Una sfida a colpi di Moleskine

di Silvia Cecchini

Il giro del mondo ripercorrendo i viaggi del passato, i viaggi del presente e quelli del futuro!

 

Qui, davanti al mio piccolo notebook appoggiato sulle ginocchia, occuperò, scrivendo, questo poco tempo che mi resta prima di salire sull’aereo .
Sono Gemma, matura signora (ormai dire vecchia sembra una civetteria) amante dei viaggi. Ovvio che alla mia età è più prudente fare viaggi organizzati, come i miei figli hanno suggerito, e così, di fatti, mi sono sempre comportata, ma questa volta le cose sono andate diversamente.
Mi ero decisa ad una grande spesa, un quasi-giro-del-mondo, un viaggio attraverso il Sud America, l’Australia e l’Estremo Oriente, e per questo mi ero rivolta ad un tour operator che mi aveva sottoposto un programma di tutto rispetto.
Una settimana circa prima della partenza, però, mentre organizzavo già i miei bagagli, mi ritrovai seduta sul letto, davanti al trolley chiuso e ad una valigia semiaperta, con il muso lungo e nessuna voglia di dormire. L’eccitazione del viaggio si era trasformata in ansia senile, e una eventuale decisione di annullare tutto  si dipingeva ai miei occhi come l’inizio del declino.
Respiriamo, pensai: calmiamoci e riflettiamo. Questa ansia non ha motivo e…
“Chi lo dice che non ha motivo?”
Una voce umana – ne aveva tutte le caratteristiche – mi fece sobbalzare sul letto e spalancare gli occhi.
Seduto sul mio trolley, in una posizione a gambe incrociate esattamente speculare alla mia, c’era un uomo vestito di un completo coloniale, come quelli che usavano i viaggiatori all’inizio del secolo, un cappello di panama in testa, e un Moleskine in mano.
“Chatwin!” esclamai, senza pensarci.
“Tz, tz!” fu la sua risposta. “ Chiamami solo spirito: lo spirito dei viaggi passati…”

Convinta già di vivere solo un sogno, e che non ci fosse niente di cui preoccuparsi, saltai anche io sul trolley, immaginando , che so, di poter volare e muovermi a mio piacimento, ma inciampai, e caddi dolorosamente per terra. Sogno o non sogno, quando mi rialzai mi trovai cavallerescamente presa sotto braccio e investita da una gran folata di vento gelido.

Appena il vento si calmò, lasciandomi una vaga vertigine  mi ritrovai in un luogo grigio azzurro, in cui i dettagli delle case e del mare su cui erano affacciate erano decisamente più nitidi dei miei pensieri.
“Lo riconosci?” mi chiese lo spirito. “ Di qui partono le navi per l ‘Antartide.”
“Ushuaya” risposi. “Mi ricordo: ci sono stata, quando ero, piccola….Ma: sono io, quella! Sono con mia madre e mio padre. Sai, spirito, ricordo quando viaggiavo insieme a loro, e ricordo l’apparecchiatura fotografica di mio padre. Ricordo che avrei voluto scattare anche io qualche foto, ma che la massima concessione che potevo strappare era qualche foglio e delle matite colorate.”
Sembrava passato tanto tempo….di fatto, mezzo secolo. Ed ecco che riuscii a sentire mio padre che mi parlava:
“Prima di scattare bisogna osservare, Gemma. Solo osservando e facendo scivolare le immagini dentro di te, potrai capire quale è l’inquadratura migliore e la luce giusta. La pellicola non va sprecata. Tu esercitati, piccola artista, disegna, e vedrai che quando crescerai…”
“Oh, è vissuto abbastanza per vedere come la rivoluzione digitale ha reso inutili i suoi discorsi… Perché sorridi, spirito?”
“Inutili, dici?”
“Certo: adesso si scatta a ripetizione senza timore di sprecare pellicola, e, in quanto all’inquadratura e alla luce, al computer si corregge tutto.”
“Ma guarda bene, dunque: cosa vedi?”
“Vedo il disegno che sto facendo: vedo i colori che non riesco a trovare, tante mai sono le sfumature di rosso e di viola del tramonto davanti a me, e vedo i miei occhi, distesi all’infinito, e….riesco anche a vedere il mio cuore, che si allarga per arrivare a toccare Dio… Hai ragione, spirito: se è l’osservazione che ha prodotto questo, allora i discorsi di mio padre non erano inutili. E ora, che accade, dove andiamo?”
Così dicevo, sentendomi  allontanare dall’aria fresca della Terra del Fuoco e atterrare in una nuvola rosa.
Petali rosa, tutto attorno a me, e un profumo vegetale mi avvolgevano. Alle  mie spalle, la sagoma elegante di un castello orientale.
“E’ il castello di Himeji, Osaka, vero? Mi stai portando nei luoghi che mi furono cari?”
“I ciliegi in fiore sono così stimolanti, per una poetessa in erba, no?”
“E’ vero, spirito, me ne ero dimenticata! Il mio primo Haiku, scritto sul retro di una cartolina. Ma non me lo ricordo più…Eccomi laggiù, lo sto scrivendo, fammi avvicinare, ti prego:

