrici profonde, conoscere il mondo era sì tanto eccitante quanto spaventoso. La vita mordeva le caviglie, e se decidevi di fare quel passo, allora non restava che correre.


Di nuovo da me, ripreso il viaggio, ripreso il solitario migrare verso la quiete.
Volavo immerso in questi pensieri soffici, in pensieri che mi facevano sentire ancora un uomo vivo ed in salute. Lo stormo già prendeva la via dei mari del sud, ma io sapevo che la mia rotta era un’altra. Avevo giorni prima spiato un peschereccio che voltava verso le Hawaii, già quelle isole maledette ove il mio corpo aveva lasciato la vita.
E malgrado tutto sapevo che quella sarebbe stata la mia seconda occasione.
Il riscatto.
Sarei volato dai lei, sarei volato da Shinoki, in un passaggio folle, in un viaggio impossibile, fantasioso, irrealistico.
La mia fuga, il mio karma buono.
Progettavo nella mia testa un piano che forse m’aveva sempre gironzolato intorno, una missione che sapevo mia fin dal primo giorno cui ero rinato con le piume e le ali da uccello, ma con la stessa passione per volare.
Poichè volare era una malattia, la mia. Un impeto che nasceva da dentro, che gonfiava il petto, l’anima o che ne so. Una passione che ardeva meglio d’un fuoco, che brillava così tanto da accecare la vista, da coprire lo sguardo con una mano per vagare così a tastoni per la vita. Dimenticando, o forse semplicemente smarrendo le preziose emozioni che l’amore mi regalava, che il tempo con Shinoki, il mare, i baci, le carezze, tutti quei genuini gesti che rendevano la mia vita, la nostra vita, diversa da tutte le altre.
Due passioni così forti, intrise di energia,  non potevano convivere nello stesso animo.
No, Ishido non era abbastanza maturo per controllarle, dosarle con la giusta cautela. Aveva avuto due doni Ishido dalla vita, e non seppe tenerseli stretti, non ne comprese il valore, e se lo fece, ne capì il senso solo alla fine, solo quando la carlinga in fiamme del suo aereo lo abbracciava indissolubile alla morte.
Eppure ci volevo vedere un riscatto da tutto ciò. Stavolta avevo capito.
Potevo volare da lei, e condensare quelle due mie passioni a servizio di un unico scopo. A costo della mia vita, a costo di qualsiasi difficoltà che avrei incontrato. Perchè nessuno aveva mai pensato di attraversare un oceano intero, miglia e miglia di cielo ed onde, in un orizzonte che sapevo distare sempre qualche metro più in là dalla mia meta.
Ed allora mi serviva la guida di quel peschereccio arrugginito: era l’unico modo per attraversare l’oceano, un oceano intero per tornare finalmente da lei.


Che cieco è l’amore, pensai!
Cieco nell’ottusa convinzione, cieco nella sua testardaggine, cieco nelle forze spese, in quelle che manco uno è a conoscenza di avere. La volontà di rivedere quegli occhi, seppur invecchiati, seppur d’un altra epoca, lontani forse da quel bagliore giovanile, lontani da quel ricordo che confuso portavo in testa. Allora volavo sempre più su, a cercare i raggi del sole più caldi, laddove non c’è che il silenzio, la pace, la quiete dentro e fuori. Avevo tutte le energie del mondo, e niente m’avrebbe fermato. Già!
Seguii a vista quella grossa e sgraziata imbarcazione, e in quelle pacate notti mi ci posavo sopra a riposare le ali, le meningi, i muscoli e l’impazienza di raggiungere la mia amata, la mia Shinoki.
Trascorsero senza posa quei giorni, tutti uguali, tutti dominati dallo stesso stato d’animo. È buffo come man mano che m’avvicinavo a lei, i ricordi si facessero via via più chiari, nuovi, quasi plasmati sul momento, sull’euforia, sull’incoscienza della mia missione.
Ma tanto io lo sapevo già. Sapevo che un prezzo da pagare ci sarebbe stato. Sapevo che m’avrebbe costato la vita quel viaggio d’amore, sapevo che avrei maledetto ancora di più quel 7 dicembre, quell’alba maledetta, quella base militare, quella Pearl Harbour che aveva condannato non solo me, ufficiale Ishido Hasakawa, ma l’intero popolo mio, un intera generazione, forse un epoca intera, non so!
E quando finalmente le prime lingue di terra si scoprirono ai miei occhi, rividi tutto l’odio, tutto il mio passato arrotolato su se stesso. Sentivo lo stesso squallido fervore, lo stesso pulcioso orgoglio che m’aveva portato ad arruolarmi volontario, arruolarmi un un esercito militare, arruolarmi a combattere un nemico che nemmeno conoscevo.
Allora tante sciocche barzellette mi bucavano la testa, come meteoriti incandescenti di viltà, di menzogna. Ripensavo solo ora, solo ora che rileggevo quella rotta verso le isole del nemico, verso una base piena di grandi giocattoli di metallo, a quanto lontano ero dalla vita che davvero volevo. Non me ne ero accorto, m’era sfuggito qualcosa! Quella stretta cabina, la cloche che tenevo stretta tra le mani, il vetro opaco del mio veicolo, il grigiore che regnava incontrastato … e l’apatia che ogni singolo pezzo emanava con un lezzo silente e rabbioso.
Ora quelle coste erano informi, senza memoria, lontanissime da ciò che mi ero immaginato, lontano da ciò che nell’altra vita ricordavo.
Allora decisi di scendere più da vicino, così per mettere allo prova la memoria, il passato, tutto ciò che di umano mi rimaneva. Provai tanta delusione…
Tutto era mutato, trasformato, travestito sotto delle spoglie moderne, prive di valore alla mia vista. La morte che aveva attraversato quella sottile striscia attorno al mare pareva solo un ricordo da cartolina. Tutto il sangue versato in quelle coste sembrava affondato nelle viscere dell’oceano, tutte le fiamme, il delirio di quell’attacco a sorpresa altro non era che un errore della memoria, qualcosa da tenere lì da qualche parte, ma mai troppo vicino al cuore. Così mentre le persone si muovevano nella loro vita quotidiana, un uccello dal piumaggio variopinto si rialzava in volo, con tanta energia, tante lacrime che ne delineavano la scia. Volai sopra le nuvole più alte, lasciando solamente al sole l’onore di vedermi avanzare.