Sotto il ciliegio
Petali sulle mani
Respiro rosa

“Ed eccomi  là che corro, con gli occhi in alto, a vedere quella pioggia fantastica che mi solleticava di rosa…
“Ma come, andiamo già via?”
“Non abbiamo molto tempo, e voglio farti ancora vedere questo, che certo non puoi aver dimenticato …”
Il turbine di petali scomparve, e al suo posto apparve una nube di polvere rossa, alzata dal vento del deserto australiano. Davanti a noi, Uluru, Ayers’ Rock, la casa del tempo dei sogni .

“Mi ricordo, spirito. Questo posto, per noi intoccabile, perché luogo sacro degli aborigeni, è dove la materia di cui sono fatti i sogni è così plasmabile che i bambini possono darle forma e realizzare la loro vita futura.

“Ed era davvero così. L’aria era così densa di colore che riuscivo a tenerla fra le mani e a farne una palla morbida. I miei pensieri vi rimanevano adesi come a formare quei cespugli rotolanti del deserto australiano. E io soffiavo, e li spingevo via, verso la culla di tutte le creazioni.
“Mi ricordo ancora la forma che io, qui, cercai di dare alla mia vita: una forma circolare, come il respiro che occorre per suonare il didjeridoo.”
“E ci sei riuscita?”
“Non so, ora mi sembra che il mio passato sia svanito nelle ombre del ricordo, a forza di guardare sempre avanti, e la forma del cerchio non mi appartiene più…Forse, se avessi ripercorsi i miei passi, qualche volta… Ma, spirito, dove sei?”
Intorno a me, buio. O meglio, un buio rotto dalla luce della radio-sveglia. Ero di nuovo in camera mia, e l’orologio mi indicava che erano trascorsi meno di dieci minuti, da quando era iniziato il mio fantastico viaggio con lo….Mi voltai, per salutarlo, ma accanto a me non vidi più quel dolce personaggio di altri tempi. Invece, nell’esplorare la penombra della mia stanza, vidi, seduta sul mio trolley, un’altra figura: snella, dinamica, in mano una cartellina e una penna, come se fosse pronta a spuntare una lista di nomi e di cose.
“Sì, Gemma, non ti riaddormentare: o meglio, riaddormentati pure, se vuoi, ma i viaggi non sono finiti.”
“Chi sei tu?” le chiesi, anche se cominciavo a farmene un’idea, visto che il “Racconto di Natale “ di Charles Dickens è sempre stata una delle mie novelle favorite.

“Sono lo spirito dei viaggi presenti. Partiamo, ti prego: siamo in ritardo di due minuti e trenta…”

Mi  volse la schiena e mi precedette verso la porta dell’armadio, in cui svanì, risucchiandomi dietro a sé con una assoluta mancanza di coreografia, ben diversa dai turbini e dal vento dello spirito precedente.
Prima ancora di riaprire gli occhi – sì, lo confesso, li avevo chiusi per  paura di sbattere contro qualche parete – sentii un fragore assordante e molte voci umane che parlavano in tutte le lingue.
Davanti a me, lo spettacolo di Iguazu. Oh sì: una delle mete programmate dal mio viaggio. In mano, la mia macchina digitale attraverso cui godermi lo spettacolo. Ma… e l’osservazione, di cui mi aveva parlato poco fa mio padre? Come si fa a “godersi uno spettacolo” quando si guarda attraverso un obiettivo? Ma in quello star lì, senza far niente, attorniata da turisti che “devono” fotografare, mi era così difficile osservare, e sentire…
“Andiamo via, spirito!” chiesi, impaziente.
“Non possiamo: il programma dice che in questo posto soggiorneremo almeno due ore.”
“Ti prego: due ore con questa folla e questo fragore mi impediscono di ascoltare….”
“Di ascoltare chi, Gemma? Sei sola in questo viaggio, ricordi?”
“Di ascoltare….me, me, Gemma….Andiamo, per favore.”
“Come vuoi, disse lo spirito, e mi fece strada fra un gruppo di giapponesi.”
Dopo solo due passi mi ritrovai a Sydney. La riconobbi dall’inconfondibile aspetto dello skyline, e del resto non c’era molto da indovinare: era una tappa in programma.
Ancora voci, ancora folla. Un capolavoro dell’architettura, dopo un capolavoro della natura. Ma quanta voglia di linearità, di solitudine,  dentro di me!
Chiesi di nuovo allo spirito di portarmi via, e….non potei non capire il disegno di chi aveva organizzato questo viaggio fantastico, visto che mi trovai in mezzo ad una folla ancora più fitta, che aveva, evidentemente, lo scopo di stordirmi di umanità, turisti e non.