Buttai di sotto tutto l’odio che avevo dentro, che per anni avevo tenuto al caldo dentro quell’anima per metà umana e per metà no.

Appartenevo ad un’altra epoca, ed anche il nostro amore, quello di Ishido e Shinoki, apparteneva ad un tempo diverso, un tempo migliore forse, un tempo che sapevo riconoscere al primo sguardo. Lei era orgogliosa di me, e lo ripeteva sempre quando vestivo quell’uniforme tutta d’un colore. No, Shinoki non era offuscata dall’odio, non sentiva il grido della battaglia, l’isteria della lotta al nemico, una lotta giusta, sacrosanta, necessaria. Ishido invece credeva a tutto questo, come se gliela avessero conficcata bene in testa quella pallottola scarlatta. Il nostro futuro era in pericolo dicevano con voce grossa i generali, mentre indicando i più giovani chiesero che prospettive volevamo dare ai nostri figli. Le parole ci imprigionavano, ci imbrigliavano in una tela maledetta, e non c’era via di scampo, salvezza, redenzione. M’interrogavo allora su questi pensieri, e mi dicevo che dovevo fare tutto questo per il mio paese, per il futuro nostro, per Shinoki e per il figlio che avremmo avuto.
Ma che futuro avrebbe potuto avere la mia amata senza il suo Ishido?!
No, a questo non c’avevo pensato. C’erano altri modi, c’erano altre soluzioni, altre vie per ritrovare una felicità inzuppata da litri e litri di fango. Ed intanto volavo, volavo lasciando cadere in mare ogni pensiero, finchè ad un certo punto non pensai più, rimasi come intontito in quel mio volo costante, ritmato, avvolto nella sempre più viva speranza di rivedere Shinoki.
E così per giorni volai raso alle nuvole, sentendo la pioggia sotto di me, sentendo le saette, i lampi, gli umori degli strati bassi del cielo. Avevo svuotato tutto, persino quel corpo di uccello dell’iride. Non sentivo nemmeno le ali, poiché la mia ultima metamorfosi si stava compiendo. Giorni e giorni di volo. Non contai né le albe o i tramonti che via via mi passavano agli occhi. E quando la fatica bruciava forte, e l’ossigeno si faceva leggerissimo, allora planavo ad una quota più bassa, tenendo stavolta le nuvole sopra di me, come fanno tutti gli uccelli, come fanno tutti gli esseri viventi. E così sentii davvero la pioggia picchettare pesante sul mio corpo, la sentivo tutta in un respiro solo. Mi stavo consumando, esaurendo, ogni energia perdeva la sua forma. E solo raramente prendevo la via del mare, posandomi con cautela sulla sua superficie, attento ad ogni scossone delle onde, attento e vigile ad ogni movimento intestino di quell’oceano gelido ed incolore.
Persi tante volte la memoria e la percezione della realtà, ma mai e poi smarrii la speranza. Il desiderio di rivedere la terraferma, il calore della sabbia, l’austerità delle montagne, dei sassi, della vista del mare da un altra prospettiva. Volai chiudendo gli occhi, gli occhi ormai ciechi dalla salsedine, da quell’aria acida e salina che mi bruciava sino in gola. E poi quella grassa speranza di rivedere la terra, si spense appena ne calpestai i primi passi; poiché il mio viaggio sarebbe continuato oltre, oltre i monti, le foreste, alla ricerca di Shinoki, alla ricerca di quel suo profumo che man mano sentivo più vicino, sentivo lì, sempre a qualche pezzetto di cielo più avanti.
Arrivo amore mio! Arrivo Shinoki!


Il piccolo Ahoi non dormiva mai. Era un bimbo vispo, con occhi grandi e meticci. Occhi che avevano visto la paura. I suoi 4 anni lo vestivano bene, paffutello nelle guance, nervoso nei movimenti, dall’animo semplice, fragile, dai mille colori.
Era il preferito di Shinoki. Già mi pareva di vederla mentre le passava la mano tra i capelli e lo stingeva forte contro il suo petto, nella speranza che un altra favola lo facesse appisolare.
Era inquieto Ahoi. Il sonno lo rendeva inquieto. La notte, l’oscurità, il buio, la paura di essere lasciato ancora una volta solo. Brutto affare la solitudine, brutto affare se la incontri già così piccolo. Perchè le mani di Ahoi non potevano ancora reggere tutta quella fatica, tutta quella rugiada appiccicosa che cristallizzava la pelle.
Ahoi voleva ancora sentire una storia. Non voleva dormire, né chiudere gli occhi senza sentire forte la sua mano dentro quella di Shinoki. In un modo o nell’altro combattevano la loro diversa solitudine appoggiandosi l’uno all’altra.
Aveva ancora una voce calda, la povera Shinoki.
Le occhiaie le coprivano il viso, pure la stanchezza le si era stampata per bene, come una maschera che non voleva andarsene via.
«Ancora un altra storia, ti prego, ti prego!!!»
Lei non sapeva dire di no al lamento dolce e sincero del piccolo.
Le sorrise con tanta bontà da rovesciare il cuore.
«Te la racconto, sì te la racconto. Attendo Ahoi: questa è una storia che non hai mai sentito prima …»
«Non ci credo, non ci credo! Me le hai raccontate tutte … le conosco tutte!!!»
«No, tesoro mio. Questa non la conosci … non la conosce nessuno. É una storia che sappiamo solo io e te. Ma devi promettermi una cosa, Ahoi …»
«Cosa, cosa …???»
«Ahoi, questa storia dovrai tenerla tutta per te! Non dovrai raccontarla agli altri bambini, dovrai nasconderla bene bene nel tuo cuore. E solo quando incontrerai una persona speciale, ma deve essere speciale davvero, allora potrai donarla a lei.
E lei capirà. E lei ti amerà!»
Ahoi ascoltava con una tensione mai vista. Come se le parole di Shinoki li si fossero stampate nella memoria per sempre. Chissà se era pronto per davvero a tenere al caldo quella storia; non sapeva bene cosa fosse in realtà, ma lo voleva tanto lo stesso. No, non si sarebbe addormentato. Avrebbe ascoltato ogni parola. L’avrebbe promesso a Shinoki, lo avrebbe promesso come atto d’amore.
«Ascolta Ahoi. Questa è una storia che non ha tempo. È una storia che vive nei cuori di chi ha amato tanto e che non vuole dimenticare. È una storia che inizia in una spiaggia deserta, bagnata da un mare gentile. Un mare celeste come gli occhi del cielo. E c’è una ragazza, una bella ragazza che non sapeva più sorridere. Glielo avevano rubato quel sorriso, glielo avevano rubato le persone cattive, quelle che non capiscono il valore delle piccole cose. E lei passeggiava sulla riva del mare. Guardava le sue orme stamparsi sulla sabbia umida, ma le orme sparivano presto ad ogni nuova onda del mare. Allora lei le ricreava, ed il mare continuava a cancellarle. Così.
Passavano le giornate, tristi, senza speranza; finchè un giorno vide un ragazzo…
Non lo aveva mai visto prima, eppure era sempre stato con lei, vicino a lei. Anche lui camminava su e giù, ma non si avvicinava mai alle onde, non voleva lasciare impronte sulla sabbia. Se ne stava distante da tutto, anche a lui le persone cattive avevano rubato il sorriso, le stesse persone che non capivano il valore delle piccole cose. I loro occhi non s’incontrarono subito, perchè avevano ancora troppa paura di svelare quel sole che avevano ciascuno dentro. Così passeggiavano l’uno opposto all’altro, ai due capi del mare, senza mai parlarsi, senza mai sfiorare quelle mani che avevano solo bisogno d’un abbraccio. Poi un giorno come gli altri ma diverso da gli altri, li sorprese un vento burlone, un vento che portava un profumo nuovo nell’aria. Dovettero così ripararsi dalla sabbia che si levava alta alta a coprire gli occhi. E ad un certo punto non si vedeva più niente, però la forza dell’amore li stava facendo avvicinare l’uno all’altra, piano piano … e quando furono molto vicini si guardarono finalmente negli occhi, si videro finalmente e si riconobbero.
Lui aveva sempre cercato lei, e lei aveva sempre cercato lui.
Si sentivano una cosa sola, ora che erano vicini. Ognuno aveva dentro di sé il sorriso dell’altro e così si scambiarono un bacio. Un bacio lungo e appassionato, un bacio che reclamava la vita, le cose belle, quelle piccole, quelle che alcune persone proprio non riuscivano a capire e che non avrebbero mai capito.
Il loro amore è rimasto su quella spiaggia per sempre, il loro amore si stampò sulla sabbia e non ci fu mai nessuna onda che riuscisse a cancellarlo. Nemmeno la guerra, le bombe, le persone cattive, nemmeno il tempo, la lontananza, la malinconia.
Non si persero mai, perché quel giorno sulla spiaggia aveva sancito il loro amore eterno, un amore che nessuno poteva rompere, un amore che sarebbe sopravvissuto alle tempeste … »
La voce di Shinoki si era fatta fioca e flebile, quasi rotta da uno slancio di emozione che fuoriusciva dal cuore; il piccolino dormiva delizioso cullato da quell’armonia, da quell’atmosfera incantata.
«Spero, piccolo Ahoi, che tu abbia la fortuna d’incontrare un amore così. Io l’ho incontrato e ne sono felice!»