Ero a Hong-kong, tappa che non mi era piaciuta nel programma che mi avevano sottoposto, ma che, dicevano, sarebbe stata utilissima per lo shopping digitale. Hong Kong, la città che ha sostituito il sole con mille luci elettriche…
“Via di qui, via, spirito, per favore!”
Con un inchino all’orientale, la mia guida si inchinò, e vidi comparire sotto i suoi piedi il mio trolley, per poi veder scomparire lei e ritrovarmi sul letto, sudata e frastornata.
Bene, pensai, osservando la sveglia che si mostrava ostinatamente lenta: adesso non mi resta che aspettarmi lo spirito dei viaggi futuri…
“Al tuo servizio!”
Una voce ironica mi fece voltare e vidi, sul mio comodino, il mio  portatile acceso, e, lì accanto , un ragazzo che stava effettuando dei collegamenti con una strana attrezzatura.
“Ecco” mi disse “ infila.”
Mani , piedi, e testa finirono in una di quelle attrezzature da realtà virtuale, e appena aprii gli occhi dietro agli occhiali, mi ritrovai immersa in uno scenario fantastico, visto e rivisto non so quante volte nei documentari:  Macchupicchu. La voce del ragazzo mi spiegava la storia del posto e mi conduceva nella mia visita. E fin qui, passi. Ma quando mi ritrovai, accanto, che mi guardava fisso, un personaggio metà condor e metà uomo ( forse una delle loro divinità, pensai con un certo spavento, non sapendo quanto fosse virtuale questa realtà),  allora  feci un salto da una parte e mi sentii e vidi cadere oltre il parapetto della città perduta, a capofitto dritta verso l’Urubamba…
“Non così veloce, Gemma.” Sentii nell’orecchio destro la voce tranquillizzante della mia guida, mentre nell’orecchio sinistro udivo ancora un flauto andino la cui musica stava svanendo lentamente.
Il tuffo nell’Urubamba fu morbido e avvolgente, e mi ritrovai avvolta di blu. Davanti a me non tardai a veder passare alcuni pesci colorati, mentre la solita voce carezzevole me li indicava coi loro nomi comuni e scientifici.
“Siamo nella Barriera Corallina Australiana, e la vostra visita avverrà in tutta sicurezza…” continuò la voce, con un azzeccato tempismo, poiché vidi passare, davanti a me, la sagoma inquietante di uno squalo.
I colori, l’acqua con i suoi riflessi, avevano su di me un effetto ipnotico, e la voce che elencava le varie specie vegetali e animali era sempre più vuota di significato, alle mie orecchie, quando un urlo umano mi fece riaprire gli occhi (evidentemente mi ero quasi addormentata). Accanto a me, era atterrato da non so dove un samurai in assetto di guerra:  be’, forse non era un proprio un samurai,  visto che sotto i suoi piedi si snodava la lunga muraglia cinese, ma certamente i suoi tratti orientali e il suo abbigliamento lo facevano etichettare così, da parte di una occidentale sessantenne.
Non poteva mancare un combattimento di kung-fu, o qualcosa del genere, pensai, in questo festival di realtà virtuale che mi stava decisamente irritando.
E poi dov’era il vento fra i capelli, dov’erano gli odori, dov’era…Gemma?
“Gemma? Gemma?”
Chi è che mi chiama? Pensai, aprendo gli occhi e stupendomi di trovarli liberi da qualsiasi apparecchiatura.
Ma certo: era la mia radio-sveglia, programmata da mio figlio con questa suoneria personalizzata…
Le sette del mattino, dunque.
Qualsiasi fosse la morale della favola, non avevo molto tempo per decidere cosa  fare del mio imminente viaggio intorno al mondo.
Ecco perché adesso sono qui, da sola, dopo aver disdetto il mio tour organizzato e aver cambiato il mio voucher con un biglietto aereo open. Mi ricordo di aver sorriso quando elencavo le mie  tappe all’assistente che me le chiedeva:  Ushuaya, Cuzco, Iguazu, Osaka, Hong-kong, Pechino, Cairns, Uluru, Sydney.
Ma, direte, voi: hai lasciato nel tuo itinerario quei bagni di folla di Hong Kong, Iguazu e Sydney? Be’, questa è la mia sfida: riuscire ad osservare nonostante la folla, lasciarmi condurre dal mio cuore dentro i capolavori della natura e dell’uomo…
Ma adesso devo concludere: stanno chiamando il mio volo. Ora salverò il documento e chiuderò il notebook, perché il mio viaggio, adesso, lo racconterò solo con penna e matite, sul mio Moleskine (Ne ho  trovato uno quella mattina, accanto al letto, e credo di sapere chi ce l’ha lasciato…).

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