Shinoki esausta s’addormentò poco dopo nella sedia a dondolo preferita. Quella a cui piaceva dondolarsi quando la malinconia che rodeva l’anima. La notte aveva ascoltato pallida la sua storia, la storia di Shinoki e Ishido, una storia che nemmeno io ricordavo più, ma fui felice d’ascoltarla assieme a lei ed al piccolo Ahoi.
L’avevo trovata finalmente! Avevo ritrovato l’amore della mia vita, ed avevo ritrovato le origini del nostro amore. In una terra diversa, in un epoca diversa. Ma in fondo aveva ragione Shinoki quando diceva che il nostro amore sarebbe sopravvissuto a tutto.
Stremato, mi posai ai suoi piedi. La finestra era appena aperta, e cercai d’addormentarmi anch’io, d’addormentarmi un ultima volta. Oramai i primi raggi dell’alba nascevano, colorandole di giovinezza il viso, quel viso di fanciulla intatto dopo tanti anni.
Shinoki si svegliò con una strana sensazione addosso, solo ora l’aveva percepita.
Come se accanto a lei giacesse parte di quell’amore che le era stato lontano per molti anni. La stessa sensazione di quelle notti a Hiroshima, stretta stretta contro il petto di Ishido in un dolce sonno.
Aprì gli occhi.
Non c’era nessuno attorno a lei, la sua stanza era vuota, eppure calda d’affetto come se una novella coppia avesse appena consumato l’amore. Sì guardò intorno, agitata nel sentire ancora il calore di Ishido, un calore che mai l’aveva lasciata.
Mi raccolse dal pavimento ansimante, quasi freddo di morte. Sentiva in quell’uccello dai colori un tempo accesi, una presenza che la confortava. Mi sforzai di aprire gli occhi, di incontrare di nuovo i suoi … questa volta per davvero, questa volta non in sogno.
E li ricordavo bene, e il mio cuore sussultò felice!
Ci incontrammo ancora, Ishido e Shinoki, Shinoki ed Ishido.
Fu come quel giorno sulla spiaggia, quel giorno che lei aveva così bene raccontato al piccolo Ahoi. Le riportavo ancora una volta il sorriso, così come lei aveva tenuto bene al caldo il mio. Le sue mani mi presero con cura, e non dissero altro.
«Ishido, amore mio. Mi hai trovato finalmente!»
Mi baciò la fronte. Come se fossi lì in carne ed ossa, come se fossi in piedi davanti a lei, senza ali, becco, e coda.
Fu una bellissima sensazione: ritornare vivo per un istante solo.
Vivo nel profondo, vivo dentro e per sempre. Mi strinse con tutto l’amore che aveva conservato in quegli anni. Mi baciò ancora, e ancora.
«Grazie Ishido!»
Volevo tanto risponderle, ma oramai l’ultimo respiro soffiava fuori di me.
Il tuo amore Shinoki, solo il tuo amore mi ha portato fin qui.
Sento dolore.
Bello da sentire.
Bello ancora.
Oh.

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